“È complicato”. La difficile convivenza della fede nella mia identità non binaria
Articolo di Elsie Carson-Holt pubblicato su New Ways Ministry (Stati Uniti) il 28 maggio 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
«Più della metà delle persone cresciute nella Chiesa cattolica ha abbandonato la Chiesa a un certo punto della propria vita. Se oggi qualcuno mi chiedesse se mi considero ancora cattolicə, l’unica risposta sincera che posso dare è: “È complicato.”»
Con queste parole, Vik Pepaj – scrittorə non binariə e redattorə della rivista mensile The Press dell’Università di Stony Brook – apre il proprio saggio intitolato How to Fail at Being a Lapsed Catholic (“Come fallire nell’essere unə ex cattolicə”), in cui riflette sulla tensione tra identità queer e fede cattolica.
Vik racconta come la religione sia stata una presenza costante, anche in una famiglia non praticante:
«Anche se nella mia famiglia non si andava a messa ogni domenica né si partecipava attivamente alla vita della parrocchia, la religione era comunque una presenza forte. Quando mi svegliavo per affrontare giornate impegnative, mia madre mi buttava addosso un po’ di acqua santa, così – diceva – avrei avuto la forza di Dio con me.
Ogni traguardo raggiunto, ogni cuore spezzato, ogni strada incerta veniva affidato a Dio e affrontato con la preghiera. Quando ho iniziato a interrogarmi sulla mia sessualità, ho provato a parlarne con mia madre… e lei si è rivolta alla Bibbia.»
La riflessione si fa più profonda nel momento in cui Vik individua la radice del dolore non tanto nella dottrina, ma nei comportamenti e negli atteggiamenti delle persone intorno:
«Quel conflitto interiore non esisteva nel vuoto. I problemi con la religione non nascevano soltanto dalle Scritture, ma da come quei testi prendevano vita nelle persone intorno. Gli atteggiamenti di familiari e amici religiosi verso le persone queer erano profondamente influenzati dai valori cattolici.
Non servivano parole esplicite o versetti urlati: bastava il silenzio. Bastavano i mezzi sorrisi, le frasi non dette, il modo in cui evitavano l’argomento. La vergogna verso l’essere queer era palpabile. E quando tutto questo era legato a Dio, quel senso di rifiuto diventava ancora più doloroso.»
Questo ha avuto un impatto anche sul rapporto con la madre:
«I suoi commenti sempre più scoperti sul “mondo queer” mi facevano arrabbiare. E più la ascoltavo, più mi rendevo conto che molte delle sue rigidità venivano proprio dalla Chiesa cattolica. Da quella religione che ci aveva formato. Da quella fede che mi aveva insegnato, insieme, l’amore e il giudizio.»
Anche la scuola cattolica ha avuto un ruolo nel modellare questo vissuto, ma in modo ambivalente:
«Ho frequentato una scuola media cattolica, ma a dire il vero non era molto diversa da una scuola pubblica, solo con più crocifissi e una lezione di religione ogni giorno.
Nessuno mi ha mai rimproverato perché sono queer, ma nemmeno mi hanno mai fatto sentire pienamente accoltə. Ogni volta che provavo a dire qualcosa, i professori trovavano il modo di rispondere, senza però mai mettere in discussione l’insegnamento della Chiesa. Non erano perfetti, certo. Ma voglio credere che almeno ci abbiano provato.»
Il clima scolastico era fatto di luci e ombre:
«Avevo un gruppo di amici e amiche, alcune persone queer, altre no, e non sembrava che la mia identità desse fastidio. Ma bastava un insulto buttato lì, una battuta infelice – di solito da parte di chi mi stava alla larga – per ricordarmi quanto fosse fragile quella accoglienza. Apparivo forte, orgogliosə. Ma dentro avevo paura. E quando finalmente provavo a parlare davvero, molte maschere cadevano.»
Oggi, Vik riconosce di non essere unə cattolicə praticante, ma sta trovando un modo personale per fare i conti con la fede e con la Chiesa:
«Col passare degli anni, ho capito che portare rancore verso Dio e la Chiesa era una fatica enorme. Fingere di non desiderare quello che vedevo negli altri – una fede viva, un rapporto intimo con il sacro – mi logorava.
Vedere le persone che riuscivano a sentirsi a casa nella fede, mentre io lottavo per non sentirmi fuori posto, è stato ciò che mi ha spintə a scappare. Ma dentro di me il desiderio di fede non si è mai spento. Avevo bisogno di credere in qualcosa. Di dare senso al mio cammino.»
Vik conclude il proprio saggio con una sincera dichiarazione di apertura:
«Non sono prontə a vivere la religione come la vive unə cattolicə praticante. Non tutte le domeniche, non solo durante la Quaresima. Ho provato e fallito tante volte. Ma continuerò a provarci finché non sarà la mia fede ad avere senso per me. Quando mi chiedono qual è il mio rapporto con la religione, la mia risposta resta sempre la stessa: “È complicato.”
Ho troppi ricordi, troppe ferite, e forse anche troppo orgoglio queer per sentirmi veramente a casa nella Chiesa cattolica. Ma ogni anno, un piccolo passo alla volta, torno a cercare qualcosa.
Ogni mese trovo un versetto o una preghiera che mi parla. E ogni giorno, sopra la mia scrivania, c’è una bottiglietta di acqua santa – ancora chiusa – che continua a fissarmi. Come a dire: ‘Sono qui. Quando vorrai.’»
Testo originale: Finding Solace in Something That Makes You Feel Excluded

