Due teologhe s’interrogano sull’eredità teologica di papa Francesco
Articolo di Chris Herlinger, pubblicato su Global Sisters Report (Stati Uniti) il 20 giugno 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata. Parte seconda
Nella seconda parte di questa intervista dedicata all’eredità teologica di papa Francesco, le teologhe suor Maeve Heaney e suor Maria Cimperman riflettono sul rapporto del defunto pontefice con l’eredità di papa Benedetto XVI e con la teologia della liberazione. Offrono anche uno sguardo alle prospettive future sotto il pontificato di papa Leone XIV.
Suor Maeve Heaney è membro della Comunità Verbum Dei e insegna presso l’Australian Catholic University di Brisbane.
Suor Maria Cimperman è religiosa del Sacro Cuore di Gesù, docente di etica teologica e vita consacrata alla Catholic Theological Union di Chicago. Attualmente vive a Roma e lavora come coordinatrice del sinodo presso l’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG).
Dal punto di vista teologico, esistono delle continuità tra Francesco e Benedetto XVI nel loro modo di pensare?
Heaney: Secondo me, sì, molte. Dopo la morte di Francesco, ho sentito un teologo anglicano dire in TV che Francesco aveva fatto molto per la leadership delle donne, ma che sul piano dottrinale non era cambiato quasi nulla rispetto a Benedetto.
Credo sia una valutazione corretta: Francesco era aperto al dialogo, pronto a intraprendere azioni che includessero maggiormente le donne, ma sulla dottrina restava molto prudente.
Benedetto era più agostiniano e intellettuale, mentre Francesco aveva un profilo pastorale più marcato, e ovviamente, venendo dall’America Latina, era influenzato da una teologia più “sul campo”, post-conciliare.
Cimperman: Credo che i due si sarebbero trovati d’accordo sulle questioni legate alla Terra. Se si leggono i testi che hanno scritto sul creato, si vede che entrambi riconoscevano la necessità di relazioni giuste, e che le attuali economie non servono né l’uomo né il creato. Scrivevano in modo diverso.
Molti trovavano più facile leggere Francesco che Benedetto, ma i contenuti erano spesso molto vicini. Certo, c’erano delle differenze. Benedetto era uno studioso, insegnava teologia e affrontava con interesse i dibattiti del momento.
Ricordo che padre Donald Senior, passionista e membro della Pontificia Commissione Biblica, raccontava come il cardinale Ratzinger partecipasse con entusiasmo, anche dopo essere diventato papa. Era attento alle domande spirituali delle persone.
Le sue encicliche sull’amore e sulla speranza riflettono proprio questo. Il suo linguaggio era più complesso, ma i contenuti profondi. Francesco parlava un linguaggio più accessibile.
E quali altre differenze riscontrate?
Cimperman: Francesco era un uomo che si lasciava interrogare dalla realtà. Il suo “DNA ignaziano” lo portava ad ascoltare profondamente. Invitava le persone a incontrare Gesù. Ascoltava le storie, le grida, le speranze. E da lì partiva. Ha chiesto anche a noi teologi di fare lo stesso: partire dalle domande della gente. Il suo stile di vicinanza e di ascolto ha dato un modello anche per noi. E, per sua natura, Francesco era attratto dalle narrazioni, dalle storie. Ci chiedeva: “E ora tu, teologo, che cosa ci fai con questa storia?”
Si tende a dire che Benedetto era più tradizionalista e Francesco più progressista. Ma forse si sono incontrati, almeno in parte?
Heaney: Questa visione intermedia mi convince. Due cose mi colpiscono in particolare di Benedetto. La prima è che, nel suo primo libro su Gesù, scrive esplicitamente: “Questo è un libro di teologia, non è dottrina.”
È un gesto di libertà. Giovanni Paolo II non l’avrebbe mai fatto. Lui parlava sempre in modalità “magistero”. La seconda è la sua decisione di dimettersi. Dire “Devo farmi da parte” è stato un gesto di grandissima umiltà.
Quanto a Francesco, non direi che fosse teologicamente così progressista. Era una persona aperta, calda. Ma ha aperto lo spazio per parlare di temi prima inaccessibili: il ruolo delle donne, la sessualità, la vita familiare. Ha aperto porte. E questo è stato enorme.
Io sono cresciuta in un tempo in cui certi argomenti non si potevano nemmeno nominare. Non erano nemmeno discussi. E allora come possiamo spiegare alle nuove generazioni perché le cose stanno come stanno, se nemmeno noi abbiamo potuto discuterne?
Anche il tono del pontificato di Francesco era molto diverso rispetto a quello di Benedetto.
Cimperman: Maeve ha ragione. Al tempo di Giovanni Paolo II e di Benedetto, molti teologi furono sottoposti a indagine. Con Francesco no. Non mi risulta che abbia mai aperto inchieste contro teologi.
Credo che si fidasse del fatto che i teologi potessero confrontarsi tra loro. Se qualcosa era problematico, si discuteva. Non c’erano argomenti tabù. Non è detto che Francesco li abbia portati avanti, ma ha creato spazio per scriverne. Penso soprattutto all’etica sessuale: prima c’era molta più esitazione nel pubblicare su questi temi.
In Argentina, Francesco ha avuto un rapporto complesso con la teologia della liberazione. Ma durante il pontificato l’ha accolta in parte, rendendo anche omaggio a Gustavo Gutiérrez.
Cimperman: Se la teologia della liberazione significa essere in solidarietà con chi è reso povero, allora sì, Francesco si è sempre trovato lì. E non è qualcosa che ha imparato da papa: era parte della sua vita.
Ha vissuto la teologia della liberazione. Si è confrontato con l’esperienza concreta, con l’analisi sociale, con il grido dei poveri. Ha agito in modo profetico, ha saputo nominare il peccato e nominare la grazia. La sua vita ha parlato chiaro: ha vissuto l’opzione preferenziale per i poveri.
E adesso, con papa Leone XIV — agostiniano — che direzione possiamo aspettarci in campo teologico? Il cammino aperto da Francesco continuerà?
Heaney: Papa Leone XIV è sicuramente una figura con una propria personalità. Ma ha già mostrato di voler raccogliere parte della visione e del percorso di Francesco.
Sento in lui un forte desiderio di unità, e questo mi dà speranza. Credo profondamente che lo Spirito, attraverso papa Leone, continuerà a guidarci.
Cimperman: Sì. Credo che lo spirito agostiniano porterà frutti. Comunità, unità, dialogo: sono già nel suo vocabolario papale. È lo stile che sta incoraggiando, portando avanti lo slancio iniziato da Francesco e accompagnandoci oltre.
La sua esperienza pastorale, la sua formazione teologica e canonica lo accompagneranno nel cammino sinodale. “Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”: sono parole di sant’Agostino che papa Leone ha citato nel suo primo discorso. Dicono già tanto.
Sono molto curiosa di vedere cosa porterà e come crescerà nella sua vocazione e nel ministero di pastore e vescovo di Roma. Farà grandi cose. E sicuramente anche degli errori.
Ma speriamo che possa camminare con noi nella logica dell’amore e della misericordia. E che anche noi sappiamo offrirgli amore e misericordia.
Testo originale: “Q&A with 2 sister theologians on Francis’ theological legacy: Part 2”

