“Davanti a gente che soffre la dottrina non è intoccabile”
Intervista a Claudio Celli a cura di Carlo Tecce pubbliocato su “il Fatto Quotidiano” il 9 ottobre 2015
Il lavoro è ancora lungo e, mi permetta di dire, anche faticoso. Al Sinodo niente è deciso. L’introduzione di Peter Erdo, il cardinale relatore, non ha sigillato il dibattito sui divorziati risposati, sulle unioni omosessuali, sulla Chiesa che incontra le nuove realtà del mondo. Altrimenti, che staremmo a fare qui?”.
Claudio Maria Celli, l’arcivescovo che presiede il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, conosce Jorge Mario Bergoglio dal ‘79 e ne apprezza il metodo: discussione fra i padri sinodali, massima trasparenza in aula e poi la sintesi del pontefice, perché la Chiesa non può ignorare le domande che pone la società. “Prendiamo il caso dei matrimoni falliti: non stiamo parlando –spiega Celli –di oggetti, ma di uomini e donne che soffrono. E lo stesso vale per i gay. La Chiesa non giudica, ma soccorre”.
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Monsignore, non ha già vinto la linea inflessibile dei padri sinodali che non accettano riforme su questi temi per voi sensibili?
Tutt’altro. Papa Francesco desidera ascoltare cosa pensa la Chiesa e cosa pensano i vescovi, ma siamo all’inizio e il panorama è largo. Poi non dimentichiamo che, con il duplice motu proprio per le cause di nullità dei matrimoni, la Chiesa già s’è spinta in avanti. Erdo non ha inteso bloccare il progetto finale e il Santo Padre ha fatto bene a precisare che le riflessioni non riguardano soltanto i matrimoni e che la dottrina non è cambiata. Ma non è servito a sbrogliare le evidenti divergenze che animano l’assemblea. Mi sembra naturale, le questioni che stiamo trattando fanno emergere posizioni non sempre uniformi. La Chiesa ragiona non soltanto sui matrimoni cattolici, ma anche sulla famiglia in generale. Ora stiamo affrontando la prima parte dell’Instrumentum Laboris–il testo base del Sinodo –e ci sono tante testimonianze da ogni angolo del pianeta, tante proposte di modifica dai circoli minori formati per lingua. Anche dal mio gruppo: studiamo, esaminiamo e votiamo. Tutto sarà stabilito a maggioranza.
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È anche un duello fra lobby di continente e di pensiero, fra progressisti e conservatori?
Non è difficile da immaginare una situazione del genere. Chi ha un’idea cerca di attrarre il maggior numero di persone intorno a sé. Ci sono vescovi che ritengono intoccabile la dottrina, io mi sento un po’più aperto. La domanda è semplice: come ci facciamo carico delle esigenze e dei bisogni degli uomini e delle donne di o gi? Ci sono tanti divorziati che non sono interessati ai sacramenti, ma anche ex coniugi cattolici che si sono sposati giovani, magari con scarsa intenzione e sono intrappolati da un errore che agli uomini può capitare. La vita di un uomo non è un meccanismo, ma un continuo crescere, camminare, lottare e anche sbagliare. La Chiesa deve accompagnare queste persone con profonda simpatia e compiere un discernimento (capacità di distinguere, ndr) pastorale.
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Quanto ha pesato sul Sinodo la rivelazione del prete gay Charamsa?
Per niente, non ci ha toccato. Ha compiuto una scelta da uomo libero, ma sbaglia a evocare una Chiesa omofoba oppure a definire disumano il celibato. Non credo che ci sia omofobia fra di noi. Certo abbiamo vecchi sacerdoti e vecchi monsignori che sono negativi sui gay. Ma sono una parte molto minoritaria, come in tutte le comunità. Io ho vissuto una vita nel celibato e non mi sento di avere un’esistenza disumana.

