Dopo una notte di fatica e reti vuote, una notte di rinascita (Luca 5,1-11)
Riflessioni di Alessandra Bialetti sul Luca 5,1-11 nell’incontro on line di Vite Nuove – Famiglie cristiane In Transizione
Il brano di Luca ci parla di una notte di fatica, di reti vuote, di delusione e frustrazione. Ma… allo stesso tempo ci presenta un Gesù che non resta seduto, un Gesù che va incontro alla stanchezza dei pescatori. Un Gesù che risponde a tutte le paure di non essere all’altezza di gettare ancora le reti come alle paure di noi genitori di non essere in grado di supportare i nostri figli e le nostre figlie nel loro percorso di affermazione.
Gesù avrebbe potuto rimanere comodamente seduto ma si leva in piedi davanti alla delusione dei pescatori come lo fa per andare incontro alla fatica di noi genitori. Nulla è perso per lui, nessuna persona. La fatica è una posizione esistenziale che ci accomuna tutti. È il dover ricominciare da capo ogni giorno perché il cammino è ricco di deviazioni, di nuovi orizzonti da esplorare ma anche della gioia di veder rinascere i nostri figli e le nostre figlie. Questa è la pesca fruttuosa.
Gesù ci cambia la prospettiva con la sua parola “fidati”, lasciati andare, prendi il largo. Cosa vuol dire per noi famiglie di persone transgender prendere il largo? Significa alzare lo sguardo molto oltre il nostro orizzonte limitato, oltre le nostre paure, i giudizi, gli auto giudizi e i sensi di colpa per solcare altri mari, per fare altre esperienze, per gettare altre reti, per osare e uscire allo scoperto anche quando il coming out è difficile e delicato. Il coraggio di ribaltare tutto per il bene dei nostri figli e delle nostre figlie.
Gesù ci chiede anche di calare le reti ovvero abbandonare gli ideali e le aspettative sui figli e figlie per vederli e vederle per ciò che sono e stanno faticosamente ma con gioia affermando di essere. Morire agli ideali per vivere della realtà di chi siamo chiamati ad accompagnare nel cammino di rinascita. E ci chiede inoltre di calare le reti in una Chiesa in cammino che possa accogliere tutti e tutte. È lì che il Signore ci promette di raccogliere una moltitudine di pesci, di pesci vivi, guizzanti, pieni di vita.
Gesù è formidabile quando sceglie la debolezza di Pietro per aprire la strada e fondare la sua Chiesa. E questa è la risposta alla domanda che come genitori spesso ci rivolgiamo: perché proprio io, perché proprio a me tutto questo? Perché si fida, ci mette nelle mani una missione duplice da compiere: accompagnare i suoi figli e figlie nella piena realizzazione e trasformare la Chiesa rendendola sempre più accogliente. Un Gesù straordinario che si vuole fidare delle nostre fragilità e ci chiama a essere suoi collaboratori.
Sulla barca siamo stretti e vicini. È il dono della condivisione. Nessuno si salva da solo, è stando uniti che si combatte la tempesta e la delusione della pesca infruttuosa. Il cammino in gruppo che stiamo facendo ci sta donando tanti compagni e compagne di viaggio che con noi salgono sulla barca per prendere il largo e scommettere di nuovo sul raccolto.
Gesù ci chiama nella nostra quotidianità come ha fatto con i discepoli. Siamo chiamati là dove siamo per salpare verso mete sconosciute ma forti della promessa della vicinanza del Signore che ci segue fin dalla rivelazione di un figlio e una figlia transgender e ci guida nel delicato compito di accompagnarli e accompagnarle.
In tutto questo occorre però scostarsi un poco da terra come ci ricorda il vangelo. Gesù ha bisogno di scostarsi e mettere una sana distanza per poter arrivare ad altre rive senza attaccarsi alle cose terrene.
Come genitori siamo chiamati a sperimentare questa piccola sana distanza per non soffocare, invadere, sopraffare i nostri figli e figlie per poterli e poterle seguire in modo sempre più costruttivo senza lasciarsi sommergere da una sofferenza che non renderebbe funzionale il nostro supporto. Una piccola distanza che permetta di fare meglio la strada insieme certi della promessa di un Gesù che non ci lascerà soli sulla barca.
Per ben 365 volte nella Scrittura ricorre la frase “non temere”. Ogni giorno risuona in noi il richiamo a uscire da ogni vergogna, da ogni nascondimento e ad annunciare l’autenticità e verità dei nostri figli e figlie. Se non noi come genitori chi al posto nostro? Non possiamo aspettare. La chiamata a essere voce è per noi.

