Finalmente un motivo per andar nel panico
Riflessioni di Alessandro Ludovico Previti
Negli ultimi giorni, l’incontro tra Papa Leone XIV e una delegazione di Courage International ha riattivato un meccanismo familiare di allarme immediato. Letture apocalittiche, catastrofi annunciate, accuse incrociate, sospetti e ansie: “tutto sta per tornare indietro”.
Una parte di queste reazioni nasce da ferite reali. La storia delle terapie di conversione ha prodotto danni profondi, a volte devastanti. Su questo tema serve vigilanza, serve chiarezza, serve una condanna netta di ogni forma di coercizione, manipolazione, pressione spirituale o psicologica. Il terrorismo psicologico, quando entra nelle vite, può spingere le persone a farsi del male o a farne ai propri cari. Questo lo sappiamo. Non è una teoria. Su questo punto non ci sono ambiguità possibili.
E allora… “Come ha potuto la Chiesa cattolica abbandonarci ancora?” Direi che è giunto il tempo di andare nel panico. (Per chi avesse bisogno di una colonna sonora: “Finalmente un motivo per andar nel panico” dei Wir Sind Helden). Oppure no…
Chi come voi segue la vita della Chiesa italiana sa che non stiamo parlando di un terreno immobile, né di una partita appena iniziata. Negli ultimi anni abbiamo visto cammini pastorali riconosciuti, incontri ripetuti con Papa Francesco, prese di parola pubbliche, lettere, gesti. E come dimenticare il pellegrinaggio giubilare LGBT+ in San Pietro? I volti, gli abbracci, le lacrime. Non simboli astratti, ma corpi veri.
Il linguaggio sinodale, almeno in Italia, ha nominato senza ambiguità le persone LGBT+, ha condannato le discriminazioni, ha chiesto accompagnamento reale. Tutto questo non è stato revocato. Non è stato corretto. Non è stato messo tra parentesi. È rimasto lì. È cresciuto. È diventato parte del paesaggio ecclesiale.
Poi la castità, come pratica proposta nella chiesa cattolica, non nasce oggi. È una disciplina antica, trasversale, imperfetta come tutte le pratiche umane. Ha riguardato e riguarda persone eterosessuali e omosessuali, consacrate e laiche, per motivi diversi, in stagioni diverse della vita. Trasformare una scelta spirituale possibile in un marchio identitario imposto è un errore speculare a quello che per decenni ha ridotto le persone LGBT+ a un unico tratto della loro esistenza.
La chiesa cattolica ha aperto le porte e si può incontrare tante voci diverse. E ci sono tanti modi di vivere aspetti delle proprie vite. Scegliere un frammento e ignorare il contesto è una espressione di sfiducia nella Chiesa proprio nel momento in cui la Chiesa sta dimostrando, lentamente ma chiaramente, di voler tenere aperto uno spazio plurale.
Perchè le persone non sono un blocco monolitico, una categoria monolitica, una bandiera, un pacchetto politico… ma una pluralità unica di aspetti, alcuni immobili, altri in mutamento. Una pluralità di caratteristiche, idee, desideri, limiti, scelte e bisogni.
A volte viene da chiedersi perché scoppi sempre un nuovo panico. Perché le buone notizie si dimenticano subito. Perché, dopo aver fatto chilometri avanti, si va in allarme per un passo che sembra andare di lato, o forse indietro, lungo lo stesso cammino. Viene da chiedersi se non ci facciamo trascinare, a volte, dai social, dalla logica dell’engagement, dal ragebait.
Dai fomentatori. Già, perché i fomentatori prosperano solo nel conflitto. Vivono di conflitto. Si nutrono di conflitto. Per chi vive di divisioni, una Chiesa che integra lentamente, che cambia il linguaggio, che costruisce una etica condivisa, è un fallimento.
Allora ci invitano al panico, e il terrorismo psicologico, quando entra nelle vite, può spingere le persone a farsi del male o a farne ai propri cari.
C’è un paradosso che ormai dovremmo conoscere. L’isteria identitaria produce l’effetto opposto a quello dichiarato. Più si urla “se non fate come diciamo noi siete omofobi”, più si rafforza una reazione culturale di rigetto, che poi viene letta come “ritorno dell’odio”. Una spirale pericolosa. Ma noi cristiani LGBT+ siamo troppo furbi per cascarci, e per questo so già, che cammineremo.
Perchè la responsabilità oggi non è gridare di più, ma reggere il passo. Non trasformare ogni gesto in una crisi. Non pretendere una Chiesa cattolica impossibile, schiava dei nostri umori, a immagine ideologica oggi di uno, domani di un altro Ma continuare a raccontare storie vere. E abituarci a essere parte, sentirci a casa nella nostra Chiesa.
La testimonianza, a volte, vuol dire anche questo: lasciare spazio a Courage. E invece di chiedere “perché hai parlato con loro”, avere il coraggio di dire: “parliamo di nuovo insieme anche noi”. Anche se non siamo d’accordo su tutto.
Non mancheranno gli omofobi, oh no, certo che no, nel mondo. Ma cammineremo con chi ama l’ascolto.
Avremo amici accanto allora, dovessero venire giorni in cui l’odio risorge, si, avremo amici accanto allora.

