Essere segno. Perché la fede non può restare fuori dal Pride
Riflessioni di Innocenzo Pontillo, volontario del Progetto Gionata
Sono nato e cresciuto in un piccolo paese di provincia e per anni ho vissuto due vite parallele. In una ero il ragazzo cristiano, impegnato nella comunità; nell’altra ero gay.
Due mondi che tenevo accuratamente separati, come se non potessero stare nella stessa persona. E quella persona, naturalmente, ero io.
Quando avevo 23 anni qualcuno mi trascinò, abbastanza recalcitrante, al mio primo Pride. Io al Pride? Ma figurati. Troppo caos, troppa gente sopra le righe. Io ero un tranquillo cattolico di provincia, educato più a non farsi notare che a sfilare, più al “che cosa penseranno?” che al “chi se ne importa?”. Ero convinto che quella roba non facesse per me.
Poi arrivai lì e vidi passare centinaia di persone: uomini, donne, ragazzi, ragazze, coppie LGBTQ+, persone vestite in tutti i modi possibili e qualcuna anche in modi che non avevo mai immaginato. E in mezzo a quel caos ebbi la mia piccola folgorazione sulla via di Damasco: “Ma sono come me”. E subito dopo: “Ma allora quanti siamo?”
Fu forse la prima volta in cui quei miei due mondi cominciarono davvero a incontrarsi. Scoprii una cosa che oggi mi sembra quasi ovvia, ma allora non lo era affatto: non dovevo scegliere quale parte di me salvare. Potevo essere cattolico e gay. Anzi, dovevo esserlo, se volevo essere davvero io.
Da allora ho capito anche che non devo riconoscermi in tutto ciò che accade a un Pride per sentire che quello è anche un pezzo del mio mondo. Ci sono cose che mi piacciono, altre meno, alcune che continuo a non capire. Ma, a pensarci bene, mi succede anche durante certe riunioni parrocchiali, e nessuno per questo propone di abolire le parrocchie.
È anche per questo che la notizia dell’EuroPride a Torino, dal 18 al 26 giugno 2027, mi ha riportato a quel ragazzo di vent’anni. Perché un Pride, prima ancora di essere slogan, carri, musica o rivendicazioni, può essere anche questo: il luogo in cui qualcuno che si è sempre sentito solo improvvisamente alza gli occhi e scopre che non lo è.
A me è successo. E penso a quanti ragazzi e ragazze, magari cresciuti in una provincia simile alla mia, potrebbero arrivare a Torino con le stesse paure e pensare, come pensai io: “Ma allora ci sono anch’io”.
Ecco perché credo che noi credenti LGBT+ e i nostri genitori all’EuroPride dovremmo esserci. Non semplicemente per aggiungere una croce a una bandiera arcobaleno, ma per portare lì la nostra esperienza: quella di persone che hanno scoperto, magari con molta fatica, di non dover scegliere tra la propria fede e ciò che sono.
Esserci per dire che si può essere LGBT+ e credenti senza vivere continuamente con una porta chiusa in mezzo alla propria vita. Esserci anche perché i diritti, la dignità e la libertà di essere se stessi non sono conquiste da mettere una volta per tutte in cassaforte.
Ma vorrei anche il movimento contrario. Vorrei che le Chiese entrassero un po’ di più nel nostro mondo, superando quelle cautele che qualche volta assomigliano molto all’ipocrisia.
Gesù, del resto, non sembra essere stato particolarmente preoccupato di frequentare gli ambienti giusti: camminava, incontrava persone, entrava nelle loro case, mangiava con chi aveva una pessima reputazione religiosa. E quando la regola rischiava di diventare più importante della persona ricordava che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27).
Ogni tanto mi domando se nelle nostre Chiese ce lo ricordiamo davvero. Perché rischiamo di costruire una fede piena di morale, norme, documenti e prudentissime precisazioni, ma nella quale diventa sempre più difficile riconoscere la buona notizia. E se il Vangelo non è più una buona notizia per chi lo incontra, che cosa rimane? Un regolamento condominiale con Dio come amministratore?
Negli Atti degli Apostoli c’è poi quella storia bellissima dell’eunuco etiope. Filippo lo incontra sulla strada, parlano, leggono insieme la Scrittura e, quando trovano dell’acqua, l’eunuco domanda: «Che cosa impedisce che io sia battezzato?» (At 8,36). Filippo non convoca una commissione per stabilire se sia pastoralmente opportuno: scende nell’acqua e lo battezza. E l’eunuco prosegue il suo viaggio «pieno di gioia» (At 8,39).
Quella domanda — che cosa impedisce? — continua a sembrarmi tremendamente attuale. Che cosa impedisce alle nostre Chiese di camminare insieme alle persone LGBT+? Che cosa impedisce di ascoltarle prima di parlare di loro?
Che cosa impedisce a un prete, a una religiosa, a un pastore, a un vescovo o a una comunità cristiana di attraversare un Pride senza pensare che basti esserci per approvare automaticamente ogni slogan e ogni paillettes?
Per questo a Torino vorrei esserci. Per restituire, in qualche modo, quello che un Pride diede a me tanti anni fa: la possibilità di vedermi negli altri e, attraverso gli altri, di riconoscere finalmente me stesso. E vorrei che ci fossero anche le Chiese.
Non dall’altra parte della strada a osservare, e neppure soltanto nei convegni in cui si parla delle persone LGBTQ+ quando le persone LGBTQ+ non ci sono. Ma lì, in mezzo alla gente: a camminare, ascoltare, incontrare e, perché no, anche discutere. Esserci non significa approvare ogni parola o ogni gesto. Significa innanzitutto incontrare le persone.
Forse il compito di noi credenti LGBTQ+ all’EuroPride potrebbe essere proprio questo: portare un po’ di Pride nelle Chiese e un po’ di Chiesa dentro il Pride. Far incontrare due mondi che troppo spesso continuano a comportarsi come se non potessero stare insieme.
Io, tanti anni fa, ho scoperto che potevano. Perché quei due mondi, alla fine, erano entrambi dentro di me.

