Dayana. Vivere l’inferno come persona transgender in Turkmenistan
Intervista a Dayana, persona transgender del Turkmenistan, di Alessandro Ludovico Previti per La tenda di Gionata
«Mi chiamo Diana Sono una donna transgender. Sono nata nel 1995 in Turkmenistan, nella città di Ashgabat. Fin da bambina sentivo di essere diversa dagli altri ragazzi. Da piccola sognavo di essere una ragazza. Avevo un modo di camminare femminile, e le persone lo notavano. Non avevo genitori. C’erano solo mia zia e i suoi figli.
Mi tormentavano e abusavano di me. Andavo a scuola e, da fuori, tutto poteva sembrare normale. A 16 anni mi sono innamorata per la prima volta di un ragazzo. Ci siamo frequentati per tre mesi, poi lui è partito per la Russia per studiare, e da quel momento è sparito nel nulla. Una volta una mia compagna di classe mi invitò al suo compleanno e io accettai. Quel giorno c’era un ragazzo, un suo amico, che mi diede delle pasticche di Tramadolo, e mi violentò.
Da noi il Tramadolo è un farmaco proibito; se vieni preso con quello, rischi fino a 8 anni di prigione. Quando aveva 17 anni, la polizia lo ha arrestato. Allora ha fatto un patto con la polizia per avere una pena più bassa ha iniziato a denunciare tutti.
Per vendicarsi su di me, disse che ero gay. Fu allora che mi rinchiusero per la prima volta in una colonia penale per minori. Il giudice mi condannò a due anni di reclusione in base all’articolo 135, per sodomia. Scontai un anno e mezzo.
Lì dentro subii abusi e stupri perché il mio aspetto era simile a quello di una ragazza. Ero minorenne. Fui picchiata brutalmente e di quel periodo porto ancora tante conseguenze, anche problemi alla testa.
Dopo il rilascio cercai di vivere e lavorare. Volevo solo sopravvivere. Sembrava che le cose potessero andare meglio, ma la polizia continuava a perseguitarmi e rendeva impossibile avere una vita normale.
Nel 20** mi arrestarono per la seconda volta e mi condannarono a due anni in un carcere di regime comune. Lì conobbi Anwar, chiamato anche Arslan. Parlavamo molto e ci sostenevamo a vicenda. Lui uscì prima di me, mentre io rimasi in prigione.
Due anni dopo, dopo il rilascio, non avevo un posto dove andare. L’appartamento dei miei genitori, che avrebbe dovuto essere la mia eredità, era stato venduto da mia zia con l’inganno. Lei si tenne i soldi, e io rimasi senza casa. Quando andavo da lei a chiedere aiuto, i miei cugini, spesso ubriachi, mi picchiavano e mi cacciavano via. A volte mi fermavano anche per strada, mi colpivano e mi insultavano chiamandomi ‘frocio’.
Poi trovai lavoro come cameriera e riuscii a ricominciare da capo. Lavoravo, guadagnavo qualcosa, affittai una stanza. Cercavo di vivere tranquilla, senza dare fastidio a nessuno. Volevo solo lavorare e vivere la mia vita. Ma dopo quattro anni dopo mi arrestarono per la terza volta, di nuovo per due anni.
Un anno dopo la mia scarcerazione, sono riuscita a mettermi in contatto con Aslan, che era espatriato ed riuscito ad arrivare in Georgia. Mi ha aiutata a lasciare il Turkmenistan, ma non mi hanno permesso di entrare in Georgia. Sono dovuta andare in un altro Paese.
Oggi mi trovo fuori dal Turkmenistan, ma la mia situazione è instabile. Qui mi hanno diagnosticato la tubercolosi. Convivo anche con l’HIV da tredici anni. Quando ero in prigione la prima volta, sono stata contagiata. Ero in fin di vita. Pensavo che sarei morta in Turkmenistan. Volevano arrestarmi per la quarta volta. Grazie ad Aslan sono riuscita a scappare e a fuggire dal Paese.
La parola ad Aslan
Aslan, è un ragazzo omosessuale che, dopo la fuga dal Turkmenistan, ha intrapreso un cammino cristiano. Oggi, nonostante le sue ferite e i traumi subiti cerca di aiutare le altre persone del suo paese da una pesante regime autoritario. È grazie ad Aslan che abbiamo potuto conoscere questa storia. Dayana infatti è stata la prima persona che lui ha aiutato a fuggire dal suo Paese.
Ci racconta Aslan che a Dayana: «per tutta la vita le sono mancati amore, calore umano e affetto. È cresciuta quasi sempre da sola, continuamente tradita, ingannata, usata e abbandonata. Ci siamo conosciuti quando era in prigione per la seconda volta. Abbiamo parlato un po’, e mi è piaciuta subito. Ho provato subito compassione per lei e ho deciso di aiutarla fin dal primo giorno, perché si vedeva chiaramente che era una persona sincera e dal cuore buono…»
«Dayana era percepita da tutti come molto femminile. Questo la rendeva immediatamente riconoscibile e la esponeva al rifiuto. Molti evitavano di frequentarla, per paura di essere associati a lei e di diventare a loro volta bersaglio. Diana ha l’anima, la voce e l’aspetto di una donna, ma non so perché Dio l’ha creata in un corpo maschile.»
Nonostante tutto quello che ha subito, Dayana non ha mai cercato vendetta e non ha mai denunciato nessuno.
«Dayana è stata la prima persona che ho cercato di aiutare a fuggire dal Turkmenistan. Non è stato semplice. A causa della sua fragilità, delle difficoltà e delle sue condizioni di salute ci sono voluti quasi nove mesi. Sapevo che era molto malata e sapevo anche che, se fosse stata arrestata per la quarta volta, probabilmente non ne sarebbe uscita viva.
Grazie a Dio, alla fine siamo riusciti a farla scappare. Ne sono profondamente felice. Oggi sono contento che sta ricevendo finalmente delle cure mediche, che si stia riprendendo e che può finalmente vivere. Dayana merita di vivere. È una persona buona, e purtroppo di persone così buone ne sono rimaste poche.»
Aslan conclude «Anche io sono stato salvato e ora ricambio provando a salvare la vita di altre persone.»
Grazie ad Aslan e a Dayana per la loro fiducia, la loro forza e la loro testimonianza. A chi legge chiediamo due gesti semplici e concreti: una donazione al fondo di solidarietà della Tenda di Gionata, con cui cerchiamo di sostenere le persone LGBT+ in situazioni di grave vulnerabilità, e anche una preghiera silenziosa per Dayana, per Aslan e per tutte le persone LGBT+ che cercano solo una possibilità per vivere al sicuro.
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