Essere persone LGBT+ alternative o omologate? Un difficile equilibrio
Riflessioni di Massimo Battaglio
Periodicamente si riaccende un dibattito interno al movimento LGBT+ (posto che ne esista uno). Si riflette su quanto siamo disposti a pagare per vedere riconosciuti i nostri diritti.
Ci si chiede se, nell’ansia di ottenere qualcosa, non abbiamo perso tanto del nostro essere alternativi; quanto ci siamo omologati alla società “eteronormativa” (e “patriarcale”, che va un sacco di moda). Un recente video su youtube riporta a questa riflessione.
Ci siamo omologati?
L’interrogativo non è privo di fondamento. In effetti, le generazioni di attivisti LGBT+ che ci hanno preceduto non chiedevano il matrimonio per tutti ma la legittimità di non sposarsi affatto.
Non contestavano il fatto che alcuni istituti sociali fossero riservati al mondo eterosessuale. Piuttosto, contestavano gli istituti stessi. Criticavano aspramente la famiglia di allora e cercavano di rimetterla in discussione. Noi, quella radicalità, l’abbiamo lasciata da parte.
Ma facciamo attenzione a non cadere nella nostalgia. E’ vero che le nostre lotte sono state iniziate da persone e gruppi di veri eroi, da gente che non aveva paura di nulla. E’ vero – ed è la cosa più importante – che essi ponevano la militanza al di sopra di ogni cosa e il senso di comunità fino a condividere le chiavi di casa. Ma, proprio per queste scelte da alternativi integrali, erano pochissimi perché uno stile di vita di quel genere non poteva essere proposto a chiunque. E nelle lotte, il numero conta.
Il movimento LGBT+ ha iniziato a collezionare i suoi primi punti nel momento in cui i “padri del movimento” iniziarono ad ascoltare anche le ragioni di chi non se la sentiva di compiere scelte epiche come le loro. Un momento di svolta fu – brutto dirlo – quello dell’AIDS. Toccava rimboccarsi le maniche in azioni di solidarietà comunitaria. E si scoprì così la necessità di imparare a confrontarsi alla pari con tutti. Tra i malati da soccorrere c’erano intellettuali, drag queen ma anche ragazzi tutt’altro che “alternativi”, che vivevano la loro omosessualità di nascosto e desideravano semplicemente di non rischiare ogni giorno la pelle. Includere anche loro, con proposte sicuramente meno eroiche, dette loro la possibilità di uscire alla luce del sole. E si confermò che, nelle lotte, il numero conta.
Qualcuno sostiene che abbiamo cominciato ad essere accettati solo da quando abbiamo smesso di far paura. Ma non facciamo più paura perchè non esprimiamo più stili di vita alternativi o per qualche altra ragione? Il nuovo modello dell’attivista più “alla mano”, più “da tutti i giorni”, magari ha mandato in soffitta i sogni più estremi ma ha aperto nuove e più ampie prospettive. E soprattutto, ha permesso a più persone di sentirsi rappresentate e quindi di emergere di fronte alla società tutta. La quale società ha potuto cominciare a conoscerci. E ciò che si conosce non fa più paura. E sconfiggere la paura non può che essere bene.
Tra l’alto: di che società stiamo parlando? Se a chiunque di noi si proponesse di omologarsi alla società eteronormativa degli anni ’60 … piuttosto scapperemmo coi figli dei fiori (fucsia, per la precisione). Ma quella società esiste ancora? Forse sì, in qualche realtà isolata. Ma dobbiamo riconoscere che la società di oggi, in larghissima parte, non è più quella là.
All’epoca, per esempio, bisognava andare a messa anche senza crederci; bisognava sposarsi (rigorosamente in chiesa) non per scelta ma per destino, quasi per calamità. Bisognava portare le gonne di una certa lunghezza, i pantaloni stirati e un lavoro rispettabile. Oggi sono più i giovani che non si sposano affatto, che quelli che lo fanno, si va in giro come si vuole e i lavori si equivalgono. E’ un bene? Un male? E’ così. Forse siamo stati proprio noi a contribuire maggiormente nella decostruzione di certi dogmi sociali ormai insostenibili.
E i cristiani LGB+ si sono omologati pure loro?
Il dilemma tra alternativa e omologazione ha sempre interessato, a maggior ragione, anche le persone LGBT+ cristiane. Meglio: è sempre stato un interrogativo importante per coloro che desideravano continuare a credere di Gesù Cristo nonostante le posizioni omofobe dalla Chiesa.
In passato, quando essere gay era veramente complicato, la scelta tra vivere dichiaratamente la propria omosessualità o nasconderla per proseguire la propria vita di fede, cadeva quasi sempre dalla seconda parte. Possiamo immaginare la sofferenza di chi accettava di nascondere le proprie storie d’amore per conservare un ruolo all’interno della comunità cristiana. Io stesso, per qualche breve tempo, l’ho sperimentata. E non era un bell’esperimento.
Non è più così. Un giovane d’oggi, se deve scegliere tra un compagno che lo ama e una Chiesa che fa di tutto per non amarlo, sceglie l’amore, cioè il compagno. E la conseguenza, anche questa non bella, è quella di accumulare un’acredine a volte insostenibile con tutto ciò che è fede, ciò che è spirito.
Resta una terza via: quella di cercare di essere cristiani ma “alternativi”, innamorati di Dio e dei nostri compagni, persone reali – non dogmatiche – che cercano di fare in modo che questi due amori si alimentino reciprocamente.
E’ una via estremamente interessante ma, di nuovo, chiede di vincere il rischio di diventare minoritaria, d’avanguardia pura. Aggrega poco perché richiede di porre la fede al di sopra di qualunque altra preoccupazione. E non tutti hanno la vocazione di diventare raffinati teologi o mistici di prim’ordine.
D’altra parte, né il sapere teologico, né lo slancio mistico sono cose che si richiadono alle persone eterosessuali qualunque. Perché noi, se vogliamo semplicemente restare credenti, dovremmo partecipare a incontri e ritiri, formarci su tutto il magistero e sulle ultime novità del dibattito teologico tedesco, passare le porte sante ed essere espertissimi di liturgia? Non potremmo semplicemente vivere come tutti i cristiani, andando a messa nelle feste di precetto, pregando un po’ durante la giornata e soprattutto concentrandoci sulla carità e sulle opere di misericordia?
Tra l’altro, tra le opere di misericordia, ce ne sono alcune che sembrano fatte proprio per noi: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese…
Ascoltare un amico che ha problemi con il proprio orientamento sessuale e aiutarlo a trarre consigli dall’ascolto è una grande opera di misericordia, dunque, un atto di militanza. Allo stesso modo, consolare chi ha subito un torto indicandogli anche la strada per ottenere giustizia è non solo carità ma addirittura politica. Quanto al perdono, è la strategia migliore contro le discriminazioni poiché spezza le catene d’odio. Chi odia infatti non va solo punito, altrimenti, alla fine, odierà ancora di più. Va invece educato a non odiare, il che presume che, dopo la punizione, il suo debito sarà estinto.
Ma se la Chiesa si fa veicolo di omofobia, è sacrosanto, per qualunque persona LGBT+, ammonirla severamente, farle capire che è nel peccato e pretendere che si converta. Se mostra di essere ignorante – come in effetti è ignorante – sulle nostre tematiche, occorre esigere che si formi, che ascolti le nostre testimonianze e la nostra lezione. Sì: lezione. Perché saremo anche “alternativi” ma ci siamo, siamo battezzati e quindi pienamente titolati a credere e, soprattutto, siamo ben informati.
Per fare queste cose, non basta un po’ di buon cuore. Occorre essere organizzati, mettersi in movimento. Non occorrono eroismi ma un po’ di impegno, un po’ di determinazione. Forse occorre anche passare qualche porta santa.
Viceversa, continuare semplicemente a bussare alla porta per essere “accolti” (beninteso, secondo le regole di chi si crede padrone di casa), porta davvero all’omologazione, a ridurre le aspettative, a fare i primi della classe. Porta a diventare alternativi agli alternativi, minoranza nella minoranza. Non è questa la missione che sento. Io lotto per sentirmi, a partire da oggi, un cristiano normale, un cristiano da tutti i giorni.

