Daniela. Prendendomi cura di lei ho capito di amarla
Testimonianza di Daniela tratta dal libro curato da Elisa Belotti*, Mi fido di te. In ascolto delle persone cristiane LGBTǪ+ e dei loro genitori, edito da La tenda di Gionata, marzo 2026, pp.9-13
Ho sessant’anni, sono mamma di due ragazzi, ho una separazione alle spalle e circa cinque anni fa la mia vita è stata attraversata da una relazione inaspettata che mi ha fatto riscoprire parti di me che credevo aver dimenticato. Tutto questo ha al centro un nome e un volto: Roberta.
Non era la prima volta che mi interfacciavo con una persona trans. Ho conosciuto la mia amica Roberta perché seguivamo entrambe le proposte del CETEC (Centro Europeo Teatro e Carcere femminile di San Vittore). Con il progetto dedicato alle detenute ho scoperto delle nuove amiche. Ci siamo conosciute prima sui social e poi dal vivo attraverso gli spettacoli. Qui sono entrata in contatto con alcune persone trans binarie e non binarie, tra cui Roberta, e questi incontri mi hanno portata a pormi molte domande.
Roberta ha segnato profondamente il mio cammino. La sua è una storia di dolore, ma anche di entusiasmo, di gioia e di grande forza propositiva. Mi ha permesso di guardare il suo percorso dall’inizio ftno a oggi: una trasformazione che sento come una meraviglia, quasi un miracolo. È una persona che si è forgiata su se stessa.
Nell’agosto 2020 ha subito una banale quanto rovinosa caduta in bici che l’ha resa tetraplegica. Io mi sono resa disponibile per starle vicino e farle famiglia intorno.
Nel tempo, prendendomi cura di lei, ho capito di amarla. In questo cammino non sono stata sola: i miei figli mi hanno aiutata ad assisterla durante i ricoveri in ospedale, così come un’amica e vicina di casa e anche una collega.
Altre persone della comunità LGBTQ+ si sono rese disponibili e presenti. Persone che hanno donato il loro tempo senza clamore. Ho riconosciuto in esse, nella loro vicinanza, nel loro supporto i tratti della comunità che mi accompagnava in adolescenza nel mio cammino di crescita.
È stato un percorso personale, dentro il quale ho cercato aiuti e una dimensione comunitaria. Fin da quando ero ragazza, vivendo la parrocchia, avevo intuito quanto la comunità fosse essenziale come espressione della fede cristiana. Nel sostenere la mia cura e il mio amore per Roberta, la rete di persone attorno a noi mi ha dimostrato ancora una volta l’importanza del supporto reciproco anche in ottica cristiana.
Con Roberta ho vissuto anche il confronto con la morte. Lei ha rischiato più volte di morire e abbiamo condiviso momenti di grande fragilità. È stata un’esperienza intensa, anche spiritualmente, du- rante la quale ho pregato molto.
In quei giorni ho scoperto che ciò che provavo per lei si chiamava amore e ho iniziato a interrogarmi su chi fossi io. Grazie alla comunità LGBTQ+ cristiana locale ho incontrato delle persone che mi hanno aiutata a dare un nome a ciò che stavo vivendo, a risolvere i miei dubbi e a trovare parole nuove per descrivermi.
Ad esempio, leggendo il libro di Valentina Petrillo [6], ho capito di essere pansessuale e demisessuale. Ho ftnalmente compreso perché mi ero innamorata di Roberta, dopo aver sempre creduto che mi piacessero solo gli uomini, e ho riconosciuto in questo percorso anche una dimensione divina. Se questa donna è comparsa sulla mia strada, Qualcuno deve avercela messa, non ho dubbi.
In questa fase sono anche entrata in contatto con il servizio Mi fido di Te.
Cercavo supporto e vicinanza, qualcuno che mi aiutasse a sentirmi nel giusto. Essere rassicurata sulla bontà di ciò che stavo vivendo era esattamente quello di cui avevo bisogno in quel momento della mia vita.
Poi, partecipando alle messe del venerdì nella Chiesa del Lazzaretto a Milano, una volta al mese, ho iniziato a conoscere tante persone, scoprendo relazioni belle e profonde che mi hanno fatto sentire accolta. Una volta è venuta con me anche Roberta e tutte le persone presenti sono state davvero accoglienti con lei e con noi. Qui mi sento in famiglia, a casa. So di essere accolta con tutte le mie diversità.
Durante questi incontri ho conosciuto anche Alessia Nobile[7], che mi ha aiutata a comprendere meglio l’esperienza delle donne trans e quanto il contesto sociale sia respingente, discriminante. Ma anche che avere fede è un diritto e ho fatto mio questo messaggio. Roberta ha sofferto molto per questo. Il suo dolore mi ha insegnato quanto sia urgente costruire spazi di cura, di ascolto e di fede vissuta, capaci di tenere insieme verità, amore e giustizia.
Io e Roberta siamo state insieme quattro anni. A un certo punto ci siamo anche fatte una promessa, suggellata da un anello. Era un regalo del mio ex marito, che ho smontato e rimontato per dargli una nuova forma, quindi aveva anche un significato trasformativo. Ci siamo promesse fedeltà nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia. È stata la promessa più vera che io abbia mai sentito.
All’interno della mia fede cattolica, però, questa promessa mi ha portata anche a molti sensi di colpa. D’altronde avevo già fatto una promessa al padre dei miei ftgli nel sacramento del matrimonio. Con il tempo, anche grazie alla consapevolezza che non c’era più un sostegno reciproco, ho sentito di essere sciolta da quel vincolo. Le sensazioni di colpa e di vissuto mancato hanno trovato pace nelle confessioni con don Armando Cattaneo [8].
Sono tornata a vivere l’Eucaristia e la Riconciliazione liberamente, con un nuovo slancio. L’amore per Roberta mi ha costretta più volte a mettermi in discussione. Avendo vissuto sulla sua pelle il rifiuto sociale, mi ha chiesto più volte se mai mi fossi vergognata di farmi vedere con lei. Mai, mi sono sempre presentata prima come l’amica e la sorella, poi come la ftdanzata o la compagna di Roberta. Ho imparato a metterci la faccia, a espormi senza nascondermi.
La nostra unione è stata anche benedetta durante il Pride, un momento davvero emozionante. Dopo la separazione pensavo di aver sepolto il mio cuore e invece Roberta è riuscita a tirarlo fuori, a farmi provare di nuovo emozioni forti e tanto bene.
Ho portato Roberta anche nella mia famiglia d’origine. All’inizio l’ho presentata loro come mia amica e i miei genitori erano contenti. Quando hanno intuito che dopo la caduta si era trasformata in una relazione d’amore, per un periodo mio papà non mi ha parlato.
Ho dovuto metterci la faccia anche lì, fare un lavoro di riavvicina- mento. Li avevo sempre creduti persone libere e mi sono dovuta scontrare con dei limiti. Le mie sorelle, invece, sono state molto disponibili. Hanno addirittura organizzato delle feste di famiglia vicino alla sua RSD[9] per coinvolgerla e farla sentire parte della nostra vita.
Con la relazione con Roberta la mia vita è cambiata radicalmente, anche dal punto di vista materiale. Dovevo cambiare casa e sentivo il bisogno di lasciare il lavoro, quindi ho rovesciato tutto, mi sono trasferita vicino a lei, che nel frattempo era entrata in una nuova RSD.
Continua a vivere lì anche oggi, in una stanza piena delle nostre fotografte, ma non si trova bene. Nella struttura non ha amicizie e le altre persone ospitate non condividono la sua stessa voglia di vivere. Roberta è una persona non binaria e tetraplegica, gran parte della sua quotidianità è una lotta continua contro abilismo, transfobia e barriere architettoniche; è quindi in attesa di essere accolta in una nuova struttura.
Questa estate Roberta mi ha lasciata. Ho cercato di riprendere in mano la mia vita e mi sono resa conto che ftnché non avrà una collocazione più adatta voglio restarle accanto almeno come amica. Quindi oggi viviamo una relazione di amicizia fatta di alti e bassi, con alcune fratture, ma il mio affetto per lei non è mai venuto meno. Certo, questo è un momento molto difficile, un terremoto relazionale dentro il quale sento un grande sostegno da parte della comunità LGBTQ+ credente.
L’appartenenza per me è diventata fondamentale, così come il bisogno di testimoniare e di essere solidale. Se posso fare della mia persona un varco, uno spazio di passaggio e di accoglienza, sento che è giusto farlo, per mostrare il mio pieno sostegno a tutte le persone LGBTQ+.
Oggi questa storia è una ferita aperta, perché desideravo una vita insieme a lei. Restando ancorata alla mia fede, cerco però di continuare a vedere il bello, di andare avanti.
Continuo a credere che Dio l’abbia messa sul mio cammino e che, in quei quattro anni insieme, la vita sia migliorata per entrambe. Con lei ho riscoperto la capacità di amare, il coraggio di vivere una relazione, di difendere le mie idee e il mio credo.
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* Elisa Belotti è giornalista e insegnante, si occupa di diritti umani e comunità marginalizzate, con particolare attenzione all’impatto della religione sulla società. Per La Revue, ha scritto delle inchieste a fumetti sull’ora di religione a scuola, la violenza sulle religiose e le terapie di conversione. È l’autrice di Senza mulini, una newsletter sul cristianesimo nel mondo.
[6] Valentina Petrillo è una velocista ipovedente transgender. Nel 2024 è stata la prima atleta transgender a partecipare ai Giochi Paralimpici. Insieme a Claudio Arrigoni e Ilaria Leccardi ha scritto Più veloce del tempo. Il viaggio della prima atleta transgender verso la felicità, Capovolte, Alessandria, 2024.
[7] Alessia Nobile è un’attivista trans credente originaria di Palo del Colle (BA). È stata la prima donna trans in Puglia a ottenere la rettiftca dei documenti senza sottoporsi alla chirurgia di affermazione di genere. Ha scritto La bam- bina invisibile, Castelvecchi, Roma, 2022.
[8] Armando Cattaneo è un presbitero della diocesi di Milano vicino ai gruppi LGBTQ+ credenti, in particolare Il Guado e i Giovani del Guado.
[9] Sigla che indica la Residenza Sanitaria per Disabili, struttura residenziale destinata a persone con disabilità.


