L’arcivescovo Gambelli: ascoltare le persone LGBT+ per discernere ciò che Dio sta facendo

Intervento tenuto da mons. Gherardo Gambelli, arcivescovo della diocesi di Firenze, al primo Convegno nazionale degli operatori di pastorale “Buone pratiche di pastorale con persone omoaffettive e transgender” (Roma, Curia generalizia della Compagnia di Gesù, 4 settembre 2026)
Il capitolo 11 degli Atti degli Apostoli ci presenta il racconto ordinato che Pietro fa a Gerusalemme, davanti ai fedeli circoncisi, della cosiddetta Pentecoste dei pagani a Cesarea. La veglia di preghiera per il superamento dell’omotransfobia del 2025 si ispirava a questo testo di Atti. Mi sembra interessante riflettere sulla conclusione. È Pietro che parla: Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”. Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?”. All’udire questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: “Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!” (At 11,16-18).
Dal rimprovero iniziale (“Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato con loro”), si passa al “si calmarono e glorificarono Dio”.
Molte delle buone pratiche con persone omoaffettive e transgender nella nostra Diocesi di Firenze sono strettamente legate al cammino sinodale, sono un frutto del discernimento comunitario che abbiamo imparato e riscoperto in questi ultimi anni, dal tempo del Discorso di Papa Francesco a Firenze nel 2015.
Nella fase di ascolto del cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, alcuni membri del gruppo Kairos (ndr di cristiani LGBTQ+) hanno potuto rendere testimonianza e questo ha progressivamente fatto cadere tanti pregiudizi, tante paure, tante riserve, tanti stereotipi.
Ci siamo esercitati nel discernimento comunitario attraverso quei cinque setacci che il prof. Vito Mignozzi ha messo bene in luce a partire da una lettura di Atti 15 (V. MIGNOZZI, Discernere comunitariamente, Queriniana 2025).
Il primo è il criterio di realtà: discernere comunitariamente significa cercare soluzioni reali a problemi reali che turbano la vita della Chiesa. La realtà è più importante dell’idea (EG 231).
Il secondo setaccio è quello della narrazione. At 15,12 (“Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Barnaba e a Paolo). Si tratta di assumere lo sguardo delle vittime, come ricorda anche Papa Leone nella Magnifica Humanitas, 216.
Il terzo setaccio è quello del riferimento alle Scritture (“Con questo si accordano le parole dei profeti” Atti 15,15). Qui il testo di Atti 10, ma anche quello di Atti 6 e tanti altri ci sono serviti per sostenere la fede messa alla prova quando qualcuno viene accusato per aver vissuto la fedeltà al Vangelo, a Gesù segno di contraddizione. Il n. 85 del Documento Finale del Sinodo dice in proposito: “Perché il discernimento sia effettivamente ecclesiale occorre avvalersi dei mezzi necessari, fra i quali un’adeguata esegesi dei testi biblici, tale da aiutare a interpretarli e a comprenderli evitando approcci parziali o fondamentalistici”.
Il quarto setaccio è quello della ricerca dell’essenziale. Questo criterio si trova espresso nella lettera inviata dalla Chiesa di Gerusalemme (“È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi…”; Atti 15,28).
Il modo di procedere, su cui talvolta si fa più fatica, è quello di una gradualità come messo in luce dal documento Lineamenti per la prima Assemblea sinodale 30: “Siamo coscienti che, per passare dalla logica escludente del dentro/fuori ad una di implicazione e riconoscimento, in alcuni casi e su alcuni temi occorre ancora un ulteriore approfondimento, confronto e discernimento comuni, per arrivare, con gradualità, a scelte condivise”. In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. («Nelle cose necessarie, unità; in quelle dubbie, libertà; in ogni cosa, carità»)
Il quinto setaccio è quello dell’esperienza della gioia. Ciò significa che la bontà di un processo di discernimento sì giudica anche a partire dai suoi risultati non astratti, o meramente quantitativi, ma -potremmo dire- qualitativi, che si leggono negli animi del popolo di Dio che deve accogliere decisioni o proposte (cfr. Mignozzi, p. 58).
Gli incontri diocesani, in modo particolare le Assemblee diocesane che teniamo regolarmente dal 2024 due volte all’anno, sono occasioni per proseguire il cammino sinodale. In esse le buone pratiche di accompagnamento e integrazione delle persone omoaffettive e transgender a livello delle parrocchie vengono condivise.
Condivido alcune risonanze di gioia come frutto di un percorso di discernimento in cui emerge un consenso attraverso ciò che fa ardere i cuori.
Una persona che aveva partecipato a un incontro formativo promosso dal coordinamento diocesano per la pastorale di inclusione ha raccontato il suo itinerario di conversione in termini simili a quelli di Pietro nella casa di Cornelio: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga (At 10,34-35).
Anche preti, diaconi, seminaristi, religiosi e religiose hanno preso parte a questi incontri formativi, guidati con molta competenza da esperti in materia, nel corso dei quali hanno ricevuto risposte esaurienti a domande e perplessità.
I genitori che partecipano alle riunioni con altre coppie che hanno figli omoaffettivi o transgender si sentono sollevati quando scoprono che non sono genitori di persone scomunicate o eretiche.
Ho presente in particolare una coppia di donne che vivono una grandissima attenzione al prossimo, una fedele adesione al Vangelo capace di suscitare stupore in chi le vede. Il cristianesimo, le buone pratiche crescono per attrazione.

