Due teologhe s’interrogano sull’eredità teologica di papa Francesco
Articolo di Chris Herlinger, pubblicato sul Global Sisters Report (Stati Uniti) il 19 giugno 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata. Prima parte
Ora che è stato eletto papa Leone XIV, si può tornare a riflettere, almeno per un po’, sulla figura del defunto papa Francesco.
Una delle domande centrali riguarda la sua eredità teologica: quale contributo ha dato alla teologia? Quanto sarà duraturo? Il suo successore lo raccoglierà?
In una recente intervista rilasciata congiuntamente al Global Sisters Report, due suore cattoliche e teologhe — suor Maeve Heaney e suor Maria Cimperman — concordano sul fatto che uno dei pilastri del lascito di Francesco sia stato il suo forte accento sulla teologia pastorale e sull’importanza di confrontarsi con le esperienze vissute delle persone, in particolare di quelle emarginate.
Fondamentale è stata anche la sua apertura al dialogo e la promozione di una chiesa sinodale, cioè meno clericale e più disposta ad accogliere voci diverse, in particolare laiche, nel dibattito ecclesiale.
Un altro aspetto destinato ad avere un impatto duraturo è il suo insegnamento sulla cura della Terra, in particolare con la storica enciclica Laudato si’. Sulla cura della casa comune.
Suor Maeve Heaney, appartenente alla Comunità Verbum Dei, insegna alla Australian Catholic University di Brisbane.
Suor Maria Cimperman, religiosa del Sacro Cuore di Gesù, insegna etica teologica e vita consacrata alla Catholic Theological Union di Chicago. Attualmente vive a Roma e coordina il processo sinodale presso l’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG).
Questa è la prima parte dell’intervista con loro.
Papa Francesco non era un teologo di formazione come Benedetto XVI, ma ha sicuramente offerto un contributo alla teologia. Secondo voi, quale sarà il suo contributo più rilevante?
Heaney: Non credo sia necessario definire Francesco come un teologo, ma mi viene da ribattere ogni volta che sento dire: “Beh, non era un teologo. Il suo contributo non riguarda la teologia, ma la pastorale” — come se fosse l’opposto di Benedetto. Per me questa è una distinzione fuorviante. Francesco aveva una visione ben precisa di cosa dovesse essere la teologia, ed è stato molto intenzionale nel portarla avanti.
Avere uno sguardo pastorale non significa essere meno consapevoli teologicamente o incidere meno sulla teologia. Anzi, credo che Francesco abbia allargato gli orizzonti della teologia in molti modi. La teologia era ben presente nel suo pensiero, anche senza bisogno di definirlo “teologo”.
Cimperman: È vero che a volte diceva “Non sono un teologo”, ma chiedeva molto ai teologi. Ci chiedeva di essere presenti sul territorio. Ci interpellava, come aveva fatto anche il teologo peruviano della liberazione Gustavo Gutiérrez: “Se davvero vi stanno a cuore le persone rese povere, che rapporto avete con loro? Chi sono? Come si chiamano?”
Dopo la conclusione dell’assemblea sinodale del 2023, Francesco ha pubblicato un motu proprio — un documento papale promosso su sua iniziativa — in cui ci chiedeva di praticare una teologia estroversa, contestuale, transdisciplinare, dialogica, intrecciata a una rete di relazioni, e sempre radicata nella profondità della nostra tradizione. Questo era ciò che si aspettava dai teologi.
Voleva anche che fossimo connessi alla vita delle persone, e alla Terra. Il personale, il pastorale e il teologico dovevano essere intrecciati, come insegna anche Laudato si’. Francesco ci ha ricordato che la Terra e le persone sono legate: non si può avere l’una senza l’altra. Ci ha aiutato a integrare questi aspetti in modo più profondo.
Inoltre, desiderava che i teologi lavorassero insieme in uno stile sinodale: ascoltandosi reciprocamente, allargando il cerchio del dialogo e del discernimento comunitario.
Nel documento finale del sinodo — approvato da Francesco — si invita esplicitamente a promuovere il dialogo tra teologi e pastori. Dobbiamo collaborare di più, al servizio del Popolo di Dio, camminando insieme verso il Regno di Dio.
Secondo voi Laudato si’ sarà il suo lascito teologico più duraturo?
Heaney: È sicuramente uno dei suoi contributi più importanti. Probabilmente è anche quello più visibile a livello globale. È un documento che ha attirato l’attenzione di tutti, ed è la prima volta che vedo il Vaticano elaborare un vero e proprio “piano d’azione” attorno a un documento dottrinale.
Penso che rimarrà come un’eredità straordinaria per il mondo, come punto di connessione e anche come contributo creativo alla teologia. Diciamocelo: ha cambiato la nostra spiritualità, che finora era stata molto individualista o focalizzata su aspetti moralistici legati alla sessualità. Laudato si’ ci ha spinti verso una spiritualità più creativa e attenta all’ambiente.
Cimperman: Anche Giovanni Paolo II aveva una certa consapevolezza della crisi ecologica. Il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1990 è stato significativo. E l’enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, parlava del legame tra umanità e Terra, con passaggi davvero belli che però spesso vengono ignorati.
Con papa Francesco e Laudato si’, questa consapevolezza ha raggiunto un livello completamente nuovo, e da lì sono nate nuove collaborazioni e movimenti. C’è ancora molto da fare per attuarla pienamente, ma il suo impegno e la sua scrittura hanno aperto tante strade.
E aggiungerei anche Fratelli tutti: meno conosciuta forse, ma anche quella offre una visione del mondo molto importante.
Parliamo ora della sinodalità.
Cimperman: Sì. Se dovessi indicare un ambito per cui Francesco verrà ricordato più di ogni altro, sarebbe proprio la sinodalità. È una dimensione ancora in fase di maturazione teologica, ma è stato lui ad aprire questo cammino in modo nuovo. La sinodalità influenzerà il nostro modo di relazionarci con Dio, con gli altri e con il creato.
Nel documento finale sulla sinodalità si chiede ai teologi di sviluppare questa visione in ogni ambito possibile — e di praticarla nel farlo.
Questo cammino, che unisce rinnovamento spirituale e riforma strutturale, avrà un impatto su ogni area della vita ecclesiale: l’ecclesiologia, i sacramenti e molto altro. Stiamo imparando a chiederci: “Come possiamo essere una chiesa in missione?” Questo cambierà il nostro modo di partecipare, discernere insieme, costruire comunità e annunciare con gioia e servizio il Vangelo come discepoli missionari.
Come donne teologhe, vi siete sentite sostenute da Francesco nel vostro lavoro?
Heaney: Sì, mi sento di dire di sì. Durante il pontificato di Francesco, ho potuto porre domande. Io credo nel far progredire la Chiesa, ma penso anche che dobbiamo muoverci con attenzione. E quando percepivo che era il momento giusto per fare un passo, lo facevo. Perché è importante che le nostre azioni siano ponderate.
E sento di aver potuto farlo. Ho potuto cominciare a dare un nome a certe cose in modo sensato, cosa che prima non era possibile. Credo che Francesco capisse la teologia, volesse le donne nella teologia e ci abbia dato spazio per esserci.
Certo, a volte non ero d’accordo con alcune sue posizioni teologiche, ma mi sembrava una persona disposta ad ascoltare un’opinione teologica diversa, capace di lasciarsi interrogare e, forse, cambiare prospettiva.
Cimperman: Anch’io penso che fosse aperto a lasciarsi trasformare, a confrontarsi sul ruolo delle donne. Ci ha lavorato, ha cercato degli spazi.
Per esempio, denunciare il clericalismo è stato uno di quei passaggi. E poi, nominare donne a incarichi di alto livello — come a capo di un dicastero, o nella segreteria del Sinodo dei vescovi — è stato uno di quegli spazi. Stava cercando di spingere quanto poteva.
Come donna teologa, nel pontificato di Francesco, ho sentito di poter porre le domande importanti, quelle urgenti, e di poter prendere parte al dibattito.
Testo originale: “Q&A with 2 sister theologians on Francis’ theological legacy: Part 1”

