“Dio non mi ha creato sbagliato”. La testimonianza di un cattolico gay al Sinodo
Testimonianza di un gay cattolico degli Stati Uniti, allegata ai lavori del Gruppo di Studio n. 9 del Sinodo sulla sinodalità*, pubblicata su Synod.va (Santa Sede) nel maggio 2026. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
Quali aspetti della sua esperienza personale ritiene più importanti da mettere in evidenza rispetto al tema di cui stiamo parlando, in questo caso l’omosessualità?
La mia sessualità non è una perversione, un disturbo o una croce; è un dono di Dio. Ho un matrimonio felice e sano e vivo pienamente la mia vita come cattolico gay dichiarato. Ci sono voluti anni di preghiera, terapia e comunità accoglienti per arrivare fin qui, ma oggi ringrazio Dio per la mia sessualità e per la mia condizione di vita.
Se potessi scegliere di essere gay, lo sceglierei, perché è un modo potente e bellissimo di riflettere l’immagine di Dio nel mondo. Essere un uomo gay mi rende più empatico, premuroso, appassionato di giustizia e creativo. Certo, ho anche i miei difetti, le mie insicurezze e il mio peccato, ma queste cose non hanno nulla a che vedere con il mio orientamento sessuale.
Ho iniziato la mia prima relazione con una persona dello stesso sesso a ventotto anni. È stata una relazione a volte difficile, ma mi ha fatto crescere. Ho imparato a essere meno egoista, a rinunciare al controllo, e ho capito che dentro una relazione divento più facilmente la persona che Dio mi chiama a essere, molto più di quanto riesca a esserlo da solo.
Oggi ringrazio Dio per mio marito, che ho incontrato cinque anni fa. È stata la più grande fonte di apprendimento e di grazia della mia vita. È un immigrato, subisce il razzismo in quanto uomo nero ed è sobrio da sette anni. La nostra vita insieme sembra un miracolo.
Anche se vive con fatica il rapporto con la religione istituzionale, spesso mi spinge a crescere nella mia relazione con Dio. Ci piace scherzare dicendo che lui è “spirituale ma non religioso”, mentre io posso essere “religioso ma non spirituale”.
Ci completiamo a vicenda, e la fede è una parte viva del nostro matrimonio.Io tendo a essere scettico e pragmatico, lui invece irradia speranza e visione. Non sarei la persona che sono oggi, né come uomo né come discepolo di Cristo, senza di lui. Siamo orgogliosi di costruire insieme la nostra famiglia.
È stato coinvolto concretamente in gruppi o movimenti che si occupano di questo tema? Quali riflessioni o intuizioni ha maturato da questa esperienza?
Il mio primo contatto con gruppi ecclesiali che si occupavano di omosessualità avvenne quando ero uno studente magistrale alla University of Notre Dame e vivevo ancora nascosto. Per gli altri ero un cattolico fondamentalista convertito da poco, che usciva con donne, ma dentro ero divorato dal senso di colpa per la mia attrazione verso persone dello stesso sesso.Entrai in Courage, un apostolato che lavora con persone che “soffrono di attrazione verso lo stesso sesso”.
Il gruppo mi era stato consigliato da un terapeuta riparativo che avevo incontrato per affrontare quella che veniva definita la mia “condizione”.Partecipare agli incontri di Courage fece ben poco per aiutare il mio sviluppo spirituale e psicologico. Gli incontri erano segreti, nascosti. Le persone che incontravo erano sole, senza speranza e spesso depresse.
Anche la mia vita si stava disgregando, mentre cercavo di resistere alla riconciliazione tra fede e sessualità.Provai inutilmente a frequentare una donna cattolica, ma la relazione finì quando la mia famiglia attraversò una crisi. Era arrivato il momento di essere onesto con me stesso, con Dio e con gli altri.
A ventisette anni iniziai il mio dottorato in teologia alla Fordham University. Fu come respirare aria fresca. Docenti, amici e colleghi erano in larga maggioranza favorevoli alle persone LGBTQ+ e circa un terzo del dipartimento era composto da persone LGBTQ+.
Lì ho imparato nuove forme di teologia che mi hanno aiutato ad accettarmi come uomo gay creato a immagine di Dio. Leggere la Bibbia nel suo contesto mi ha fatto capire che le interpretazioni tradizionaliste hanno ben poco da dire sulle relazioni contemporanee tra persone dello stesso sesso, relazioni che generano vita.
Ho iniziato a prendere sul serio la mia esperienza e quella delle altre persone LGBTQ+ come luogo in cui si manifesta l’opera di Dio che continua nel tempo. Alla Fordham ho fatto coming out e ho iniziato il difficile lavoro di guarigione spirituale e integrazione interiore.In quel periodo iniziai anche a frequentare parrocchie cattoliche con ministeri LGBTQ+: prima una parrocchia francescana e poi una paolina.
In queste parrocchie le persone LGBTQ+ erano accolte come membri a pieno titolo della chiesa cattolica, libere di condividere i propri talenti cantando nel coro, facendo i ministri dell’Eucaristia o insegnando catechismo.
Le persone LGBTQ+ cattoliche vogliono semplicemente far parte della Chiesa come tutti gli altri. Alcuni sacerdoti mi incoraggiarono a seguire l’azione dello Spirito nella mia vita, mentre cercavo di discernere la chiamata di Dio alla vita di coppia.
Fidarmi della mia coscienza fu fondamentale, e arrivai a vedere la mia sessualità come una benedizione e non come un peso.Quando le persone LGBTQ+ cattoliche si ritrovano insieme, i loro carismi spirituali emergono chiaramente: ospitalità, umorismo, compassione, evangelizzazione.
I miei amici sono felici di invitare altri amici in chiesa cattolica e la comunità cresce.Vediamo meraviglie in innumerevoli storie di riconciliazione con Dio. Molte persone eterosessuali con figli frequentano la nostra parrocchia proprio grazie alla nostra testimonianza. Vogliono crescere i loro figli in un ambiente di fede amorevole e accogliente, non impaurito ed esclusivo.
Mi sono impegnato nel ministero LGBTQ+ e nella leadership, prima nella mia parrocchia e poi con Outreach di America Media e con Fortunate Families, un gruppo con sede a Lexington, Kentucky.Grazie a persone capaci di offrire un’accoglienza senza giudizio, mi sono sentito ascoltato dalla chiesa cattolica e ho percepito che la mia presenza aveva valore.
Sacerdoti e persino un vescovo mi incoraggiarono a continuare questo lavoro.Ho iniziato a scrivere per media nazionali, sono diventato un sostenitore pubblico dei cattolici LGBTQ+ e ho collaborato con comunità cattoliche in tutto il mondo.
Il mio primo libro, LGBTQ Catholic Ministry, Past and Present (“Ministero cattolico LGBTQ+, passato e presente”), ripercorre la storia del movimento per la pastorale cattolica LGBTQ+ negli Stati Uniti.Le persone LGBTQ+ fanno parte della Chiesa e hanno una lunga storia di lotta.
Nonostante gli ostacoli, amiamo profondamente la chiesa cattolica e stiamo contribuendo a trovare una strada per il futuro. La Chiesa ha bisogno di noi tanto quanto noi abbiamo bisogno della Chiesa. Il Corpo di Cristo è incompleto senza i suoi membri LGBTQ+.
Qual è il suo rapporto con le comunità cristiane e con la realtà della chiesa cattolica? In quali modi trova sostegno o incontra difficoltà?
Attualmente frequento sia una chiesa episcopale locale sia una parrocchia cattolica. Mio marito è afro-caraibico, è cresciuto in un ambiente evangelico protestante e ama partecipare alla chiesa episcopale, apertamente favorevole alle persone LGBTQ+ e molto più multiculturale rispetto alle parrocchie cattoliche circostanti.
Per me è un dono poter andare in chiesa con lui e vedere il suo cammino di guarigione dagli abusi spirituali che ha subito da adolescente gay. Come cattolico, valorizzo la comunità e la liturgia della chiesa episcopale e riconosco che Dio è presente anche lì.Partecipo anche alla Messa cattolica e agli eventi del ministero LGBTQ+.
La mia parrocchia locale mi accetta così come sono. Quando mio marito viene con me, ci sediamo insieme come marito e marito e ci sentiamo davvero a casa.Ho partecipato alla leadership parrocchiale e sacerdoti e parrocchiani mi rispettano. Sapere di appartenere a quella comunità è un dono. Eppure ci sono molte parrocchie, persino a New York, dove non sarei accolto
Ogni volta che mi scoraggio per l’omofobia o la transfobia presenti nella chiesa cattolica — per esempio l’uso da parte di Papa Francesco della parola “frociaggine” o la riduzione disumanizzante delle persone trans e delle loro esperienze a una semplice “ideologia” da parte del Vaticano — ritorno alla mia parrocchia locale.
È facile arrabbiarsi con una chiesa istituzionale che sembra non conoscermi. È molto più difficile arrabbiarsi con quei cattolici che amo e che mi amano.Durante la Messa ci prendiamo molto tempo per scambiarci il segno della pace e restiamo a parlare anche dopo la fine della liturgia.
Spesso il personale della sicurezza deve invitarci a uscire perché la chiesa sta chiudendo per la notte.Molte volte andiamo a cena insieme e continuiamo lì la nostra fraternità. Come comunità ci prendiamo cura delle persone malate, anziane, sole e depresse. Cerchiamo di accogliere chi arriva per la prima volta e di far sentire tutti inclusi.I ministeri LGBTQ+ diventano spesso una famiglia per chi è stato rifiutato dalla propria famiglia biologica perché LGBTQ+.
Nella mia esperienza, questo è ciò che la chiesa cattolica dovrebbe essere.Il cattolicesimo che mi permette di restare cattolico mi accoglie così come sono. Conosco molti sacerdoti che sono stati attaccati per il loro sostegno alle persone LGBTQ+.
Li immagino come Maria che protegge i cattolici LGBTQ+ sotto il suo mantello mentre vengono colpiti dalle frecce piene di odio dell’omofobia.Non posso sottolineare abbastanza quanto facciano la differenza responsabili ecclesiali favorevoli alle persone LGBTQ+, e a volte apertamente gay. Hanno salvato la mia vita spirituale e quella di centinaia di altri cattolici LGBTQ+ che conosco.
Apprezzo molto i nostri sacerdoti, ma riconosco anche che il patriarcato resta un problema per le mie sorelle lesbiche cattoliche. Se gli uomini gay possono sentirsi a casa nella mia parrocchia, spesso le lesbiche cattoliche vengono ignorate.
Poche donne lesbiche partecipano, perché non vedono nessuno nei ruoli di responsabilità capace di comprendere la loro esperienza. Il Corpo di Cristo soffre perché queste donne vengono trascurate.Infine insegno in un’università fondata dalle Sisters of St. Joseph Brentwood (Suore di San Giuseppe di Brentwood). Per me sono state uno splendido esempio dell’amore di Cristo.
La mia università sostiene la mia ricerca e il mio ministero pastorale, e mi confronto regolarmente con il cappellano del campus e con la comunità delle suore mentre cercano anch’esse di diventare sempre più accoglienti e inclusive.Situate nel cuore di Long Island, New York, rappresentano un’oasi per i cattolici LGBTQ+ che non ricevono alcun sostegno dalla diocesi locale.Essere un cattolico LGBTQ+ non è facile e molti giorni soffro per il male che la chiesa cattolica ha causato. Eppure continuo ad avere speranza.
Durante il pontificato di Papa Francesco ho visto cambiamenti reali, sia a livello locale sia nella chiesa universale, e desidero contribuire alla costruzione di un Corpo di Cristo che rifletta davvero il ministero di guarigione e inclusione di Gesù.
Testo originale: Testimony for Synodal Study Group 9 on Homosexuality (USA)
* “Nella terza parte del documento vengono proposti due esercizi di discernimento sinodale attorno
ad altrettante questioni emergenti: l’esperienza delle persone omosessuali credenti (cfr Annesso A, 1
e 2) e l’esperienza di non violenza attiva da parte di persone e associazioni in situazioni di guerra
(cfr. Annesso B).
In questa prospettiva vengono presentate due testimonianze, attraverso la narrazione di storie di
persone concrete, grazie alle quali si è cercato di fare un esercizio di rilettura e discernimento: si sono
individuati gli “stati nascenti” che in esse si possono riconoscere, per offrire alcune riflessioni e
soprattutto alcune domande come contributo alla messa in opera delle pratiche di discernimento
sinodale nei diversi contesti ecclesiali.
Nella proposta di discernimento sinodale attorno alle suddette questioni assume particolare
rilievo la disposizione all’ascolto delle testimonianze raccontate dalle persone coinvolte. Come anche
non si è voluto concludere il processo di ascolto e di riflessione con un pronunciamento finale, ma
con alcune piste per un discernimento etico-teologico e alcune domande per la prosecuzione del
cammino sinodale. L’intento è quello di fornire un aiuto perché le singole comunità e la chiesa tutta
si facciano carico in prima persona dell’impegno a riconoscere e promuovere il bene con cui Dio
agisce nella storia e nell’esperienza delle persone” cit. tratta dal documento del Gruppo di Studio n. 9 del Sinodo sulla sinodalità del maggio 2026

