Esistere era già una colpa. Le persone LGBT+ nella persecuzione nazista
Quando ricordiamo la persecuzione nazista delle persone omosessuali, spesso lo facciamo attraverso simboli e leggi: il triangolo rosa, il paragrafo 175, i campi di concentramento. Tutto vero. Ma non basta.
Per fare memoria davvero serve tornare alle vite concrete, ai corpi, alle relazioni, ai nomi. Perché accanto agli uomini gay, più visibili nei documenti ufficiali, ci sono state donne lesbiche e persone trans, perseguitate in modo meno sistematico, più ambiguo, e proprio per questo più facilmente cancellate.
In molti casi non vennero arrestate “per ciò che facevano”, ma perché esistevano fuori dalla norma.
Henny Schermann, “lesbica licenziosa”
Henny Schermann nasce a Francoforte nel 1912. È ebrea, lavora come impiegata, vive in modo indipendente e frequenta locali lesbici. Nel 1940 viene arrestata dalla Gestapo.
Nel suo fascicolo, sotto una fotografia segnaletica, un medico nazista scrive: “Lesbica licenziosa che frequenta esclusivamente locali omosessuali”
(Bundesarchiv Berlin).
Henny viene deportata nel campo femminile di Ravensbrück. Due anni dopo è trasferita al centro di eutanasia di Bernburg, dove viene uccisa nella camera a gas nel 1942.
Di lei non restano parole sue. Solo quelle scritte contro di lei. Ed è per questo che ricordarla oggi significa restituirle dignità, strapparla alla definizione violenta che il regime nazista ha voluto lasciarci.
Mary Pünjer, classificata come “antisociale”
Mary Pünjer nasce nel 1904 ad Amburgo. Anche lei è ebrea. Anche lei è lesbica.
Quando viene incarcerata, nel registro della prigione compare una nota essenziale, fredda: “Molto attiva come lesbica”.
Mary viene classificata come asozial, antisociale. Deportata a Ravensbrück e poi trasferita a Bernburg, dove muore nel 1942.
La sua storia ci dice qualcosa di scomodo: non serviva infrangere una legge per essere eliminate. Bastava non rientrare nell’idea di donna voluta dal regime: moglie, madre, silenziosa, obbediente.
Margot Heuman, sopravvivere insieme
Margot Heuman nasce nel 1928. È ebrea, è una ragazza. Viene deportata con la famiglia prima a Theresienstadt e poi ad Auschwitz.
Nel campo si innamora di un’altra giovane deportata. Anni dopo racconterà:
“Non avevamo parole per dirlo. Era solo stare insieme, proteggerci, non essere sole”
(Margot Heuman, intervista alla USC Shoah Foundation)
Margot sopravvive ad Auschwitz, Neuengamme e Bergen-Belsen. Dopo la guerra emigra negli Stati Uniti. Per decenni tace sia l’esperienza del lager sia il suo essere lesbica.
La sua testimonianza ci ricorda che anche nei luoghi della disumanizzazione totale le relazioni potevano diventare resistenza, una forma fragile ma reale di salvezza.
Lucy Salani, persona trans sopravvissuta a Dachau
Lucy Salani nasce a Bologna nel 1924. Assegnata maschio alla nascita, diserta l’esercito fascista. Viene arrestata e deportata nel campo di Dachau.
Ricorderà più tardi:
“A Dachau ho visto l’inferno. Ma io sono sopravvissuta. E dopo ho deciso che dovevo vivere come ero” (Lucy Salani, C’è un soffio di vita soltanto, Fandango Libri, 2019).
Lucy è riconosciuta come l’unica persona transgender italiana sopravvissuta a un lager nazista. Dopo la guerra affronta un’altra lunga battaglia: quella per il riconoscimento della propria identità, in un Paese che preferiva non vedere.
La sua vita mostra che la persecuzione non finisce sempre con la liberazione dei campi. A volte continua, più silenziosa, più quotidiana.
Heinz Heger, “un triangolo rosa”
Per tenere insieme la memoria, non può mancare una voce gay. Una delle più importanti è quella di Heinz Heger, pseudonimo di Josef Kohout, austriaco, deportato nei campi di Sachsenhausen e Flossenbürg perché omosessuale. Nel suo libro scrive:
“Per noi con il triangolo rosa non c’era solidarietà. Eravamo in fondo a tutto. Dovevamo imparare a non crollare dentro”
(Heinz Heger, Die Männer mit dem rosa Winkel, Merlin Verlag, 1972).
Il suo racconto parla di violenze, isolamento, disprezzo, ma anche di piccoli gesti di umanità che permettono di restare vivi. È una delle prime testimonianze a dire chiaramente che gli uomini gay furono perseguitati per ciò che erano, non per singoli atti.
Per un percorso della memoria
Queste storie non servono a fare classifiche del dolore. Servono a allargare la memoria, a ricordare che il nazismo colpì i corpi, i desideri, le identità, e che alcune vite sono state cancellate più a fondo di altre.
Fare memoria oggi significa anche chiederci:
chi resta ancora senza nome?
chi viene ricordato solo a metà?
chi continuiamo, magari senza accorgercene, a non vedere?
Per approfondire
– Heinz Heger, Die Männer mit dem rosa Winkel, Merlin Verlag, 1972.
– Lucy Salani, C’è un soffio di vita soltanto, Fandango Libri, 2019.
– United States Holocaust Memorial Museum, “Lesbians and the Nazi State”, https://encyclopedia.ushmm.org
– Memorial de la Shoah, “La persécution des homosexuels sous le régime nazi”, https://www.memorialdelashoah.org
– USC Shoah Foundation Visual History Archive, https://sfi.usc.edu

