El viaje de Lorenzo hacia ser gay y católico
Testimonianza di Lorenzo tratta dal libro curato da Elisa Belotti*, Confío en ti. Escuchando a las personas cristianas LGBT+ y a sus padres, edito da La tenda di Gionata, marzo 2026, pp.14-17
Sono passato dalla disperazione per aver visto crollare un futuro che mi sembrava così certo alla convinzione che quella fosse un’occasione…
Oggi ho 24 anni ma per raccontare questa storia devo tornare indietro almeno a quando ne avevo 19. Ero in quinta superiore e stavo facendo un percorso di discernimento da almeno un anno per entrare in seminario. Stavo lavorando sulla mia vocazione da tempo, seguendo tutti i passi previsti. Avevo fatto degli esercizi spirituali ignaziani, ad esempio, in cui ho discusso con il mio padre spirituale – il vicario della diocesi – del mio orientamento sessuale.
Gli ho detto di essere gay e ne abbiamo parlato, l’abbiamo affrontato come un tema come tutti gli altri, integrato nel mio cammino ma senza considerarlo un problema o un ostacolo.
A questa scelta di diventare presbitero sono arrivato pian piano, all’interno di un cammino di lontananza e vicinanza con la chiesa cattolica. Io sono cresciuto in Sicilia, sostanzialmente al di fuori degli ambienti parrocchiali.
I miei genitori mi hanno tolto dal percorso di catechesi quando ero ancora bambino, perché credevano che fosse meglio vivere un cammino di fede da più grandi, quando si hanno più strumenti. E stiamo parlando di genitori credenti. La mia è sempre stata una famiglia cristiana in cui si legge il Vangelo. Eppure avevano avuto un’esperienza di chiesa molto difficile, probabilmente segnata dalla violenza, anche se non ho mai conosciuto i dettagli.
Di conseguenza, quando hanno saputo del mio desiderio di partecipare alla vita della diocesi prima e di diventare prete poi, hanno manifestato un certo disaccordo. Lo vedevano come un andare al macello, limitarmi nelle potenzialità della vita, non affermarmi al massimo delle mie capacità. Erano titubanti anche per via del mio orientamento sessuale.
Io ho capito di essere gay durante le scuole medie. La mia famiglia era molto tranquilla su questo, ma temeva che, alla luce dell’omofobia diffusa, vivessi delle brutte esperienze, sia nella società che nella chiesa cattolica. E in effetti così è stato.
Quando ancora vivevo in Sicilia mi hanno fatto outing¹ e nel giro di pochi giorni lo sapeva tutto il paesino in cui abitavo. Poi, durante gli anni delle scuole medie, ci siamo trasferiti in Liguria.
Qui non ho subito discriminazione fisica ma psicologica. Chi lo sapeva mi guardava come se avessi una malattia. Il prete della mia parrocchia mi ripeteva in continuazione che dovevo stare tranquillo perché sarei tornato a pensieri eterosessuali, che era una fase data da una non piena maturazione della mia sessualità. C’è ancora tanta ignoranza su come funzionano identità e sessualità e manca una formazione strutturata, rivolta soprattutto ai preti.
Appena arrivato in Liguria, comunque, ho subito cercato un coro, perché amavo cantare. Mi hanno consigliato di parlare con il direttore di canto lirico che gestiva anche il coro della parrocchia accanto a casa mia. L’ho incontrato per conoscerlo e poi mi sono fermato a messa. Era la Veglia delle Palme.
Me lo ricordo con precisione perché da quel momento in avanti ho iniziato a frequentare la parrocchia e poi la diocesi con assiduità. Andavo a messa tutte le domeniche, facevo volontariato, ero molto impegnato… tanto che avevo deciso di dedicare la mia vita alla chiesa cattolica diventando prete. E tutto sembrava stabilito.
La situazione si è rovesciata a una settimana dal mio ingresso in seminario. Tutte le persone attorno a me sapevano della mia scelta di vita, la strada era tracciata… sembrava praticamente certa.
In quel momento mi sono scontrato con il vescovo della mia diocesi e il rettore del seminario. È stato un impatto brusco, terrificante, oserei dire. Sono state due ore di colloquio dove avevo davanti dei membri del clero convinti che l’omosessualità fosse sbagliata, oscena, patologica.
Ho subito una vera e propria violenza psicologica. Sono stato tartassato con domande intime e insistenti sulla mia sessualità, alla ricerca di una qualche perversione, di qualcosa di sporco, brutto.
Io sono cresciuto in quella diocesi, molto tradizionalista, quindi ero consapevole di vivere in una chiesa poco sensibile su questi temi. Fino a quel momento, però, si era ridotto tutto a un «È solo una fase», anche perché non ero l’unico ragazzo omosessuale in chiesa cattolica.
In particolare ricordo un mio compagno di classe, attivo in parrocchia come me. Passavamo il fine settimana insieme in giro tra le chiese della diocesi, impegnati in vari servizi. Lui è rimasto convinto che essere gay fosse un problema, quasi una malattia.
Durante quel colloquio con il rettore del seminario mi sono sentito come se fosse davvero colpa mia, come se avessi perso la retta via e stessi vivendo qualcosa di demoniaco. Mi è stato addirittura proposto un percorso con uno psicologo scelto dal seminario per valutare quanto fosse radicata in me l’omosessualità. Era, velatamente, un percorso di terapie di conversione.
Per fortuna il mio padre spirituale, che conosceva bene quell’ambiente, me l’ha sconsigliato e non l’ho mai intrapreso. Sono stato pesantemente giudicato per il mio orientamento sessuale e reso vulnerabile tramite domande eccessivamente intime e personali. Ne sono uscito sconcertato. Mi ci è voluta una settimana a letto per riprendermi.
Durante quei giorni cercavo online delle chiese che potessero realmente rispondere in modo accogliente e intelligente a quello che portavo con me… al mio orientamento sessuale sì, ma alla mia identità più in generale.
Per caso mi sono imbattuto nel sito de La Tenda di Gionata e ho notato la sezione “Mi fido di Te”. Ho subito deciso di scrivere e di raccontarmi. Dopo pochi giorni è arrivata la risposta.
Innocenzo Pontillo mi ha messo in contatto con padre Pino Piva² e Paolo Spina³, un altro volontario dell’associazione che ha avuto un’esperienza simile alla mia.
Paolo mi è stato di grande aiuto dal punto di vista dell’accompagnamento emotivo. Mi ha dato conforto, sostegno… presenza. Padre Pino Piva mi ha aiutato a capire che essere stato rifiutato dal seminario, in fondo, non è stato negativo, ma una salvezza.
Non è stato facile sviluppare questa consapevolezza. Ero davvero a due passi da una nuova vita che avevo desiderato e immaginato. Inoltre mi trovavo senza piani B. Tutta la mia vita si basava sull’ingresso in seminario. Non mi ero iscritto all’università, non avevo un aggancio per un lavoro. Nulla.
Sin embargo, al trabajar en mí mismo y en este momento difícil, pasé de la desesperación a la creencia de que ésta era una oportunidad. Era como si Dios supiera que el seminario no era para mí... que encontraría más violencia y juicio. Como si quisiera salvarme y presentarme otra forma de vivir y expresarme.
Y eso es lo que experimento hoy.
Me he convertido voluntario para “Confío en ti” y estoy comprometido a nivel local y nacional para que la Iglesia católica pertenezca verdaderamente a Cristo y no a una ideología tradicionalista que se cree más importante que el corazón de las personas con las que se encuentra.
Me mudé. Cambié de ciudad. He tomado nuevos caminos. Casi por casualidad me mudé a Florencia y comencé a estudiar de nuevo. Me matriculé en la universidad y en 2025 me gradué en Historia con una tesis sobre cómo se desarrolló el patriarcado en la iglesia católica y sobre cómo la teología feminista del siglo XX cuestionó este sistema.
Hoy sigo estudiando, asisto al máster... y poco a poco he ido volviendo a encajar las piezas. Y ahora tengo en mis manos las riendas de mi vida.
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* Elisa Belotti es periodista y docente, se ocupa de los derechos humanos y de las comunidades marginadas, con especial atención al impacto de la religión en la sociedad. ParaLa Revista, escribió investigaciones cómicas sobre la clase de religión en el colegio, la violencia contra las religiosas y las mujeresterapias de conversión. Ella es la autora deSin molinos, una newsletter sul cristianesimo nel mondo.
[1] Il coming out è la libera scelta di una persona di raccontare la propria identità. L’outing, invece, è la rivelazione forzata e non consensuale dell’identità altrui da parte di terzi.
[2] Giuseppe (Pino) Piva è un gesuita che accompagna da anni persone LGBTQ+ in vari cammini di integrazione personale, spirituale ed ecclesiale.
[3] Paolo Spina è un medico, appassionato di Sacra Scrittura e teologia femminista e queer. Laureato in Scienze religiose, collabora con il Progetto Cristiani LGBTQ+ e con La Tenda di Gionata.

