Dio ha un genere? Quando il Talmud e la Kabbalah ebraiche parlano di identità non binarie
Articolo di Leigh Pennington* pubblicato su Tablet Magazine (Stati Uniti) il 18 dicembre 2020. Liberamente tradotto dai volontari del progetto Gionata.
Per molti critici, il dibattito sui pronomi di genere sarebbe una moda recente: una specie di gioco da salotto inventato da professori progressisti e adottato con entusiasmo dalle nuove generazioni. Eppure l’idea che le norme di genere possano essere molto più fluide di quanto spesso immaginiamo era già stata affrontata dai saggi dell’ebraismo fin dai tempi del Talmud (la grande raccolta di discussioni rabbiniche sulla Bibbia, la legge e la vita ebraica). Quelle riflessioni, con tutte le loro sfumature, continuano ancora oggi a offrire spunti preziosi a chi prova a prendere sul serio questi temi.
È vero: l’Halacha (la legge religiosa ebraica, cioè l’insieme delle norme che regolano la vita ebraica) spesso codifica il genere in modo binario, distinguendo tra maschile e femminile. Ma i Tannaim (i primi maestri rabbinici, attivi tra il I e il II secolo) erano molto meno rigidi quando discutevano della presenza di persone intersex.
Nel trattato Yevamot (una sezione del Talmud dedicata soprattutto alle norme sul matrimonio e sui rapporti familiari), per esempio, Rabbi Eliezer afferma che una persona intersex debba essere considerata senza dubbio maschio. Rabbi Yose, invece, non è d’accordo: secondo lui le persone intersex sono una realtà particolare, che non può essere classificata in modo definitivo né come maschile né come femminile.
Più tardi, nel XII secolo, anche Rambam (acronimo con cui è conosciuto Mosè Maimonide, grande filosofo e maestro della legge ebraica medievale) tornerà su questa impostazione, vicina a quella di Rabbi Yose. Per lui, poiché il genere della persona intersex resta indeterminato, questa persona dovrebbe seguire gli obblighi halachici più rigorosi previsti per entrambi i generi.
Finché la discussione resta dentro l’Halacha, il punto centrale è soprattutto il corpo: come classificare una persona? Quali obblighi religiosi deve osservare? Ma con la comparsa delle opere kabbalistiche nel Medioevo il discorso cambia profondamente. La Kabbalah (la tradizione mistica ebraica) porta queste domande in un orizzonte più ampio, dove non si parla più soltanto di corpo, ma anche di anima, di creazione e persino del modo in cui viene pensata la realtà divina.
Lo studioso e filosofo israeliano Moshe Idel, per esempio, ha spiegato che il misticismo medievale comprendeva l’androginia in due modi. Da una parte ci sono i corpi androgynos (termine rabbinico che indica persone con caratteristiche sessuali sia maschili sia femminili, quindi vicine a ciò che oggi chiameremmo intersex). Dall’altra ci sono le anime du-partzufin (letteralmente “a due volti” o “a due facce”), un’espressione che può richiamare, pur con tutte le differenze storiche, ciò che oggi chiameremmo una realtà non binaria.
Queste realtà, ricorda Idel, non sono semplici invenzioni sociali. Nella visione mistica ebraica, infatti, la stessa struttura del divino e dei cieli è composta da attributi maschili e femminili in equilibrio tra loro: le sefirot (le emanazioni o qualità divine attraverso cui, nella Kabbalah, Dio si manifesta e agisce nel mondo). Ma l’essere universale che queste sefirot compongono non è racchiuso in una distinzione binaria di genere o di sesso.
In altre parole, l’idea stessa di Dio suggerisce una realtà più grande delle nostre opposizioni nette tra maschile e femminile. Se ciò che vediamo sulla terra è soltanto l’ombra imperfetta del mondo superiore, scrive Idel, allora possiamo chiederci se non si debba “attribuire all’androginia un certo significato positivo, in relazione alla struttura del regno divino”.
Il kabbalista spagnolo del XIII secolo Joseph Gikatilla approfondì questa intuizione nella sua opera Sha’arei Orah (Le porte della luce). Secondo Gikatilla ogni essere umano possiede due volti: uno attivo e capace di influenzare, l’altro passivo e ricettivo; uno maschile e l’altro femminile. Questa duplicità sarebbe l’eredità del primo essere umano, l’Adam originario, pensato come essere androgino, la cui composizione iniziale somigliava a quella della divinità stessa. Come è scritto in Genesi: “E Dio creò l’uomo a sua immagine” (Genesi 1,27, Bibbia CEI 2008).
La condizione androgina originaria dell’umanità è discussa non solo nei testi mistici, ma anche in diversi testi della legge ebraica. Nel Talmud Bavli (il Talmud babilonese, una delle due grandi raccolte del Talmud, insieme a quello di Gerusalemme), Rabbi Yirmeya Ben Elazar racconta che Adam fu creato inizialmente con due volti: uno maschile e uno femminile. A sostegno di questa idea cita il Salmo: “Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano” (Salmo 139,5, Bibbia CEI 2008).
Maschile e femminile, dunque, all’inizio avrebbero condiviso un’unica struttura corporea dentro Adam, come du-partzufim, cioè come una realtà “a due volti”, nata dalla stessa essenza e dalla stessa forza vitale. La creazione originaria di Adam ed Eva come un’unica realtà suggerisce che in tutto ciò che è maschile ci sia anche una dimensione femminile, e che in tutto ciò che è femminile ci sia anche una dimensione maschile. Sono le pressioni culturali e sociali, più che la realtà profonda delle cose, a spingerci spesso a ignorare questa complessità, privilegiando un volto a scapito dell’altro.
Queste dinamiche kabbalistiche sul genere e sulla sessualità androgina tornano anche in molta letteratura yiddish (la letteratura nata nella lingua parlata storicamente da molte comunità ebraiche ashkenazite dell’Europa centro-orientale) degli anni Sessanta, dove entrano in dialogo con la vita ebraica regolata dall’Halacha.
L’ebraismo, per sua natura, è una cultura molto porosa, capace di assorbire e rielaborare molte tensioni. Agli inizi del movimento per i diritti delle persone omosessuali, l’arte e la scrittura ebraica vennero usate anche per raccontare la vita sociale, religiosa e culturale delle persone androgine e queer nelle comunità ebraiche.
Il racconto “Androgynous” (Androgino) di Isaac Bashevis Singer narra la storia di Reb Motele. Reb (titolo onorifico yiddish usato per indicare un uomo rispettato, spesso un maestro o una figura religiosa) Motele viene a sapere dell’esistenza di Shevach, una persona androgina respinta dal primo marito quando questi scopre che non ha genitali femminili.
Alla fine Reb Motele decide di sposare lui stesso Shevach, assumendosi un peso enorme davanti alla sua comunità. Il genere ambiguo di Shevach, infatti, viene percepito come una minaccia alle distinzioni nette e alle regole severe dell’Halacha, non solo per Shevach, ma anche per Reb Motele.
Eppure Reb Motele decide di andare oltre tutte le cautele della legge in nome dello hesed (termine ebraico che indica misericordia, bontà, amore fedele e concreto). Il suo gesto diventa così un atto profondamente umano: non cancella la complessità della legge, ma mette al centro la compassione.
Alcune storie di Singer sono diventate veri classici della cultura ebraica ashkenazita americana. È il caso di Yentl, racconto letterario poi adattato anche per il cinema. Yentl è un personaggio che porta in sé la forza del du-partzufin, cioè della realtà “a due volti”. Nella sua espressione di genere appare non binaria e viene descritta come “diversa da tutte le ragazze di Yanev: alta, magra, ossuta, con il seno piccolo e i fianchi stretti”. Non riesce ad adattarsi alla maggior parte degli obblighi attribuiti alle donne ebree e infrange una delle norme halachiche più rigide dell’ebraismo, vestendosi da uomo.
Eppure né Yentl né le persone che le sono più vicine considerano questa scelta come una menzogna rispetto alla sua vera natura. Reb Todros, suo padre, le dice: “Yentl, tu hai l’anima di un uomo”. Lei gli chiede: “E allora perché sono nata donna?”. E Reb Todros risponde: “Anche il Cielo commette errori”.
Nel corso della storia, però, Yentl mantiene un’identità eterosessuale nella sua attrazione per Avigdor, suo compagno di yeshiva (scuola tradizionale ebraica dedicata allo studio dei testi religiosi) e migliore amico, che è un uomo eterosessuale. Qui Singer fa una distinzione importante, che anche i kabbalisti conoscevano bene: sesso, sessualità e genere non sono la stessa cosa.
Il sesso riguarda il corpo; la sessualità riguarda l’attrazione e il desiderio; il genere riguarda il modo in cui una persona vive, esprime e comprende se stessa. Singer mostra quanto sia forte l’espressione di genere e quanto spesso gli esseri umani si affidino a ciò che vedono per trarre conclusioni su identità, desiderio e amore. Ma mostra anche quanto poco queste apparenze bastino davvero a dire chi siamo e chi amiamo.
Per questo i racconti di Singer sono diventati parte della discussione sull’androginia nella vita ebraica. La Kabbalah medievale aveva già aperto uno spazio per pensare l’androginia terrena, mentre i decisori halachici (i maestri chiamati a interpretare e applicare la legge ebraica) avevano discusso per generazioni su come considerare queste realtà.
È vero: né nell’Halacha né nella Kabbalah esiste un riconoscimento ufficiale di un terzo o quarto genere nel senso moderno del termine. Ma questo non significa che la queerness e l’androginia, pur restando spesso realtà difficili o tabù, non siano state riconosciute come condizioni presenti naturalmente nel mondo. Alla fine, gli esseri umani sono legati a regole diverse da quelle che muovono la divinità. Eppure, nella storia ebraica, vediamo persone che hanno messo in discussione quelle regole, lasciando emergere in modi diversi i loro volti maschili e femminili.
Così facendo hanno piegato le dinamiche del genere binario, creando una propria espressione autentica e chiedendo di avere un posto nella memoria, nella legge e nella cultura ebraica.
* Leigh Pennington frequenta la Hebrew University of Jerusalem, dove segue un master in Jewish Studies presso la Rothberg International School.
Testo originale: Does God Use They/Them Pronouns? Debates around gender identity go back to Talmudic times

