Eva, la prima donna (e la prima a essere giudicata)
Riflessioni di Anne W. Stewart* tratte da “Eve and Her Interpreters”, pubblicato in Women’s Bible Commentary. Revised and Updated, a cura di Carol A. Newsom, Sharon H. Ringe e Jacqueline E. Lapsley, pp. 46–50. Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata
Quante volte Eva è stata raccontata come la colpevole di tutto. La prima a sbagliare, la prima a cedere, la prima a “rovinare” le cose. Ma questa immagine non nasce solo dal testo biblico: nasce soprattutto da secoli di interpretazioni maschili, spesso usate per giustificare il controllo sul corpo, sulla parola e sulla libertà delle donne. Rileggere Eva oggi significa fare un passo indietro e chiederci: che cosa dice davvero la Genesi? E soprattutto: che cosa abbiamo fatto dire a Eva nel corso dei secoli?
«Prese del suo frutto e ne mangiò; e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò» (Genesi 3,6).
Nell’interpretazione di questo versetto si gioca la stima, il valore e il ruolo delle donne. Il significato del gesto di Eva è forse uno dei punti più discussi di tutta la storia dell’interpretazione biblica. È stata questa prima donna a far precipitare tutta l’umanità in una condizione di peccato, oppure la responsabilità ultima va attribuita a suo marito? Eva è un modello di bellezza, forza e creatività femminile, oppure l’emblema del vizio, colei che condanna tutte le sue discendenti a una posizione di inferiorità rispetto agli uomini?
Commentatori, teologi, artisti, poeti e lettori hanno proposto letture molto diverse della prima donna di Genesi, spesso proiettando su di lei idee e convinzioni su “che cosa siano” le donne in generale. Per questo Eva ha attirato più attenzione di quasi qualsiasi altro personaggio femminile della Bibbia.
Le discrepanze tra i due racconti della creazione in Genesi, insieme alle ambiguità presenti in entrambi, lasciano ampio spazio a interpretazioni contrastanti. Nel primo racconto, uomo e donna sono creati contemporaneamente (Genesi 1,26–27).
Entrambi sono a immagine di Dio e ricevono insieme il compito di popolare e custodire la terra. Nel secondo racconto, invece, Dio forma l’uomo, Adamo, dalla polvere della terra e solo in un secondo momento crea la donna dalla sua costola, come compagna, dopo che tutti gli altri esseri viventi sono stati esclusi come partner adeguati (Genesi 2,20).
Riconciliare questi due racconti così diversi, e le loro implicazioni divergenti sul rapporto tra uomo e donna, è uno dei grandi nodi della tradizione interpretativa. Molti interpreti hanno dato più peso al secondo racconto che al primo, arrivando a sostenere che Eva, essendo stata creata da Adamo, fosse a lui inferiore.
Lo storico ebreo Filone di Alessandria, per esempio, sviluppò a partire da questo racconto una tipologia dell’inferiorità femminile. Filone interpretava Eva in modo allegorico come simbolo della percezione sensibile, una facoltà inferiore rispetto alla mente, rappresentata invece da Adamo (De opificio mundi, 165).
Altri interpreti ebrei e cristiani, però, non ritenevano che la creazione “secondaria” di Eva implicasse necessariamente la sua inferiorità. Il teologo cristiano Giovanni Crisostomo insisteva sul fatto che, essendo stata creata dalla costola di Adamo, Eva fosse a lui pari in tutto: «Così, dalla costola dell’uomo, Dio crea questo essere razionale e, nella sua sapienza creativa, lo rende completo e perfetto, uguale all’uomo in ogni dettaglio» (Kvam, p. 143).
Il Talmud arriva persino a sostenere che Dio abbia dato a Eva una capacità di comprensione superiore a quella di Adamo. Spiega infatti che l’espressione «Dio la costruì (ebraico banah) dal suo fianco» (Genesi 2,22) significa che Dio le donò una maggiore intelligenza (binah) (b. Niddah 45b).
Altre tradizioni ebraiche cercarono di armonizzare i due racconti della creazione in modi ancora diversi. Alcune interpretazioni medievali suggeriscono che Eva, la donna del secondo racconto, fosse in realtà la seconda moglie di Adamo. Il primo racconto della creazione farebbe riferimento a una prima moglie, che avrebbe lasciato Adamo, spingendo Dio a crearne un’altra.
Il testo medievale Alfabeto di Ben Sira racconta che Lilith, la prima donna, litigò con Adamo quando lui le ordinò di giacere sotto di lui. Lei si rifiutò, sostenendo che erano uguali perché entrambi creati dalla terra. Lilith allora volò via, e nemmeno gli angeli inviati da Dio riuscirono a farla tornare. Nella tradizione rabbinica più ampia, Lilith diventa una figura demoniaca minacciosa, e questa leggenda spiega il suo comportamento raccontando che, dopo aver lasciato Adamo, vagò per la terra terrorizzando gli uomini che dormivano soli e colpendo i neonati con malattie (Kvam, p. 204).
Ancora più attenzione è stata riservata all’incontro tra la donna e il serpente in Genesi 3. Il testo stesso solleva molte domande. Perché il serpente parla con la donna e non con l’uomo? Perché la donna afferma che Dio ha proibito non solo di mangiare il frutto, ma anche di toccare l’albero al centro del giardino (Genesi 3,3), quando Dio aveva vietato solo di mangiare il frutto (Genesi 2,17)? Inoltre, la donna non era ancora stata creata quando Dio diede questo comando: da chi lo ha ricevuto?
Dopo aver mangiato il frutto, l’uomo e la donna vedono la loro nudità e vengono cacciati dal giardino. Ma si tratta solo di un cambiamento di situazione o di una trasformazione più profonda della loro condizione, e quindi di quella di tutta l’umanità? E, se c’è una colpa, di chi è?
La storia di Adamo ed Eva nel giardino è stata ripresa e rielaborata in molti testi apocrifi ebraici antichi. Il Siracide, per esempio, un testo sapienziale del II secolo a.C., mette in guardia contro il pericolo rappresentato dalle donne, affermando che «da una donna ha avuto inizio il peccato, e per causa sua tutti moriamo» (Siracide 25,24). È il primo testo che attribuisce alla donna la colpa di tutto il peccato e la morte successivi, ma certo non l’ultimo a presentare Eva in chiave negativa.
Nel testo La Vita di Adamo ed Eva, risalente al I secolo d.C., Eva appare come una figura debole, schiacciata dal senso di colpa per l’espulsione dal giardino, mentre Adamo è presentato come un eroe che ottiene il perdono per lei, permettendo così alla razza umana di sopravvivere.
Nella versione greca del testo, nota anche come Apocalisse di Mosè, Eva racconta in prima persona il suo incontro con il serpente. Descrive il mondo prima di quell’incontro come un luogo in cui lei e Adamo erano custodi uguali della creazione, ciascuno responsabile di metà del giardino. Il testo allude all’incontro con il serpente come a una seduzione sessuale: Eva racconta che il serpente versò sul frutto il suo veleno di desiderio, «origine di ogni peccato» (Apoc. Mos. 19,3). Da quel momento, la sessualità umana sarebbe contaminata dal desiderio, e Eva si attribuisce la responsabilità, dichiarando: «Ogni peccato nella creazione è avvenuto a causa mia» (Apoc. Mos. 32,3).
Anche i testi cristiani antichi presentano posizioni diverse sulla responsabilità del peccato umano. Come alcuni testi apocrifi ebraici, la Prima lettera a Timoteo attribuisce la colpa a Eva e non ad Adamo. Inoltre, si appoggia al secondo racconto della creazione per sostenere la subordinazione delle donne agli uomini: «Adamo infatti fu formato per primo, poi Eva; e non fu Adamo a essere ingannato, ma la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione» (1 Timoteo 2,13–14).
La Lettera ai Romani, invece, attribuisce la colpa esclusivamente ad Adamo: «come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo… così la morte ha raggiunto tutti, perché tutti hanno peccato» (Romani 5,12).
Il vangelo gnostico di Filippo propone ancora un’altra lettura: la morte sarebbe entrata nel mondo non quando Adamo mangiò il frutto, ma quando Eva fu separata da lui. Il testo suggerisce che il primo essere umano fosse androgino e che la divisione in due corpi distinti abbia introdotto la morte (Vangelo di Filippo, 63).
La lettura negativa di Eva in 1 Timoteo ebbe un’enorme influenza sui Padri della Chiesa. Tertulliano, per esempio, offrì prescrizioni molto rigide sulla modestia femminile, affermando che ogni donna dovesse «espiare più pienamente ciò che eredita da Eva… l’odio che grava su di lei come causa della caduta dell’umanità» (De cultu feminarum, I,1). Arrivò persino ad accusare tutte le donne di essere complici del diavolo, dicendo: «Tu sei colei che persuase colui che il diavolo non osò attaccare. Tu distruggesti così facilmente l’immagine di Dio, l’uomo. A causa della tua colpa, cioè la morte, persino il Figlio di Dio dovette morire» (De cultu feminarum, I,1).
Ambrogio, vescovo di Milano nel IV secolo, pur ritenendo la donna inferiore all’uomo, usò 1 Timoteo in modo diverso. Sottolineò che Cristo nacque da una donna e interpretò l’espressione «sarà salvata attraverso la maternità» (1 Timoteo 2,15) come l’affermazione che Eva genera la redenzione dell’umanità (De paradiso, X,47).
La Lettera ai Romani 5 influenzò profondamente la dottrina cristiana della caduta e del peccato originale, secondo cui, dopo la disobbedienza di Adamo ed Eva, tutta l’umanità sarebbe stata segnata dal peccato. Per questo Genesi 3 assunse un peso teologico enorme come spiegazione della condizione umana, e spesso Eva fu ritenuta responsabile di questa situazione.
Agostino, e molti dopo di lui, collegò il primo peccato alla vergogna e al desiderio sessuale, sostenendo che questi effetti si trasmisero a tutta l’umanità. Cercò però di tenere insieme 1 Timoteo e Romani, affermando che sia Eva sia Adamo furono colpevoli: Eva perché ingannata, Adamo perché peccò consapevolmente (La città di Dio, 14,11).
L’associazione tra il primo peccato e la sessualità segnò profondamente l’immagine di Eva, spesso legata alla seduzione e al pericolo. Per questo venne contrapposta alla Vergine Maria, che avrebbe riscattato la colpa di Eva obbedendo a Dio e dando alla luce Cristo. L’idea di Maria come “nuova Eva”, che corregge l’errore della prima, fu introdotta da Giustino Martire nel II secolo e divenne sempre più centrale dopo Agostino, quando la verginità fu elevata a ideale di vita cristiana (Phillips, p. 135).
Anche nella tradizione ebraica, pur senza una dottrina della “caduta” come nel cristianesimo, il peccato di Eva viene visto come avente conseguenze durature. Il Talmud afferma che Dio la punì con dieci maledizioni che colpiscono tutte le donne, tra cui il dolore nella concezione, nel parto e nella crescita dei figli (b. Eruvin 100b), anche se un’altra opinione sostiene che queste maledizioni non riguardino le donne giuste (b. Sotah 12a).
Altre fonti rabbiniche spostano la colpa su Adamo. Secondo una tradizione, per evitare che entrambi trasgredissero il comando divino, Adamo avrebbe detto a Eva di non toccare nemmeno l’albero. Questa aggiunta al comando di Dio avrebbe aperto la strada all’inganno del serpente, che mostrò a Eva che toccare l’albero non portava alla morte, inducendola così a mangiare il frutto. Altre tradizioni, invece, attribuiscono la colpa interamente a Eva, raccontando che, dopo aver mangiato il frutto, vide apparire l’angelo della morte e costrinse Adamo a mangiarne a sua volta, temendo che, se fosse morta da sola, lui avrebbe preso un’altra moglie (Avot de-Rabbi Nathan 1,6).
Anche l’interpretazione islamica affronta queste domande. Il Corano non presenta un unico racconto della creazione, ma diversi riferimenti alla prima disobbedienza. In un passo uomo e donna sono ugualmente responsabili (Corano 7,19–24), in un altro è l’uomo a essere tentato da Satana (Corano 20,120–121).
Commentatori successivi, come al-Ṭabarī (839–923), offrirono interpretazioni più dettagliate: secondo una, Adamo fu tentato dal desiderio sessuale per Eva, resa più bella da Satana; secondo un’altra, Adamo non era in sé perché Eva lo aveva ubriacato con il vino (Kvam, p. 189; cfr. Numeri Rabbah 10,4). In entrambi i casi, emerge l’idea di un pericolo legato al femminile.
Eva ha avuto un ruolo importante anche nell’arte e nella letteratura. Nel Paradiso perduto di John Milton, Adamo mangia volontariamente il frutto dopo Eva, incapace di sopportare l’idea di essere separato da lei se fosse morta. Anche qui Eva è descritta come più bella che intelligente e inferiore ad Adamo, addirittura meno “a immagine di Dio” di lui (Paradise Lost, VIII, 538–546).
Paul Gauguin dipinse diverse versioni di Eva. In Breton Eve (1889) appare spaventata, accovacciata sotto l’albero; in Exotic Eve (1890) è alta e sicura di sé, mentre afferra il frutto. In Te nave nave fenua (1892), Eva è una donna tahitiana accanto a una lucertola, non a un serpente. Gauguin spiegò che questa figura rappresentava Eva dopo la caduta, seria e priva di civetteria, in contrasto con l’immagine seducente tipica dell’arte occidentale (Maurer, p. 149).
In tempi più recenti, Eva è diventata una figura centrale per il femminismo teologico. Judith Plaskow ha riscritto il mito di Lilith come prima moglie di Adamo. Nella sua versione, Eva, incuriosita da questa donna così forte e indipendente, esce dal giardino per incontrarla. Tra le due nasce un’amicizia che spaventa Adamo e Dio, perché il legame di sorellanza promette di cambiare i rapporti tra uomini e donne. «Dio e Adamo erano insieme in attesa e timorosi il giorno in cui Eva e Lilith tornarono nel giardino, cariche di possibilità, pronte a ricostruirlo insieme» (Plaskow, p. 207).
La biblista Phyllis Trible ha forse fatto più di chiunque altro per liberare Genesi da letture patriarcali. Per lei Eva, ultima creazione di Dio, non è secondaria ad Adamo ma il culmine dell’opera creatrice. Trible mette in luce la sua intelligenza, sensibilità e iniziativa, in contrasto con il silenzio passivo di Adamo. Genesi 2–3 non sarebbe quindi un mandato di inferiorità, ma un’affermazione dell’uguaglianza e della reciprocità tra uomo e donna, e una denuncia delle strutture oppressive nate dopo la disobbedienza (Trible, p. 128).
Non tutti hanno visto Eva come figura negativa. Alcuni interpreti, sottolineando la sua uguaglianza con Adamo e il suo ruolo di «madre di tutti i viventi» (Genesi 3,20), mostrano come il testo biblico non attribuisca la colpa a uno solo dei due. Letture di questo tipo permettono anche oggi a molte donne di recuperare Eva come una figura biblica centrale, curiosa, intelligente e creata a immagine di Dio.
*Anne W. Stewart è una biblista statunitense che si occupa di interpretazione dell’Antico Testamento con particolare attenzione alla ricezione dei testi biblici e alla storia delle loro letture. I suoi studi si concentrano soprattutto sulle figure femminili della Bibbia e su come sono state interpretate nel tempo. Ha collaborato al Women’s Bible Commentary, uno dei riferimenti principali della teologia biblica femminista (Newsom, Ringe, Lapsley, Women’s Bible Commentary, Westminster John Knox Press).
Testo originale: Eve and Her Interpreters

