Gay confesso: una vocazione spezzata e ritrovata

“Gay confesso” è il titolo del reportage in edicola su Il Venerdì di Repubblica del 27 giugno 2025, in cui il giornalista Iacopo Scaramuzzi racconta come nella Chiesa italiana esista ancora la pratica di proporre ai giovani omosessuali che vogliano diventare preti di “curarsi”. È quello che è successo a Tiziano Fani Braga, protagonista del lungo articolo, che racconta «la sua storia di fede, rifiuto e liberazione in un’intervista a cuore aperto». Una storia che merita di essere letta, conosciuta e condivisa.
Tiziano ha 35 anni, una fede profonda e una vita segnata dalla lotta per poter essere sé stesso anche dentro la Chiesa. Il suo coming out arriva nel marzo del 2021, nel pieno del lockdown, quando si rende conto che non può più rimandare. «Confrontarmi 24 ore su 24 con la vita famigliare ha scatenato la reazione», racconta. Dopo aver parlato prima con il padre («Per lui è stata una batosta»), affronta anche la moglie: «Abbiamo parlato, abbiamo pianto… è stato un momento bellissimo: di grande sofferenza, ma bellissimo».
Per anni Tiziano ha cercato di “guarire” dalla sua omosessualità, incoraggiato dai catechisti del cammino neocatecumenale e dal rettore del seminario in cui era entrato da ragazzo. «Erano come gocce cinesi, parole ripetute a cui alla fine credi», dice oggi. Quando aveva 15 anni ed entrò in seminario, confidò subito di essere gay: «Non vedevo il problema di abbracciare il celibato da omosessuale». Ma il rettore gli propose una “terapia riparativa”, come se l’omosessualità fosse una malattia. Tiziano rifiutò. E fu cacciato: «Cacciato dal seminario perché ho rifiutato la terapia».
«Un plotone di esecuzione»
Nel reportage, Scaramuzzi descrive con chiarezza la pressione psicologica e spirituale vissuta da Tiziano all’interno del cammino neocatecumenale: «Un plotone di esecuzione» lo definisce Tiziano, «tu dai loro l’autorità di controllare la tua vita, sebbene spesso non abbiano la preparazione psicologica e spirituale adeguata», denuncia Tiziano.
Quando racconta di essere gay, gli consigliano di trovare una ragazza – e ovviamente di non dirle nulla. Gli spiegano che sarà la sua “croce”, proprio come si direbbe a chi ha una malattia grave o è drogato: «con l’aiuto del Signore potrai portarla, a condizione di negare te stesso».
Tiziano obbedisce, si fidanza con la migliore amica e si sposa. Ma il giorno delle nozze vive due momenti di blackout: «prima si chiude in bagno, come se gli mancasse l’aria, poi non mangia la torta, quasi non volesse festeggiare».
Il rifiuto della terapia e l’espulsione
La svolta era arrivata già a 15 anni, quando entrò in seminario e confidò la sua omosessualità: «Non vedevo il problema di abbracciare il celibato da omosessuale». Ma il rettore gli propose una “terapia riparativa”, come se fosse una malattia da curare. Tiziano rifiutò. E fu espulso: «cacciato dal seminario perché ho rifiutato la terapia».
Un fenomeno ancora vivo nella Chiesa italiana
Le cosiddette terapie di conversione sono ancora presenti in alcuni ambiti ecclesiali italiani. «Su basi pseudoscientifiche», osserva l’articolo, «mirano a cambiare l’orientamento degli omosessuali o a ‘correggere’ disforie o dismorfie delle persone transgender». E non solo nei seminari, ma anche in congregazioni religiose e movimenti ecclesiali, spesso «all’insaputa di vescovi e superiori».
Il gesuita Pino Piva, impegnato nella pastorale con i cattolici LGBT+, sta raccogliendo testimonianze per portare alla luce queste realtà: «Conviene anche alla Chiesa dire chiaramente che è contraria a queste terapie». E aggiunge: «Obbligare una persona a rivelare il proprio orientamento sessuale è un grave abuso di coscienza. E se lo rivela al padre spirituale, è un segreto di foro interno che non può essere violato»
Una Chiesa che dice e disdice
Nel 2023 la CEI aveva presentato una Ratio nationalis con linee guida più aperte, che spostavano il focus sulla disponibilità al celibato, piuttosto che sull’orientamento sessuale. Ma poi papa Francesco, in un discorso non ufficiale, criticò la “frociaggine” nei seminari, frenando il processo. Le norme approvate nel 2025 diventano così, secondo l’articolo, «un pasticcio»: da un lato sembrano aprire ai seminaristi omosessuali, ma dall’altro mantengono la clausola vaticana per cui non possono essere ammessi coloro che “presentano tendenze omosessuali profondamente radicate”.
«Non ci si deve mettere una pietra sopra»
Oggi Tiziano vive serenamente la sua omosessualità. La moglie ha chiesto e ottenuto l’annullamento del matrimonio, ma i due sono rimasti in buoni rapporti e condividono la cura del figlio. È entrato nei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld, ha recuperato il rapporto con i genitori, ha perso gli amici neocatecumenali, ma non la fede. «Ringrazio la vita che ho, però avrei fatto scelte diverse. E così sarebbe giusto per molti ragazzi che dovrebbero avere la libertà di essere se stessi, accompagnati a capire chi sono. Non a metterci una pietra sopra».
Un racconto forte, delicato e necessario. Un’inchiesta che mette a nudo una realtà ancora troppo silenziosa. Come scrive il giornalista Scaramuzzi, è tempo che la Chiesa faccia i conti con pratiche che, oltre a non avere alcuna base scientifica, infliggono sofferenze profonde a chi cerca solo di vivere con verità la propria fede.

