“Dilexi te”: l’amore che abita le periferie
Riflessioni di Paolo Spina*
La prima esortazione apostolica di Papa Leone XIV, Dilexi te, ha come tema l’amore verso i poveri; il suo messaggio, come indica il titolo stesso – “Ti ho amato” – va oltre la dimensione materiale: tocca ogni forma di povertà umana, ogni condizione di marginalità e piccolezza in cui la persona sperimenta la propria condizione di limite e di fragilità.
Leggendola quasi in trasparenza, troviamo l’eco di una espressione molto frequente nella Bibbia: gli anawim, “i poveri, gli umili”. Non si tratta soltanto di persone oppresse o perseguitate, ma di coloro che, restando fedeli all’alleanza con Dio, vengono messi da parte da chi agisce secondo ingiustizia, violenza, prepotenza. Essere “poveri”, in questo senso, non è solo una condizione sociale: è un atteggiamento spirituale, scegliendo di riporre la propria fiducia in Dio.
Il numero 75 dell’esortazione lo esprime con parole che hanno il profumo del Vangelo: “La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti.”
È la Chiesa che non osserva dall’alto, ma accompagna. Che non misura la fede sulla base della perfezione, ma sull’apertura del cuore.
L’immagine del migrante che bussa e in cui “è Cristo stesso che chiede accoglienza” riporta la comunità cristiana alla sorgente evangelica della compassione: riconoscere Dio nel volto dello straniero, del fragile, dell’escluso.
Nel numero 120, il Papa spinge ancora più avanti questa prospettiva: “L’amore cristiano supera ogni barriera… non ha limiti: è per l’impossibile.” In queste parole si respira la profezia di un cristianesimo che osa credere nell’amore come unica rivoluzione possibile. L’amore, dice Leone XIV, non è un sentimento, ma un modo di vivere, una forma del mondo. È ciò che trasforma l’estraneità in familiarità, la distanza in comunione.
Dilexi te si muove dunque camminando in mezzo agli anawim: non un programma politico o economico, ma una conversione dello sguardo. Gesù, nel discorso della montagna, proclama beati i poveri non perché la povertà sia ideale, ma perché in essa si manifesta la possibilità di Dio. Solo chi riconosce la propria piccolezza può accogliere un amore che supera ogni misura.
In questa prospettiva, la povertà non è una vergogna ma una via: quella che porta alla comunione, alla solidarietà, alla libertà interiore. Dilexi te ci ricorda che la Chiesa è credibile solo quando si lascia evangelizzare dai poveri – tutti i poveri, materiali, spirituali, affettivi – e quando ama senza limiti, fino all’impossibile.
Se è vero (come scriveva don Luigi Giussani), che “l’esistenza di esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza”, è vero anche che ama sul serio chi si fa mendicante; queste parole – le prime, per così dire, ufficiali, del ministero di Leone XIV – diverranno ancora più autentiche tutte le volte che la Chiesa imparerà a dire, con umiltà e schiettezza: “Aiutami a capire!”, cercando come interlocutore chi abita quelle periferie in cui, da troppo tempo, è confinato.
* Paolo Spina è un medico, appassionato di Sacra Scrittura e teologia femminista e queer. Laureato in Scienze religiose, collabora con il Progetto Cristiani LGBT+ e con La tenda di Gionata scrivendo su temi di attualità e cristianesimo. Le sue riflessioni le trovi raccolte qui.

