Fare coming out non è stata la perdita della mia fede, ma il modo più vero di viverla
Riflessioni di Shelley Washington* pubblicate sul sito The Advocate (Stati Uniti), 11 ottobre 2025. Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata
Ricordo che, fin da bambina, sono sempre stata aperta alle chiamate che sentivo arrivare dentro di me. C’era chi parlava di messaggi dell’universo, chi di una forza più grande, chi di un’energia interiore che ti spinge nella direzione giusta. Io avevo sempre creduto che la mia mente, il mio cuore e la mia anima fossero capaci di ascoltare quelle voci. O almeno, questo è quello che pensavo.
Sono cresciuta in un piccolo mondo battista e presbiteriano, a metà tra Galveston, nel Texas (Stati Uniti), e le estati passate in North Carolina (Stati Uniti). La fede era tutto: era la mia infanzia, la mia famiglia, il mio paese. Mio nonno paterno era pastore presbiteriano, quello materno un diacono battista. Le nostre estati ruotavano attorno alla scuola domenicale, alle prove del coro, ai culti di risveglio.
Vedevo quanto fosse forte il potere della religione, come sapeva unire le persone, creare spazi di sincerità, di empatia, di guarigione, di perdono e di accoglienza. E a soli sedici anni, avevo sentito la chiamata più forte della mia vita: servire come responsabile nella fede.
Non importava che, come donna – e, in particolare, come donna nera – sentissi di entrare in spazi che non sempre erano pensati per affermare la mia esistenza. Anzi, era proprio questa consapevolezza a motivarmi ancora di più. Ma mentre questa chiamata cresceva, dentro di me cominciava anche a muoversi qualcosa che non avevo mai riconosciuto.
Mi ero innamorata di un’altra ragazza.
Era la figlia del pastore. Ci eravamo avvicinate grazie alla fede condivisa, ma avevamo capito presto che c’era qualcosa di più tra noi. Ci cercavamo in quello spazio confuso, segreto, quasi sacro. Provavamo a decifrare quei sentimenti così naturali e puri e, allo stesso tempo, le lezioni della nostra infanzia che definivano l’omosessualità come un peccato, qualcosa da cui sentirsi in colpa.
Alla fine, il mio primo amore mi rinnegò. Per proteggere la sua fede, cancellò tutto: ogni gesto, ogni emozione, ogni verità tra noi. Non avevo mai provato un dolore simile. Essere cancellata da qualcuno che aveva visto la parte più autentica di me aveva incrinato la mia fede in tanti modi diversi. Fu una ferita che mi portai dietro per anni.
Da quel momento, il segreto divenne la mia sopravvivenza.
Decisi che l’unico modo per proteggere il mio cuore era dividermi in due. C’era la me pubblica, la responsabile di fede devota, che predicava l’amore. E poi c’era quella nascosta, che desiderava essere amata, ma che rimaneva invisibile a tutti.
Il college fu il primo luogo in cui inciampai davvero in una comunità queer. Di notte, tra studenti che si cercavano senza far rumore, trovai una sorta di famiglia scelta. Imparai a incontrarci al buio, a sussurrare nelle telefonate di mezzanotte, a muovermi tra le giornate senza far collidere quei due mondi che avevo costruito.
Finché non imparai che la vita fa presto a ricordarti che tu non controlli tutto. Una sera, al cinema, stavamo guardando Set It Off. Arriva la scena romantica con Queen Latifah. I miei amici queer, due file più indietro, urlano il mio nome. Gli amici etero si voltano, poi guardano me. In un attimo, ero stata messa davanti alla mia verità. Mi sono accasciata sul sedile, paralizzata dalla vergogna.
Era spaventoso allora. Ma, a ripensarci, è stato anche liberante. È stato uno dei primi piccoli scossoni dell’universo per convincermi a vivere al lume della verità. Quell’uscita forzata mi costrinse a parlare, prima con gli amici, poi con la mia famiglia più stretta.
Ero terrorizzata. Avevo visto persone come me perdere tutto dopo il coming out, soprattutto chi veniva da famiglie religiose come la mia. Avevo visto la religione dividere, ferire, distruggere. E temevo che sarebbe successo anche a me. Ma quegli amici mi sono rimasti accanto per decenni. Le mie sorelle mi hanno preso per mano. Mia madre, con l’affetto che solo una madre sa dare, mi disse che lo aveva sempre saputo. Mi hanno abbracciata. Non mi hanno negata. Non hanno negato la mia sessualità.
Fu un sollievo, ma non la fine della lotta.
Continuai a vivere a metà per anni. Nel tentativo di “avere tutto”, non avevo niente. Nascondevo le mie compagne agli incontri di famiglia, presentavo le mie partner come “coinquiline”. Persino relazioni lunghe più di dieci anni venivano vissute nell’ombra. Temevo che essere me stessa significasse perdere tutto: la mia fede, la mia comunità, il mio Dio.
E così, dopo tanti anni, allontanai da me la chiamata che avevo sempre considerato l’unica: la vita religiosa. Smettei piano piano di andare in chiesa, perché mi sentivo negata. Avevo già affrontato tante salite come donna, come donna nera, come donna queer. Lasciai la chiesa battista dove ero stata autorizzata a predicare. Capivo che il messaggio che Dio aveva messo sul mio cuore non sarebbe stato accolto se prima non lo accoglievo io stessa.
Nel 2016 incontrai quella che sarebbe diventata mia moglie. Ci sposammo nel 2019, ma solo la mia famiglia più intima lo sapeva. Per il mondo, quella che è una delle dichiarazioni d’amore più profonde era nascosta nel silenzio. E questo pesava su entrambe. Lei viveva apertamente, amandomi senza vergogna. Io, invece, continuavo a esitare. Era diventato un peso troppo grande da sostenere.
Le cose cambiarono solo quando decisi di ridefinire il significato dell’amore. Ci vollero anni di conversazioni profonde per smontare ciò che mi era stato insegnato e fidarmi che io ero valida, che il nostro amore era valido, che tutto di me era valido. Mia moglie mi aiutò a decostruire non solo la mia fede, ma la mia paura. Mi ispirò con il suo coraggio, la sua autenticità, il suo radicale amore per se stessa. Mi insegnò a vivere con integrità, e che l’unico modo era decolonizzare la teologia che avevo ereditato.
Per la prima volta nella mia vita, arrivai davvero a credere a ciò che avevo sempre predicato: il più grande comandamento di Dio è amare il prossimo come se stessi.
E così arrivò una nuova chiamata, la prima dai miei sedici anni. Qualcosa dentro mi disse che era tempo di agire. L’11 ottobre 2021, il Coming Out Day, mentre preparavamo il nostro podcast, sono andata in diretta sui social. Ho messo I’m Coming Out di Diana Ross e ho dichiarato al mondo che ero queer. Dopo una vita intera vissuta nel segreto, era la prima volta che camminavo davvero nella luce.
Da allora, la mia vita si è aperta come mai avrei immaginato. Nel 2021 ho abbracciato me stessa, la mia gente, la mia nuova idea di fede. Ho costruito una comunità che unisce fede e inclusione e ho iniziato a lavorare nell’advocacy LGBTQ+. Ho ricucito il mio rapporto con la fede e sono stata ordinata ministra nella United Church of Christ (Chiesa Unita di Cristo) nel 2024. Poi sono diventata assistant campus pastor a St. Peter United, una delle chiese più antiche di Houston (Stati Uniti).
Sono diventata la persona che ero sempre stata chiamata a essere: trasparente, autentica, coraggiosa nella difesa della mia gente.
A volte ripenso alla mia adolescenza e capisco che i segni erano lì da sempre. Sì, era vero che avevo una chiamata a servire come responsabile di fede. Ma avevo ignorato il fatto che la chiamata era doppia: servire, e servire come me stessa. La mia sessualità non era una prova contro la mia fede, né una deviazione sulla strada della spiritualità. Era la mappa: quella che poteva guidarmi verso un amore senza giudizio e una vita coerente con ciò che predicavo.
Il mio coming out non è stato solo per me. È stato per chiunque stia ancora lottando seduto su un banco di chiesa che predica esclusione, per ogni adolescente che sussurra al telefono di notte, per ogni adulto che convive con la parola “coinquilino” dopo una vita insieme. Alle mie sorelle, ai miei fratelli e ai miei sibling queer: so cosa significa nascondersi per decenni. So cosa significa negarsi. Ma so anche la libertà di demolire ciò che ti è stato imposto e ricostruirti nella verità. Fa paura, ma è un lavoro sacro.
E quando impari ad amarti, quando ti permetti di essere chi sei, le benedizioni si moltiplicano.
Oggi, quattro anni dopo quel coming out pubblico, cammino con la testa più alta che mai. In questo Coming Out Day, la mia preghiera è che qualcun altro trovi il coraggio di entrare nella propria verità e amarsi senza condizioni.
*La Reverenda Shelley Washington è attivista comunitaria e fondatrice di progetti dedicati alla giustizia e alla creazione di spazi dove tutti possano sentirsi a casa.
Testo originale: Coming out wasn’t losing my faith—I was living it

