Essere queer e cristiani: perché il Vangelo nasce nel margini
Testo di Brandan Robertson* tratto da Queer & Christian: Reclaiming the Bible, Our Faith, and Our Place at the Table, editore Castle Point Books (Stati Uniti), 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Sono sempre stato una persona queer, anche se ci ho messo molto tempo a riconoscerlo. Anche dopo aver fatto coming out come persona gay, continuavo a sentirmi a disagio con la parola queer.
Come tante persone, sono cresciuto sentendola usare soprattutto come un insulto. Ancora oggi, in molte parti del mondo, viene percepita così.
Ricordo lo sguardo scioccato del pubblico durante una conferenza in una zona rurale dell’Inghilterra quando ho pronunciato quella parola: era come se avessi detto qualcosa di profondamente offensivo. È così che queer risuona per molte persone, persino per alcune persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisex, trans, queer, intersex e asex).
Col tempo, però, mentre facevo i conti con la mia identità, studiavo la storia dei movimenti di liberazione delle persone LGBTQIA nel mondo e maturavo le mie convinzioni, ho iniziato a sentire che questa parola mi apparteneva davvero. Oggi mi riconosco profondamente come persona queer, tanto quanto mi riconosco come cristiano.
Anzi, per me le due cose non sono in contraddizione. Essere un cristiano autentico, una persona che cerca davvero di seguire la vita e le parole di Gesù di Nazaret, significa essere una persona queer.
Quando parlo di persona queer, non intendo soltanto una questione di orientamento sessuale o di identità di genere, anche se questo può farne parte. Intendo qualcosa di più ampio e più profondo.
Essere una persona queer significa vivere in tensione con ciò che ci circonda, rifiutare norme arbitrarie, inventare linguaggi nuovi, trovare spazi per respirare, parlare, fiorire. Significa resistere alle forze che cercano di reprimere il nostro vero io e che ci chiedono di conformarci a modelli che non ci somigliano.
Per me, essere una persona queer è una dichiarazione radicale di fedeltà alla vita. È scegliere di essere ciò che Dio mi ha creato, invece di ciò che la società, la comunità o persino la religione vorrebbero che fossi.
In questo senso, essere una persona queer è qualcosa di profondamente santo. È affermare che Dio non sbaglia, che la nostra unicità riflette la creatività divina, e rifiutare l’idea che limitare o soffocare questa unicità possa essere un atto di fede.
Vissuta così, la queerness non riguarda solo alcune persone, ma diventa una vocazione possibile per tutte e tutti. Seguire Gesù significa non lasciarsi modellare passivamente dal mondo così com’è, ma lasciarsi trasformare.
È un cambiamento dello sguardo, del modo di pensare, del modo di stare nelle relazioni (…) imparare a togliersi le maschere che ci è stato insegnato a indossare e a liberare la luce che spesso è stata coperta per paura.
In questo senso profondo, essere una persona queer significa camminare sulla stessa strada di Gesù. Gesù è stato una presenza scomoda, ai margini delle istituzioni religiose e politiche del suo tempo.
Ha messo in discussione ciò che veniva considerato “normale”, ha resistito a ogni dottrina che escludeva, ha scelto di stare dalla parte delle persone messe ai margini. Per questo, direi che la mia fede è diventata sempre più una fede queer: una fede che non si accontenta di essere accettata, ma che osa trasformare.
Col tempo ho capito che il problema non è semplicemente essere inclusi dentro strutture che continuano a fare male (…). Il problema è che quelle strutture, così come sono, spesso non assomigliano affatto a Gesù.
Per questo oggi non sogno solo un posto per le persone queer dentro il cristianesimo tradizionale. Sogno un cristianesimo trasformato, riformato, attraversato da una spiritualità capace di accogliere la diversità come dono.
Essere una persona queer, per me, significa proprio questo: non cercare la tranquillità della conformità, ma avere il coraggio della fedeltà al Vangelo dell’amore. Anche quando questo significa essere chiamato eretico, scomodo, esagerato. Anche quando significa restare ai margini. Perché è spesso dai margini che nasce la vita nuova.
È da qui che prendo la parola. Da persona queer. Da credente. Da qualcuno che ha imparato, lentamente, che essere se stessi davanti a Dio non è un problema da risolvere, ma una vocazione da abitare.
* Brandan Robertson è un teologo cristiano evangelico statunitense, scrittore e attivista impegnato nel dialogo tra fede, giustizia sociale e inclusione delle persone LGBTQIA. È pastore ordinato in ambito protestante progressista e ha conseguito un Master in Divinity presso l’Iliff School of Theology (Denver, Stati Uniti). È autore di numerosi libri dedicati al rapporto tra cristianesimo e persone LGBTQIA, tra cui True Inclusion (2018), Nomad (2019), Unclobber (2020) e Queer & Christian (2025). I suoi scritti sono ampiamente utilizzati in contesti pastorali ed ecclesiali impegnati in percorsi di rilettura inclusiva della Bibbia.
Testo originale: Queer & Christian: Reclaiming the Bible, Our Faith, and Our Place at the Table

