Don Guerrino: “che questa veglia di preghiera contro l’omotransfobia sia l’ultima”. Dalla veglia di Reggio Emilia






Riflessioni di Guerrino Franzoni pronunciate durante la Veglia di preghiera per il superamento di ogni forma di discriminazione di Reggio Emilia del 28 maggio 2026.
“Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare. Poiché io sono il Signore, tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore. Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo. Non temere, perché io sono con te; […] Tu che porti il mio nome, che per la mia gloria ho creato, che ho formato e anche plasmato».” Isaia 43,1-7
“In quel tempo Gesù prese a dire: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a voi. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra anima. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».” Matteo 11,25-30
Quelle che abbiamo appena ascoltato, sono parole tratte dal così chiamato Deutero Isaia, noto come “libro della consolazione”. Parole rivolte da Dio al suo popolo in un tempo drammatico e buio. Israele è in esilio, sconsolato e ormai rassegnato perché si ritiene abbandonato da Dio. È la sensazione che tanti nostri fratelli e sorelle chiamati omoaffettivi sentono pesare su sé a causa di altri fratelli nella fede e non.
C’è un racconto ebraico che narra di alcuni giovani che chiesero a un vecchio rabbino quando fosse cominciato l’esilio di Israele. “L’esilio di Israele – rispose il Maestro – cominciò il giorno in cui Israele non soffrì più del fatto di essere in esilio”. L’esilio non comincia quando si lascia la patria, ma quando non c’è più nel cuore lo struggente desiderio di essa. L’esilio è di chi ha dimenticato la meta ultima, il desiderio del cielo.
In questo senso, il dramma dell’uomo di oggi, specialmente nel nostro Occidente, non è la mancanza di Dio, ma il fatto di non soffrire più di questa mancanza. Ecco le parole di Isaia ci danno speranza e forza: noi non ci siamo e non vogliamo abituarci ad essere esiliati e, al contrario vogliamo solo essere accolti e non con compatimento dalla Madre Chiesa. Il perché è presto detto, per la realtà stessa del nostro Dio che ci dice “Non temere io sono con Te”, che per me vuol dire che possiamo non essere accolti da altri uomini, di chiesa o meno, ma non da Dio. Dio accoglie sempre e con una modalità che è pari al suo amore.
Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo nella sua omelia di Natale di qualche anno fa (2016) ha detto: “…Là dove la ragione si scandalizza, dove la nostra natura si rivolta, dove la nostra pietà di uomini religiosi si tiene pavidamente a distanza, proprio là Dio ama essere. Là egli confonde la ragione dei sapienti e provoca la nostra natura e la nostra religiosità. Là egli vuole essere, e nessuno glielo può impedire…”, perché come scrive sempre Isaia al cap.49: Dio ha scritto il nostro nome sul palmo delle Sue mani…)
Questo non permette di diventare dei rassegnati, e a volte accade che ci si rassegni, soprattutto quando si sono viste sfumare non poche possibilità di essere accolti, ma la Parola di Dioci dà speranza sempre e ci ha spinto a venire qui stasera. E il perché mi è stato confermato anche dalle parole che il pastore Luterano, morto in campo di concentramento, Dietrich Bonhoeffer ha scritto commentando il Magnificat: “Dio ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono “perduto”, lì egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no”, lì egli dice “sì”.
Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato”…Lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia.”
Dio non vuole che si alzino muri che emarginano e che escludano ma a tutti, e specialmente a chi soffre e si sente messo da parte grida nel Vangelo: “Venite a me voi tutti” che reitera l’invito forte che fa tramite Isaia quando dice: “dirò al settentrione: “restituisci, e al mezzogiorno: “non trattenere; lascia tornare i miei figli”.
Questo è il grande desiderio di Dio che la Scrittura ci rivela ancora una volta stasera. E le parole di Gesù ci hanno spinto a venire qui stasera per alzare la nostra preghiera affinché la Chiesa sia veramente la casa di tutti e soprattutto la Madre di tutti, dove ciascuno non è definito da quello che fa o da chi ama, ma dove prima di tutto è chiamato per nome, proprio come fa una madre che così facendo lo riconosce sempre come figlio. “Troverete ristoro per la vostra vita” questo afferma il Signore per coloro che vanno a Lui e che noi chiediamo alla Chiesa.
Il nostro Arcivescovo mons. Morandi nella sua Lettera Pastorale “Non è bene che l’uomo sia solo” al nr.5 a pagina 44, scrive a proposito delle coppie che hanno subito una separazione e vivono una nuova relazione, che si sono proposti cammini testualmente: “…per aiutare queste persone a non sentirsi al di fuori della cura e della vita della comunità cristiana” e conclude “Nessuno si deve sentire allontanato e tantomeno giudicato; al contrario tutti devono poter sperimentare che la Chiesa è e rimane Madre per chiunque…”
Se questo deve essere per i separati/divorziati che accedono ad un’altra relazione, perché non lo deve essere anche per i cristiani LGBTQ+? Chiunque non vuol dire “per qualcuno” ma per tutti senza eccezioni”. Ecco noi preghiamo perché questo sia riconosciuto concretamente anche per i nostri fratelli e sorelle LGBTQ+. È un cammino certamente che ha i suoi tempi e le sue fatiche, ma che è, come ho detto, il desiderio di Dio.
Da parte nostra chiediamo nella preghiera che il Signore sostenga e rafforzi la nostra speranza e la nostra perseveranza, cogliendo un suggerimento che ci viene dalla natura, in modo speciale dall’ostrica: quando le entra dentro un granello di sabbia, questa la ferisce, e la fa lagrimare, la disturba, non si arrabbia, non si dispera. Piuttosto, giorno dopo giorno, trasforma il suo dolore in una perla di straordinaria bellezza che poi dona a chiunque la trovi.
Le nostre parole si fanno preghiera: fa’ Signore che per la non accoglienza di altri, non teniamo solo per noi la bellezza personale con cui Tu Signore ci hai creati e che ci hai invitato a condividere, e che rischia di essere sperperata.
Pertanto voglio chiedere perdono per tutte le volte che fratelli che si dicono cristiani emarginano altre persone per i loro sentimenti o le loro idee. Infine mi piace concludere queste mie povere parole parafrasando ciò che ha detto Mons. Vincenzo Viva, Vescovo di Albano Laziale, alla veglia di quella città: spero che questa veglia di preghiera contro l’omotransbifobia sia l’ultima, non perché il cammino sia arrivato al traguardo, so che è ancora lungo, ma perché il giorno in cui non servirà più tenere veglie come questa, sarà il giorno in cui ogni persona sarà riconosciuta e rispettata per quello che già essa è per via del Battesimo, e cioè Figlia di Dio e nostro fratello e sorella nell’unica fede. Amen

