Enzo Bianchi, uno scomodo profeta?
Riflessioni di Massimo Battaglio
Questo è l’ ENZO BIANCHI che ho conosciuto io nel 1979: il protagonista di un breve documentario di Ernesto Balducci sulle esperienze nate dal Concilio e dal Sessantotto: due cose che, all’epoca, sembravano stare molto bene insieme.
Personalmente, non l’ho frequentato granché. Diciamo che l’ho incontrato qualche volta. Ultimamente ci è capitato di corrispondere su questioni lgbt+ e anche lì voleva essere più avanti di chiunque. Ci dette da pensare ma fu un bellissimo scambio di opinioni.
Ma non credo che siano in molti ad averlo conosciuto molto meglio di me. Perlomeno, sono molti meno di quelli che ora ne parlano, chi tessendo le lodi del grande teologo, chi dell’eretico da perdonare.
Enzo Bianchi ha avuto contatti con tante di quelle persone, che la percentuale di amici veri diventa davvero irrisoria. Lasciava il segno, sì, anche in un solo incontro. Ma questo non ci autorizza a parlarne come di un grande amico.
Però aveva una memoria di ferro. Ricordava i nomi e i volti di tutti, anche di coloro che aveva incontrato anni prima, come me. E’ una dote tipica dei profeti.
A me pare che ci siano diverse cose da chiarire, sulla storia di Enzo Bianchi, senza le quali è impossibile non solo tratteggiarne il profilo ma nemmeno coglierne il messaggio. Ne voglio ricordare qualcuna.
Nel 1965 andò ad abitare a Bose, gruppo di catapecchie ridotte a due soli abitanti, un vecchio pastore e la sua vecchissima mamma. Ci rimase da solo per tre anni. I primi fratelli si stabilirono con lui nel 1967. Erano Lino, Giancarlo, Daniel e Antonella: un giovane, un frate marista, un pastore protestante e una ragazza. Altri arrivarono un po’ più tardi.
Ma non è del tutto vero che Enzo restò da solo per tre anni. Gli amici di Torino con cui aveva dato via in precedenza a un gruppo di studio biblico, già frequentavano Bose nei fine settimana. Il problema banale è che avevano tutti un lavoro e non potevano lasciarlo dall’oggi al domani. All’epoca, Bose non aveva sponsor. La scelta di lavorare all’esterno, chi come infermiere, chi come insegnante, chi come operaio, era più obbligata che ideologica. E a decidere di spararsi sessanta chilometri con la seicento tutti i giorni per poi riprendere il lavoro in comunità… ci vuole un fisico!
Fatto sta che l’idea di un gruppo di monaci lavoratori, a molti piacque (e a me per primo) ma a molti altri non piacque affatto. Sin dall’inizio, l’esperimento di Enzo Bianchi fu ostacolato da tutte le parti soprattutto dalla Chiesa. Si credeva che il “prete operaio” sarebbe diventato “comunista”, che mettere insieme cattolici e protestanti avrebbe portato all’imbastardimento del cattolicesimo, che far vivere insieme monaci e monache avrebbe reso impossibile il celibato.
E così, il vescovo di Biella, Carlo Rossi, appena arrivati i primi fratelli, emanò sulla comunità un interdetto: proibì che vi si celebrasse l’eucarestia. Fu allora che entrò in scena il card. Pellegrino, allora vescovo di Torino, che decise di infischiarsene e di andare di proposito a celebrare messa per Enzo e i suoi tutte le volte che poteva.
A lui fece seguito un certo numero di preti “di un certo tipo” o “di frontiera” come vogliamo dirla e il gesto del vescovo biellese ebbe l’effetto contrario: l’interdetto fu sciolto per evitare una figura di niente e Bose cominciò a crescere.
Crebbe forse troppo in fretta. Nel 1973, i primi sette membri della comunità fecero la professione solenne; nel 1979 erano già quattordici. Discussero se era il momento di aprire definitivamente le porte e inaugurarono un noviziato, di cui si occupò Luciano, arrivato nel 1981. Ma nessuno di loro possedeva conoscenze di psicologia, pedagogia, dinamiche giovanili. Si misero a studiare – erano gente matta per lo studio – ma immagino che non sia stato un gioco facile.
Eppure fu un gioco vincente. Sulle soglie del 2000, la comunità contava più di cento membri e continuava a crescere. Qualcuno lasciava, altri entravano. La vecchia borgata era completamente ristrutturata e si era costruita una nuova chiesa. Al lavoro “in esterno” si era affiancato quello “interno”: si erano aperti una casa editrice e un laboratorio di icone; per alcuni moaci, l’attività ricettiva era diventata una vero e proprio mestiere.
E nuovi amici venivano alle settimane bibliche, agli incontri o a passare semplicemente il week-end. Non erano più soltando gli yppies e gli incazzati sociali della mia adolescenza ma anche personaggi influenti come il nuovo sindaco di Torino Castellani, l’assessore Baffert e il loro entourage. Gente in gamba, per carità, ma un po’ troppo “vincente” per rispettare fino in fondo la missione di Enzo. La loro presenza fu determinante nel far uscire Bose dai confini dell’antica cascina. In particolare, Bianchi cominciò a collaborare non più solo con parrocchie di periferia ma con diocesi, seminari, trasmissioni radiofoniche come “Uomini e Profeti” (1998-2013) e poi televisive.
Nella comunità erano ormai compresenti tre generazioni: i “sessantottini” fondatori, i “cattolici alternativi” degli anni ’70, e i giovani del “riflusso”, tanto illuminati quanto fragili, che spesso giungevano al monastero (perché ormai aveva preso quella forma) senza alcuna esperienza ecclesiale pregressa.
Era impossibile che una comunità così formata potesse continuare a essere il luogo paradisiaco che il pubblico si aspettava. E fu lì che gli invidiosi, quelli che avrebbero voluto ammazzare Bose fin dall’inizio e che ora la vedevano come un nemico pericoloso, ebbero gioco facile. Risfoderarono i bastoni, arruolarono qualche falso psicologo ecclesiastico interessato più a dimostrare le sue bislacche teorie che a favorire una riconciliazione, e colpirono definitivamente sia Enzo e sia Bose in un colpo solo.
Non ci riuscirono, come dimostrano gli ultimi anni di cronaca fino all’altro ieri.
Il resto, il profeta, il povero, il cattocomunista, adesso anche il tradizionalista (ma quando mai?), mi paiono sinceramente invenzioni. Così come mi paiono invenzioni le inimicizie incolmabili tra Enzo e la sua ormai irriconoscibile creatura.
A proposito, giovedì scorso, al funerale, i giovani di Bose erano presenti. E padre Amedeo Cencini, il teorico della “uccisione simbolica del fondatore” e della “omosessualità strutturale e non strutturale”? Aveva da fare?
Io, Bianchi, lo ricordo così.

