“Dio conosce il nostro vero nome prima che lo conosciamo noi”. Testimonianza dalla veglia di Albano Laziale




Testimonianza di Vitto, un ragazzo trans e persona non binaria, tenuta sabato 16 maggio 2026 nella parrocchia Santa Maria della Stella di Albano Laziale (Roma), durante la Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia organizzata dalla Diocesi suburbicaria di Albano in collaborazione con La Tenda di Gionata ed il supporto del Festival della Comunicazione “Custodire voci e volti umani” (11–24 maggio 2026). Foto della Veglia di Luca Alessandro concesse da Firefly Produzioni*
Mi chiamo Vitto, sono un ragazzo trans e una persona non binaria. Porto quindi alcuni spunti legati soprattutto alle mie esperienze, dentro il mondo queer e dentro il mondo queer cristiano cattolico.
La prima cosa da cui vorrei partire è il versetto scelto per quest’anno (per unire tutte le veglie e i culti per il superamento delll’omotransbifobia), nel quale compare l’espressione dell’essere chiamati per nome. È un’immagine che ritorna spesso anche in molti canti di chiesa, in forme diverse.
Da quando ho preso consapevolezza della mia identità di genere, e di tutto ciò che ne è seguito, questa espressione mi parla in modo particolare. La sento come un invito molto esplicito a entrare nel tema della scoperta della propria identità. Per una persona di genere non conforme, infatti, essere chiamata per nome è uno dei passaggi più importanti: significa sentirsi finalmente riconosciuta con un nome che rispecchia la propria identità, un nome nel quale ci si può davvero riconoscere.
In alcuni canti si dice anche che l’essere chiamati per nome da Dio ha un’intensità diversa rispetto al modo in cui ci chiamano le altre persone. Da qui nasce anche un pensiero: il nostro vero nome, in realtà, è già conosciuto da Dio prima ancora che lo conoscano le persone intorno a noi, e forse prima ancora che lo conosciamo noi stessi.
Alcune persone, che conoscono la Bibbia sicuramente meglio di me, mi hanno fatto notare che nella Scrittura ci sono molti episodi legati al nome. Quello che conosco un po’ di più, e che riguarda i Vangeli, è il celebre episodio di Pietro. Il suo nome cambia, ma non perché debba rinunciare a qualcosa o scartare una parte di sé. Cambia, piuttosto, dentro un cammino di pieno compimento della propria persona.
Questa prospettiva è importante, soprattutto per le persone trans credenti che possono vivere con fatica l’idea di cambiare nome. Il cambio del nome non va necessariamente letto come un rifiuto di qualcosa, ma può essere compreso come un passaggio verso il compimento della propria identità.
Da qui nascono altri due temi che mi sembrano importanti. Il primo è quello del nome. Il secondo è quello del corpo. Anche il tema di un corpo che cambia, che attraversa delle modifiche, viene spesso messo in discussione, soprattutto quando si dice che non si dovrebbe toccare ciò che è stato dato come dono da Dio.
Ho capito come rispondere a questa obiezione pochi giorni prima della mia mastectomia, grazie a un altro ragazzo trans credente e ad alcuni religiosi che mi hanno aiutato a comprendere il concetto di co-creazione.
Noi siamo creati in un certo modo, ed è un dono; ma siamo anche partecipi di questa creazione. Non la riceviamo soltanto in modo passivo. Se fosse così, non faremmo nulla nella nostra vita: saremmo semplicemente creati e lasciati fermi, come oggetti posati su un comodino.
Questa co-creazione ha uno scopo: arrivare a un compimento più pieno di noi stessi. Nei Vangeli Gesù parla spesso di compiere le Scritture, di portare a compimento un mandato. Anche per noi si tratta, in qualche modo, di cercare la versione più coerente e più feconda di noi stessi.
Si parla spesso anche del dare frutto. Coltivare se stessi significa poter dare frutto, per sé e per le altre persone. Tutto questo è molto diverso dall’idea di rifiutare il corpo.
Ne abbiamo parlato anche oggi in un laboratorio (alla 3Giorni di Albano Laziale): talvolta si cerca di separare spirito e corpo. È come se si dicesse: “Puoi anche riconoscere di essere una persona trans, però non intervenire sul tuo corpo”, perché si ritiene che il corpo non sia l’aspetto principale, o perché si preferirebbe che restasse com’è.
In realtà, corpo e spirito sono profondamente intrecciati e interagiscono continuamente. Da qui arrivo al terzo punto: dopo il nome e il corpo, la co-creazione. Questo terzo punto riguarda in modo particolare il tempo di Pasqua. Proprio nei giorni più vicini alla Pasqua, grazie al confronto con religiosi e sacerdoti, ho ricevuto un altro tassello che mi sembra molto chiaro sul rapporto tra corpo e spirito: la risurrezione di Gesù.
La risurrezione di Gesù è una risurrezione concreta. C’è un corpo che a un certo punto non viene più trovato. C’è un corpo che poi appare; un corpo che inizialmente non viene riconosciuto e poi viene riconosciuto. È un corpo trasformato, perché ha attraversato ferite, sofferenza e morte: probabilmente l’esperienza che più modifica un essere vivente.
Quella risurrezione non è stata uno scartare il corpo che Gesù aveva avuto sulla terra, il suo corpo umano. Anche nell’ascensione, infatti, la dimensione corporea rimane. È stato, piuttosto, un rinascere.
Un sacerdote, proprio in questo tempo di Pasqua, mi diceva: voi persone transgender avete un dono nell’ambito della fede. Ci sono alcune realtà che, forse, riuscite a sentire in modo particolare: il tema del nome, del sentirsi chiamati per nome, del partecipare alla propria creazione, e anche quello della risurrezione. La risurrezione resta un mistero e rimarrà tale per tutte le persone, ma forse le persone transgender riescono a immedesimarsi in modo speciale in un corpo che, attraverso una trasformazione, rinasce.
Non si tratta di un corpo cancellato, distrutto o azzerato. Si tratta di un corpo che attraversa una modifica fisica per poter rinascere pienamente. Anche il corpo di Gesù ha portato delle cicatrici, e quelle cicatrici non sono state negate: sono rimaste dentro il suo corpo risorto.
Dopo questi tre punti, vorrei lasciarvi un’ultima immagine. Può sembrare un po’ più scomoda, ma credo sia vera: quella della pietra d’inciampo.
Anche a me è stato detto, in senso positivo, che le persone queer, e tra queste anche le persone trans, fanno inciampare. Vengono spesso percepite come uno scandalo, come qualcosa che sarebbe più semplice appiattire, normalizzare, rendere meno visibile, magari con l’idea di tutelare qualcuno.
Essere pietra d’inciampo è faticoso, ma forse è anche una chiamata che riguarda tutte le persone. È un’immagine tagliente, certo, però forse ne abbiamo bisogno. Vorrei allora lasciarvi con questa immagine, che richiamo di nuovo anche se qualcuno l’ha già ascoltata: l’idea del dono.
Essere una persona queer, per orientamento sessuale o per identità di genere, non è una condizione da superare, né qualcosa con cui convivere nonostante ciò che si è. È una realtà da accogliere come un dono. Un dono che permette di scoprire qualcosa di più di sé, della propria vita e della propria fede; e che, proprio per questo, può diventare a sua volta qualcosa da offrire agli altri.
* Scatti tratti dal girato realizzato durante la Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia dalla diocesi di Albano, che confluirà in un documentario, in corso di realizzazione, curato dal regista Luca Alessandro per Firefly Produzioni. Un documentario che intende raccontare i percorsi di dialogo avviati tra alcune diocesi italiane e le persone LGBTQ+ credenti, insieme alle loro famiglie. Attraverso testimonianze, momenti di vita quotidiana e storie personali, sarà un documentario che darà voce a operatori pastorali, genitori cattolici che hanno vissuto il coming out dei figli e a credenti LGBTQ+ in cammino tra fede, ascolto e inclusione. Luca Alessandro, regista documentarista e titolare di Firefly Produzioni, è autore de “Il Terrorista nella Testa”, documentario dedicato al disturbo ossessivo compulsivo, attualmente distribuito da TV2000 e in precedenza da Rai Cinema, con passaggi su Rai 2 e RaiPlay. Il suo lavoro si concentra su tematiche sociali e di forte impatto umano, con l’obiettivo di raccontare storie autentiche, spesso poco esplorate dai media.

