Essere un avventista LGBTQ+. La mia storia
Testo di Alicia Johnston* tratto dal volume The Bible and LGBTQ Adventists: A theological conversation about same-sex marriage, gender, and identity, Edito da Primedia eLaunch LLC, Stati Uniti, 2022, parte prima. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Quando ho lasciato il mio lavoro per diventare pastora, molte delle persone che mi volevano bene erano seriamente preoccupate per me. E avevano le loro ragioni. Non è facile trovare un incarico pastorale se sei una donna. Non vengo da una famiglia di pastori e non avevo nessuno che potesse “spianarmi la strada”.
Ero appena riuscita a risalire dal buco finanziario lasciato da un primo master, quando ho deciso di iscrivermi al seminario, scavando un altro debito. Nessuna chiesa mi aveva promesso un posto, né mi aveva sostenuta durante gli studi. Al seminario si laureavano più persone di quante fossero le chiese disponibili, e persino uomini qualificati venivano spesso scartati. Tante cose potevano andare storte. Le probabilità non erano mai dalla mia parte. Stavo facendo una scelta poco pratica.
Eppure, ho scoperto che a Dio le probabilità non interessano.
Qualche anno dopo ero pastora di una piccola, splendida chiesa nella mia città natale. Se non conosci il mondo delle assegnazioni pastorali nella chiesa avventista, forse non ti rendi conto di quanto sia raro che una donna, appena uscita dal seminario, abbia una chiesa tutta sua.
Mi sembrava di essere passata avanti nella fila. Poco dopo aver accettato l’incarico, parlai con una responsabile del seminario. Mi disse di essere grata e di non mettere in discussione ciò che il Signore aveva fatto. Era un buon consiglio. Ed ero davvero grata. Era tutto ciò che avevo sempre desiderato. Mi vedevo davanti decenni di ministero pastorale nella chiesa avventista.
Sedici mesi dopo, era tutto finito.
Tutto per qualcosa che pensavo di essermi lasciata alle spalle. Tutto per qualcosa che credevo di capire bene, e invece no. Stavo perdendo la mia carriera, il mio futuro economico e, cosa ancora più dolorosa, l’intero sistema di relazioni e di sostegno che aveva dato forma alla mia vita.
La chiesa avventista non era solo una religione per me. Come tante persone, ero cresciuta in una famiglia avventista, con genitori avventisti, avevo frequentato scuole avventiste. Ma, più di questo, avevo fatto una scelta personale: avevo deciso consapevolmente di accogliere gli insegnamenti avventisti e di essere parte attiva della comunità. Una decisione maturata nel tempo, attraverso studio e preghiera, fondata sulla fiducia nella missione e nel messaggio dell’avventismo. La chiesa avventista aveva – e ha – qualcosa di grande da offrire al mondo, e io volevo farne parte.
Al contrario, le persone LGBTQ+ mi sembravano appartenere a un mondo lontanissimo dal mio. Un gruppo con cui pensavo di non avere nulla in comune. Le avevo sempre percepite come “altre”: personaggi delle serie TV, volti nei Pride rumorosi, o qualche conoscenza del liceo o dell’università che, prima o poi, aveva lasciato la chiesa.
Poi mi sono innamorata di una donna.
Se mi fosse spuntata una coda, non sarei rimasta più sorpresa. Mi sembrava impossibile. Io ero impegnata a seguire Dio. Non ero certo perfetta, ma ero stata fedele agli insegnamenti della chiesa sulla sessualità. Non avevo mai subito abusi, non avevo mai fatto uso di droghe, non avevo mai “fatto la ribelle”. Venivo da una famiglia sana, unita, amorevole, una famiglia avventista con una madre e un padre che si amavano e che amavano me.
Dio sa quanto sono lontana dalla perfezione, ma la mia vita non corrispondeva affatto all’immagine che la mia chiesa mi aveva sempre trasmesso delle persone gay. Eppure quei sentimenti erano forti, arrivati apparentemente dal nulla, e molto più tardi nella vita di quanto avessi mai pensato possibile. Avevo trent’anni e non ne ero mai stata consapevole prima.
Non solo: ero in seminario, con la speranza – già di per sé improbabile – di diventare pastora. Tutto questo non aveva senso. Mi sembrava assurdo. Mi chiedevo: è un attacco del nemico per tenermi lontana dal ministero? Sembrava plausibile. Oggi so che molte persone hanno storie simili alla mia, ma allora non conoscevo nessuno. La mia esperienza mi sembrava unica, strana, fuori da ogni schema.
Non capivo che per tutta la vita avevo avuto intorno persone che provavano le stesse cose. Molte avevano sofferto in silenzio e avevano lasciato la chiesa avventista senza dire una parola. Nessuno le aveva ascoltate, nessuno le aveva capite.
Quando finalmente ho fatto coming out, una persona dopo l’altra ha condiviso con me la propria storia: la scoperta del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere mentre facevano parte della chiesa avventista. In ogni caso c’erano dolore, smarrimento, il desiderio di cambiare, la voglia di essere “come tutti gli altri”. Oggi queste storie sono così diffuse da sembrare quasi dei cliché. Ma per me non c’era nulla di banale in quello che stavo vivendo.
Come è potuto succedere proprio a me?
Non riuscivo a capirlo. Questi sentimenti non li avevo cercati, non li volevo. Andavano contro tutto ciò che consideravo buono e capace di dare vita; erano l’opposto di ciò che avevo sempre cercato di coltivare. Non ero “quel tipo di persona”. Non mi ero mai pensata così. Eppure quelle sensazioni sembravano materializzarsi dal nulla. Tutta la saggezza e l’esperienza maturate nella mia vita cristiana non mi aiutavano. Mi sentivo persa.
Non ero disposta ad adottare i valori del mondo esterno, ma dalla mia chiesa ricevevo poco più che racconti spaventosi su persone omosessuali che vivevano in modi che io non avrei mai desiderato. Pastori, docenti e perfino amici parlavano del matrimonio tra persone dello stesso sesso come di un segno della fine dei tempi, come della prova che la società stava voltando le spalle a Dio. Non potevo affidare loro questo problema.
Cercare delle risposte fu lento e doloroso. Lottavo per gestire quei sentimenti e sottometterli a Dio. Per quanto tutto fosse disorientante, la mia fede era anche ciò che mi teneva in piedi. Mettevo la mia lealtà a Dio sopra ogni altra cosa. Speravo e pregavo che quell’attrazione passasse. All’inizio, invece, diventò sempre più forte. Qualcosa che era rimasto a lungo addormentato si risvegliò, e non riuscivo più a farlo tornare a dormire.
Mi sentivo attratta dalle donne contro la mia volontà. Cominciavo a notarle in modo diverso. A volte, in piccole interazioni, avvertivo una sorta di energia tra me e un’altra donna e mi chiedevo, con vergogna, se anche lei la sentisse. Mi sentivo esposta, fuori controllo.
Ricordo di essere stata quasi irresistibilmente attratta da un’amica, desiderosa anche solo di un fugace contatto, di uno sfiorarsi di pelle. Sono entrata in una spirale emotiva e spirituale. Grazie alle poche occasioni e alla forte motivazione a resistere, sono riuscita a trattenermi. Ma la solitudine non era solo un’emozione: aveva preso casa nel mio corpo, ne sentivo il peso costante. In privato combattevo quella che mi sembrava una battaglia per la mia anima.
Avevo tanti amici, ma il mio segreto era al sicuro solo con pochissimi. Forse era paranoia. Forse più persone sarebbero state affidabili di quanto pensassi. Ma non si trattava solo di fiducia: non volevo che gli altri mi guardassero in modo diverso. Io ero la stessa persona. Non volevo essere trattata o pensata diversamente.
Nella mia solitudine mi chiedevo chi, prima di me, avesse vissuto qualcosa di simile e che cosa avesse fatto. Avevo bisogno di aiuto. Avevo bisogno di consigli. Avevo bisogno di parlare con qualcuno che avesse già percorso quella strada. Ma non conoscevo nessuno.
All’inizio sembrava non esserci nessun aiuto. Anche perché non rientravo nelle categorie. Sapevo di non essere lesbica. Ero attratta dagli uomini e lo ero sempre stata, ma chiaramente provavo attrazione anche per le donne. Non sapevo cosa significasse. E non avevo alcun esempio di persone che vivessero una vita buona e santa e che ammettessero sentimenti come i miei. In tutta la mia vita nella chiesa non conoscevo una sola persona che avesse dichiarato di provare attrazione per persone dello stesso sesso.
Quella stagione della mia vita, però, non è durata per sempre. Alla fine ho trovato delle risposte, anche se con fatica. Ho imparato a gestire quei sentimenti. Mi sono confidata con alcuni amici molto stretti. La vita è migliorata molto. Dopo un paio d’anni, l’attrazione occasionale per le donne era diventata gestibile. Continuavo a sperare, un giorno, di sposarmi con un uomo. Nel complesso, le cose andavano bene. (Ma poi tutto è cambiato) …
*Alicia Johnston è una teologa e scrittrice canadese, ex pastora della Chiesa Avventista del Settimo Giorno, nota per il suo impegno in favore dell’accettazione delle persone LGBTQ nella comunità avventista. Ha conseguito il pastoralato nel 2012 presso l’Andrews University, seminario teologico avventista negli USA. Ha servito come pastora nella Carolina Conference e poi come unica pastora della Foothills Community Church in Arizona dal 2016, fino alle dimissioni nel 2017. Cresciuta in una famiglia avventista di prima generazione, si è dichiarata bisessuale pubblicamente nel 2017 con un video virale, criticando le posizioni della chiesa avventista sulle persone LGBTQ+ per incoerenza teologica. ha scritto The Bible and LGBTQ Adventists: A theological conversation about same-sex marriage, gender, and identity (2022), per promuove un’ermeneutica biblica inclusiva per le persone LGBTQ+ nella chiesa avventista.
Testo originale: Introduction. My Story.da The Bible and LGBTQ Adventists: A theological conversation about same-sex marriage, gender, and identity

