Francesco ci ha lasciato una chiesa “con il sapore del Vangelo”
Testo di Consuelo Vélez*, pubblicato su Global Sisters Report (Stati Uniti) il 1 maggio 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
In questi ultimi giorni si è scritto molto su papa Francesco — e giustamente. È stato il nostro Papa per dodici anni, e il suo pontificato non sarà facilmente dimenticato.
Dal 13 marzo 2013, quando sorprese il mondo rinunciando a molti degli ornamenti papali tradizionali e si affacciò al balcone per chiedere al popolo la benedizione all’inizio del suo ministero, è cominciato un pontificato molto diverso.
Così diverso che ancora oggi suscita gioia in tante persone, anche non credenti. Ma suscita anche disagio — anche tra credenti, membri del clero e della vita consacrata.
Perché parliamo di un pontificato “molto diverso”? Le ragioni sono molte, ma proviamo a nominarne alcune tra le più rilevanti. È stato un pontificato che ha smesso di concentrarsi sulla “conservazione ecclesiale”, nel senso di restare ancorati al passato e ripetere ciò che si è sempre fatto nello stesso modo.
Ha scelto invece di confrontarsi con il presente e guardare al futuro. Papa Francesco non ha avuto paura di parlare della vita reale, con tutte le sue complessità, riconoscendo che la Chiesa non ha tutte le risposte, ma desidera offrire il suo contributo nella ricerca condivisa di soluzioni alle grandi sfide del nostro tempo.
Il suo magistero sociale ha lasciato un’impronta non solo nella Chiesa, ma anche nel mondo, in particolare tra i leader politici.
L’enciclica del 2015 Laudato si’. Sulla cura della casa comune è stata letta, meditata, citata e accolta da numerose organizzazioni internazionali impegnate nella lotta contro la crisi ambientale — la cui manifestazione più visibile è il cambiamento climatico. Sebbene l’enciclica non offra soluzioni definitive per un problema così vasto, rappresenta un richiamo profetico all’azione, invitando alla cura del nostro pianeta attraverso un’“ecologia integrale”.
Ugualmente significativa è la sua enciclica del 2020 Fratelli tutti, in cui, a partire dalla parabola del buon samaritano, affronta il tema della fraternità e dell’amicizia sociale come elementi imprescindibili per costruire una società giusta e pacifica.
Parla della dignità umana, a partire dai più vulnerabili; della proprietà privata, che non può mai prevalere sul bene comune; della politica al servizio del popolo come migliore forma di governo; della necessità della democrazia e di sistemi economici che non danneggino i poveri; del rifiuto assoluto della pena di morte; e dell’urgenza del dialogo — soprattutto quello ecumenico e interreligioso.
Accanto a un pontificato attento al dibattito globale, Francesco ha anche restituito alla Chiesa il Concilio Vaticano II — un concilio che si era in parte arenato, portando a quella che alcuni definivano una “regressione ecclesiale” visibile nei pontificati precedenti.
Per questo Francesco è stato chiamato spesso il papa della “primavera ecclesiale”. Ha portato aria fresca nella Chiesa parlando della gioia di evangelizzare (Evangelii Gaudium, 2013); ponendo al centro l’umanità e la misericordia, in particolare per i poveri e per le vittime; promuovendo una maggiore trasparenza, soprattutto nella riforma delle finanze vaticane; e impegnandosi per costruire una Chiesa missionaria e sinodale, in cui laici, consacrati e clero riconoscono nel battesimo la radice della loro uguaglianza, e in cui le differenze di ministero esistono solo per il servizio, non per il prestigio, il potere o il clericalismo.
Francesco è stato un pastore che aveva “l’odore delle pecore” — come aveva chiesto di essere ai ministri ordinati, e come lui stesso ha vissuto.
È stato un Papa che ha dichiarato di non essere nella posizione per giudicare le persone in base al loro orientamento sessuale e ha difeso il loro diritto a un’accoglienza incondizionata.
Ha anche riconosciuto che la Chiesa non poteva più permettersi l’esclusione sistematica delle donne dai ruoli decisionali e dalle posizioni di autorità. E riguardo alla vita consacrata — soprattutto quella femminile — ha denunciato gli abusi di potere spesso esercitati sulle religiose, a partire dalla quasi totale assenza di una giusta retribuzione per il loro lavoro, fino ad arrivare a molte altre forme di maltrattamento, solo perché donne.
Ci sarebbero molti altri aspetti da evidenziare, e continueremo a farlo nei prossimi giorni, perché la sua eredità non deve essere dimenticata. Ogni cammino aperto da papa Francesco richiede continuità, impegno e forza, affinché nulla vada perduto, a prescindere da chi sarà il prossimo papa.
Questo non significa che non ci siano state questioni lasciate irrisolte, che avremmo voluto veder affrontate. Ma questo è il punto a cui il suo cammino ci ha condotti, e ciò che abbiamo ricevuto merita un grazie sincero, sentito, profondo.
Concludiamo dicendo che papa Francesco ci ha donato un ministero petrino “con il sapore del Vangelo” — un’espressione che lui stesso ha usato in Fratelli tutti (n. 1), parlando di san Francesco d’Assisi. Non dimentichiamo la testimonianza che ci ha lasciato.
E che le nostre vite possano avere quel medesimo “sapore del Vangelo”. Solo così avremo una Chiesa che parla al presente, un laicato che vive pienamente la propria vocazione cristiana, un clero riconosciuto per il servizio, e una vita consacrata rianimata dallo slancio e dalla fedeltà che il radicalismo evangelico della professione religiosa richiede.
*Consuelo Vélez è una teologa colombiana, religiosa della Compagnia di Maria, esperta in teologia fondamentale e insegnante di teologia sistematica. Ha pubblicato numerosi contributi sulla sinodalità e sul ruolo delle donne nella Chiesa.
Testo originale: “Francis left us a witness ‘with the flavor of the Gospel’”

