Fra Paolo Giavarini, trent’anni accanto alle persone LGBT+: “prima della morale della Chiesa c’è la morale del Vangelo”
Da quasi trent’anni fra Paolo Giavarini accompagna persone LGBT+ credenti e le loro famiglie. Frate minore cappuccino, sacerdote dal 1991, insegnante per molti anni e impegnato anche con famiglie segnate da problemi legati all’alcol e con persone separate, divorziate e risposate, racconta una pastorale nata prima di tutto dall’incontro con vite concrete.
La sua esperienza è al centro dell’intervista curata da Elisabetta De Toni e pubblicata nel numero di giugno 2026 de La Rivista del Clero Italiano. Un dialogo franco, a tratti doloroso, che ripercorre le ferite vissute da molti credenti LGBT+, ma anche i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nella Chiesa italiana.
Per spiegare l’origine del suo impegno, fra Paolo parte da san Francesco e dall’incontro con i lebbrosi, che «ha spaccato il suo cuore di pietra». Anche il suo ministero, racconta, è stato trasformato dall’incontro con persone poste ai margini: «Alcolisti, divorziati risposati, persone omosessuali hanno intrecciato la mia vita. Io ho cercato di stare loro accanto. Poi da cosa è nata cosa».
Da questo cammino è nato nel 2001 a Bergamo il gruppo La Creta, il cui nome richiama l’immagine di San Paolo del tesoro custodito in vasi fragili. Uno spazio nel quale persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender, insieme ai loro familiari, possono vivere la fede senza essere costrette a rinnegare una parte fondamentale di sé.
Fra Paolo insiste su un punto: LGBT+ non è soltanto una sigla, ma indica persone concrete, battezzate, credenti, spesso presenti da sempre nelle parrocchie e negli oratori. Persone che per lungo tempo hanno ricevuto indicazioni difficilmente vivibili, fino a percepirsi escluse dalla Chiesa.
Ricorda l’incontro con un giovane omosessuale di circa trent’anni che, dopo le presentazioni, gli domandò: «Perché la Chiesa ci odia?». Una domanda paradossale, perché la Chiesa cattolica non può odiare nessuno, ma capace di riassumere il sentimento di moltissime persone segnate da condanne, silenzi e indifferenza.
Una parte centrale dell’intervista riguarda la Lettera ai vescovi sulla cura pastorale delle persone omosessuali, pubblicata nel 1986 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Secondo Giavarini, quel documento, pur condannando discriminazioni e violenze, ha avuto conseguenze pesanti perché ha indicato di fatto la rinuncia completa alla vita affettiva e sessuale come unica strada possibile per una persona omosessuale credente.
Qui si trova uno dei nodi principali della sua riflessione: «Quella che è la via di santità per le persone eterosessuali unite nel matrimonio diventa dannazione per le persone omosessuali. È esattamente il nodo da sciogliere».
L’amore, la fedeltà e la responsabilità, riconosciuti come valori nelle coppie eterosessuali, rischiano infatti di non avere alcun significato morale quando la relazione è vissuta da due persone dello stesso sesso.
In quasi trent’anni di ministero fra Paolo ha conosciuto persone cacciate dal confessionale, escluse dalla comunione, allontanate da gruppi ecclesiali, seminari e istituti religiosi. Ha incontrato anche persone sottoposte a percorsi di riorientamento, con conseguenze psicologiche e spirituali dolorose.
Lui stesso si considera relativamente fortunato: i superiori cappuccini e i vescovi con i quali ha lavorato non gli hanno impedito di portare avanti questo servizio. Le resistenze più frequenti, racconta, sono state la diffidenza e soprattutto l’indifferenza. Per anni molti sacerdoti, pur conoscendo il suo lavoro, non hanno indirizzato ai gruppi persone e famiglie che chiedevano aiuto.
Il cambiamento più importante, secondo Giavarini, è arrivato con papa Francesco. Non perché abbia modificato d’autorità la morale cattolica, ma perché ha riaperto spazi che sembravano chiusi: «Papa Francesco non ha cambiato d’autorità la morale della Chiesa su tante questioni, ma ha avviato dei processi di cambiamento».
Un cambiamento di linguaggio, prima di tutto, ma anche di accompagnamento pastorale e di libertà teologica. Oggi teologi, biblisti, moralisti e pastoralisti possono affrontare il rapporto tra fede e omosessualità con maggiore libertà rispetto al passato. Esistono gruppi collegati agli uffici diocesani, commissioni pastorali, momenti di formazione e vescovi che partecipano apertamente a incontri dedicati alle persone LGBT+.
Il ritardo resta però enorme. In nessuna diocesi italiana, afferma fra Paolo, esiste ancora una piena accettazione dei credenti LGBT+. Ci sono singole parrocchie accoglienti e diocesi che hanno iniziato percorsi seri, ma anche opposizioni, paure e forme di ostruzionismo, spesso legate alle reazioni degli ambienti ecclesiali più intransigenti.
Sulle benedizioni delle coppie dello stesso sesso, Giavarini riconosce il valore della dichiarazione Fiducia supplicans, ma non nasconde di sentirsi più vicino ai percorsi avviati dalle Chiese cattoliche tedesca e belga. È convinto che anche la Chiesa universale arriverà a posizioni più aperte: «È solo questione di tempo», afferma, perché i processi sono ormai iniziati.
Particolarmente forte è il passaggio dedicato alla confessione. Fra Paolo rivolge ai sacerdoti una domanda molto concreta: è moralmente giusto poter assolvere un uomo gay che ha rapporti occasionali, purché pentito, e non poter assolvere chi vive da dieci anni una relazione stabile e fedele?
Quando il Magistero non offre risposte concretamente vivibili, sostiene, entrano in gioco la coscienza, la pazienza e il discernimento pastorale. Il criterio ricevuto dal suo maestro resta semplice e impegnativo: «Prima della morale della Chiesa, c’è la morale del Vangelo».
Fra Paolo guarda infine ai segnali positivi: le veglie di preghiera per il superamento dell’omobitransfobia, i materiali preparati dalle diocesi, i percorsi di formazione e il coinvolgimento di vescovi e uffici pastorali. Sono «piccole lampade» ancora fragili, ma che fino a dieci anni fa sembravano impensabili.
La sua non è la storia di una battaglia ideologica. È la storia di un frate che si è lasciato cambiare dall’incontro con persone ferite e spesso respinte. E che, dopo quasi trent’anni, continua a credere che la Chiesa possa imparare ad ascoltare meglio.
«Gesù diceva che la fede sposta le montagne», conclude. E aggiunge con la concretezza di chi non parla per sentito dire: «Io qualche montagna l’ho già vista spostarsi».
Articolo originale: Elisabetta De Toni, a cura di, «Un’esperienza di accompagnamento delle persone LGBT+. Intervista a padre Paolo Giavarini», in La Rivista del Clero Italiano, anno CVII, n. 6, giugno 2026, pp. 469-480,

