Essere sacerdoti o essere se stessi? La storia d’amore di Melqui e Denisson

«Ci siamo conosciuti in seminario. Tra le preghiere e lo studio abbiamo imparato anche ad amarci». Melqui Ferraz racconta così l’inizio della storia con Denisson Santos. Sono due giovani cattolici brasiliani e avevano scelto una strada molto precisa: prepararsi al sacerdozio nella Chiesa cattolica.
Le giornate erano quelle della formazione religiosa, scandite dallo studio, dalla preghiera, dalle celebrazioni e dalla vita comunitaria. Poi, dentro quella quotidianità, la loro l’amicizia tra loro cominciò a cambiare. (Nelson Quiroz, ADN Radio, 23 ottobre 2025).
È soprattutto Melqui a raccontare la loro vicenda e a ricostruire pubblicamente ciò che è successo. Denisson è più discreto, mentre Melqui ha affidato ai social una lunga “Carta aperta alla libertà”, nella quale ha ripercorso il loro cammino di “due seminaristi che hanno lasciato tutto per amore”.
Eppure quei due ragazzi nel sacerdozio avevano creduto davvero. Melqui ricorda il proprio desiderio di servire la Chiesa, ma anche le amicizie e i momenti belli degli anni della formazione, anni importanti delle loro giovani vite. (Carta aberta à liberdade è stata pubblicata su Instagram da Melqui Ferraz nel settembre 2025).
Poi arriva l’amore. Melqui ricorda alcune celebrazioni alle quali partecipavano insieme, quando davanti agli altri erano semplicemente due compagni di vocazione. Ma solo loro sapevano che quella fraternità ormai nascondeva altro: «sotto quelle apparenze era amore». (Pedro Cards, Metrópoles, 16 ottobre 2025).
Per un po’ provarono a tenere insieme le due cose. Continuare il cammino verso il sacerdozio e a custodire ciò che stava nascendo tra loro. Ma la vicinanza non passò inosservata. Secondo il racconto di Melqui, i superiori decisero a un certo punto di trasferirli in città differenti, nella speranza che la distanza li aiutasse a separarsi.
La distanza però non cancellò quello che provavano. Melqui racconta periodi che sembravano non finire mai e ricorda semplicemente: «Solo noi sappiamo quanto abbiamo pianto». (Pedro Cards, Metrópoles, 16 ottobre 2025).
È facile immaginare il loro conflitto: due giovani cattolici che avevano consegnato anni della propria vita a una vocazione adesso si scoprivano innamorati l’uno dell’altro. Non c’era soltanto il problema di soprirsi gay in un seminario cattolico, ma la domanda ancora più dolorosa era: “cosa fare di tutto quello che avevano costruito fino ad allora”.
Secondo Melqui, venne offerta loro anche una possibilità: potevano restare. La loro relazione avrebbe dovuto però rimanere discreta. Nella lettera lui riassume il consiglio ricevuto in poche parole: «Restate qui […] ma siate prudenti».
Fu probabilmente allora che la loro domanda cambiò. Non era più soltanto: voglio diventare sacerdote oppure voglio stare con Denisson? Era: posso continuare questo cammino vocazionale se, per farlo, devo nascondere una parte così importante della mia vita?
Melqui racconta di avere provato per anni a reprimere ciò che sentiva, perché aveva interiorizzato l’idea che innamorarsi di un altro uomo fosse peccato. In un video ripreso dalla stampa latinoamericana dice che proprio tra preghiera e studio lui e Denisson avevano imparato anche ad amarsi, ma che in seminario quell’amore era diventato qualcosa di cui avere paura. (Nelson Quiroz, ADN Radio, 23 ottobre 2025).
Andarsene, però, faceva paura almeno quanto restare.
Melqui lo dice con una lucidità che probabilmente molti ex seminaristi, LGBT+ o meno, potrebbero riconoscere: all’inizio c’è la vocazione; poi possono arrivare «la paura e la vergogna di andarsene» e soprattutto il timore di deludere la famiglia e gli amici.
Dopo tanti anni non si lasciava soltanto un edificio. Si lasciava il futuro che avevi raccontato ai tuoi genitori, alle comunità nelle quali avevi prestato servizio, agli amici che avevano creduto insieme a te che un giorno saresti diventato sacerdote. Melqui arriva a chiedersi quanti altri rimangano in seminario perché non trovano la forza di spezzare quelle che lui chiama delle “catene”.
Alla fine Melqui e Denisson decisero di uscire.
Qualcuno, raccontano, li mise in guardia: stavano chiudendo molte porte e, se la loro storia fosse finita male, tornare indietro sarebbe stato difficile. La risposta di Melqui a Denisson fu semplice: se quelle porte si erano chiuse perché aveva scelto di vivere il loro amore, «che se ne chiudano altre mille». (Pedro Cards, Metrópoles, 16 ottobre 2025).
Denisson parla meno, ma racconta qualcosa del modo in cui i due hanno riletto anche spiritualmente ciò che avevano vissuto: «Dio […] è anche nella tenerezza».
Nel 2025, quando la loro storia esplode sui social brasiliani, Melqui e Denisson sono ormai fuori dal seminario e si mostrano pubblicamente come coppia.
Alla fine della sua lettera aperta Melqui, paragona la sua nuova vita attuale a quella di un uccello che finalmente è libero di volare. Forse è qui che la storia di questi due giovani cattolici brasiliani diventa interessante anche per noi.
Non perché Melqui e Denisson abbiano trovato una risposta valida per tutti. Ma perché la loro esperienza lascia aperta una domanda che riguarda tanti cristiani LGBT+: cosa succede quando un giovane scopre che, per continuare la propria vocazione, deve nascondere una parte di sé?
Loro hanno scelto di andarsene perché, a un certo punto, non volevano più vivere una doppia vita, ma volevano provare a viverne una sola.

