Far uscire Dio dall’armadio
Testo della Reverenda Maggy Whitehouse*, pubblicato su Unity.org (Stati Uniti). Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Per cominciare, un dettaglio personale: la mia figliastra è una donna lesbica. La mia migliore amica è ebrea ed è anche una donna lesbica. È chiaro che, nella discussione sulle interpretazioni bibliche usate contro le persone LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisex, trans, queer, intersex e asex), ho dei buoni motivi per essere coinvolta.
Per chi segue l’ebraismo, le leggi dell’Antico Testamento sono Parola di Dio, e io non ho alcun problema con questo. Per un popolo che viveva nel deserto, senza acqua corrente, antibiotici, paramedici o preservativi, e che rischiava di morire di fame a ogni raccolto andato male, quelle leggi avevano perfettamente senso. Bastava mangiare carne contaminata per rischiare la morte. Bastava un comportamento irrispettoso per rompere il fragile equilibrio della tribù. Era, insomma, un Dio che parlava con realismo.
Nel Nuovo Testamento, Gesù riassume tutto il suo insegnamento in due comandamenti: «Ama il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta la forza e con tutta la mente, e ama il prossimo tuo come te stesso» (Matteo 22,37-39, traduzione ESV). Il problema è che spesso non ci amiamo davvero; e quando questo accade, proiettiamo la nostra autocritica o il nostro disprezzo su chi ci sta accanto.
Il cristianesimo non segue il 95% delle 613 leggi dell’Antico Testamento. Perfino i cristiani più rigorosi ne infrangono diverse ogni giorno. Eppure Levitico 18,22 continua a essere citato contro l’omosessualità. L’espressione che proibisce all’uomo di «giacere con un uomo come si giace con una donna» viene sempre presa come condanna di qualsiasi relazione tra uomini.
Ma ai tempi biblici c’era una pratica diffusa: i giovani ragazzi erano spesso usati come prostituti sacri in alcuni templi, come quello di Baal. È molto probabile (anche se non dimostrabile) che la legge facesse riferimento a questo. Queste pratiche potevano provocare ferite gravi e perfino mortali.
Gli uomini dell’epoca si sposavano di solito entro sei mesi dalla pubertà. Non c’era il tempo né il linguaggio culturale per interrogarsi sul proprio orientamento sessuale. Certo, anche allora esistevano persone attratte dal proprio stesso sesso, ma erano comunque sposate con una persona del sesso opposto e avevano figli. Avrebbero potuto avere relazioni extraconiugali, ma l’adulterio — con chiunque — era considerato un abominio.
Chi non approva l’omosessualità ha diritto alla propria opinione. Ma ciò che non è accettabile è estrarre una singola legge ebraica dal suo contesto e usarla come arma.
Se si vuole predicare che l’omosessualità è un abominio, allora bisogna anche predicare contro tutti gli altri 114 “abomini” elencati nella Bibbia, tra cui uno commesso da ogni cristiano che abbia mai ricevuto la comunione: «tutti coloro che bevono alcol in luoghi sacri» (Levitico 10,9 ESV).
Distorcendo le parole di Paolo
E poi c’è san Paolo, spesso citato — anche lui, fuori contesto. Si crede comunemente che l’antica Roma fosse piena di relazioni omosessuali, ma in realtà la bisessualità era molto più diffusa.
Gli uomini aristocratici potevano avere rapporti sessuali con gli schiavi maschi; l’atto penetrativo era socialmente accettato, mentre essere penetrati era per effeminati. La violenza sessuale contro uomini era usata come punizione. Ma relazioni affettive tra uomini erano rare, perché tutti dovevano sposarsi e avere figli.
Gli episodi terribili sugli abusi sui minori che leggiamo oggi non sono così diversi da ciò che accadeva nell’antica Roma. Questo non significa giustificarli. Le relazioni tra uomini adulti nel clero sono invece un fenomeno recente. E la parola “omosessuale” non esisteva prima del 1868.
Gesù non disse nulla sulle relazioni tra persone dello stesso sesso. Affermò, però, che il matrimonio non è per tutti. La sua famosa riflessione sugli eunuchi è stata interpretata in molti modi: «Ci sono eunuchi che sono nati così dal ventre della madre, altri che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e altri ancora che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli» (Matteo 19,12 KJV).
Il termine “eunuco” aveva molti significati: custode dell’harem, uomo incapace di avere figli, castrato, oppure uomo che rinuncia al matrimonio per qualsiasi ragione.
Torniamo a Paolo. Le sue parole vengono interpretate come se condannassero sia le relazioni maschili sia quelle femminili. Ma ricordiamo che Paolo approvava la schiavitù (Efesini 6,5) e affermava che «tutti i Cretesi sono bugiardi, bestie malvagie e fannulloni» (Tito 1,12).
La maggior parte dei cristiani oggi rifiuta entrambe queste idee. Allora perché il sesso diventa un problema enorme? Perché è facile giudicare ciò che non facciamo noi — invece di guardare il nostro “trave”.
Paolo scrive in Romani 1,26-27 che uomini e donne avrebbero sostituito «relazioni naturali» con «relazioni innaturali». Ma se si legge solo il capitolo 1, si perde il punto. Bisogna continuare al capitolo 2, dove Paolo specifica che tutti sono colpevoli di molti dei comportamenti elencati, come maldicenza, disobbedienza, imprudenza, durezza di cuore.
Paolo e i suoi contemporanei vedevano le relazioni tra persone dello stesso sesso come espressione di lussuria incontrollata o di dominio, non come un orientamento sessuale.
Le parole greche chiariscono ancora meglio. Atimias (Romani 1,26) significa disonore, vergogna, qualcosa di socialmente inaccettabile, non necessariamente peccaminoso. In Romani 1,27 Paolo usa un’altra parola simile, aschemosyne, che indica ancora una volta una violazione delle convenzioni sociali.
Il punto centrale del cristianesimo è uno solo: amare. Tutto qui. «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Giovanni 13,34 ESV).
Capire il contesto culturale
Le parole physikos e physis, tradotte come “naturale” o “contro natura”, nel mondo antico avevano un significato molto diverso dal nostro. Oggi attribuiamo loro un valore morale o biologico che Paolo non aveva in mente.
Oggi sappiamo che le persone LGBTQIA+ nascono con un orientamento sessuale naturale per loro. Chiedere a una persona omosessuale di ignorare la propria identità o di restare celibe sarebbe chiederle qualcosa di davvero “innaturale”.
Non sappiamo con certezza cosa intendesse Paolo parlando di “relazioni contro natura”, ma è rischioso proiettare sui suoi testi interpretazioni nate secoli dopo. Le relazioni femminili, per esempio, non sono mai menzionate altrove nella Bibbia e sono raramente discusse in testi dell’epoca.
È più probabile che Paolo stesse parlando di comportamenti sessuali fuori dal matrimonio, come racconta anche lo storico romano Svetonio nei casi di incesto dell’imperatore Caligola.
Tutti i primi commentatori cristiani — Clemente di Alessandria, Agostino e altri — leggevano quel passo come riferimento a pratiche eterosessuali considerate devianti, come sesso orale o anale tra uomo e donna.
E, ancora una volta, tutto il cristianesimo si riduce a questo: amare. «Amatevi gli uni gli altri», e accanto a questo è sempre utile ricordare: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra» (Giovanni 8,7 ESV).
La scatola degli abomini!
Secondo la Bibbia, esisterebbero 114 abomini. Eccone alcuni:
Chi coltiva un campo con semi diversi (Levitico 19,19)
Chi ha tatuaggi (Levitico 19,28)
Chi indossa vestiti di tessuti misti (Levitico 19,19)
Chi si taglia la barba (Levitico 19,27)
Chi maledice madre o padre (Levitico 20,9)
Chi lavora di sabato (Levitico 23,3)
Chi indossa abiti dell’altro sesso (Deuteronomio 22,5)
Chi non si alza davanti a un anziano (Levitico 19,32)
Chi mangia grasso animale (Levitico 3,17)
Chi tocca la pelle di un animale impuro (Levitico 5,2): quindi anche chi gioca con un pallone, un cane o un gatto.
* Rev. Maggy Whitehouse* è autrice di 20 libri, tra cui Hounds of Heaven (Tree of Life Publishing, 2022) e The Book of Deborah (Time Warner, 1995). Ex giornalista del BBC World Service, è co-conduttrice del podcast Train Wrecks for Jesus su Podbean e vive nel Regno Unito.
Testo originale: Bringing God Out of the Closet

