«Guardarsi con gli occhi di Dio». Padre Pino Piva riflette su fede, dignità e liberazione
Nell’intervista realizzata da Alessandro Previti per La Tenda di Gionata, padre Pino Piva si lascia ascoltare con il tono di chi non parla da una cattedra, ma dalla vita concreta delle persone che accompagna da anni. Gesuita, guida spirituale di ispirazione ignaziana, Piva intreccia nel dialogo esperienza pastorale, discernimento e ascolto profondo, partendo dal suo libro Dignità e Responsabilità. Un cammino di liberazione spirituale per tutti (Il Pellegrino, 2024).
Ne viene fuori una conversazione intensa, che tocca temi molto concreti e insieme profondi: il desiderio di sentirsi amati da Dio, il bisogno di appartenere davvero alla comunità cristiana, le ferite lasciate dall’esclusione, il rischio di un perdono imposto troppo in fretta e la possibilità di una libertà interiore che non sia teorica, ma vissuta.
Padre Pino presenta anzitutto il suo libro come una proposta aperta, non riservata a pochi. Lo definisce infatti “un cammino che è per tutti, che è per tutti e per tutte”, radicato nella tradizione di sant’Ignazio di Loyola e negli esercizi spirituali, pensati come via concreta per “tutte le persone che vogliono incontrare Dio”.
Eppure questo percorso universale nasce anche da un’attenzione specifica: quella verso le persone omoaffettive, trans e le loro famiglie, che nella loro storia portano spesso ferite, paure, esclusioni, e dunque hanno bisogno di un accompagnamento capace di rispettare quel vissuto senza ridurlo a un problema. Per questo Piva spiega di aver adattato il cammino “in modo particolare per le persone omoaffettive”, proprio perché alcune esperienze chiedono attenzioni particolari, pur restando dentro un orizzonte che riguarda tutti.
Uno dei nuclei più forti dell’intervista è il modo in cui padre Pino racconta la domanda spirituale che incontra più spesso nelle persone che accompagna. Non è una domanda astratta, non è una questione da specialisti della fede. È, prima di tutto, il desiderio di sentirsi amati da Dio, di sentirsi “pienamente figli e con piena dignità di figli di Dio”. E da qui nasce anche un altro desiderio, altrettanto decisivo: non restare alla porta della comunità cristiana, non accontentarsi di una presenza tollerata o nascosta, ma sentirsi parte della Chiesa fino in fondo, con un’appartenenza reale e attiva.
Padre Pino lo dice con chiarezza: tante persone portano dentro di sé il peso di essere state “messe ai margini” o costrette a nascondersi; proprio per questo il loro desiderio più profondo è poter partecipare, contribuire, essere riconosciute come parte viva della famiglia ecclesiale. E in questa prospettiva, chi è stato escluso non appare più come una questione da gestire, ma come un dono per tutta la comunità.
Le differenze, dice, non sono una minaccia, ma una ricchezza: aiutano la Chiesa a non diventare “monotona”, la aprono alla varietà dei colori e delle sfumature, la conducono dentro “la fantasia di Dio”.
C’è poi il tema delle ferite interiori. Una ferita si riconosce quando una persona “non riesce a stare in piedi” e finisce per vedersi con gli occhi di chi giudica. Qui il passaggio decisivo è cambiare sguardo: imparare a guardarsi con gli occhi di Dio. Non negando la ferita… ma andando oltre. “Dio vede soltanto figli amati”, insiste, e questo cambia tutto.
Molto forte anche il discorso sul perdono. Padre Pino mette in guardia da quello “troppo presto”: un perdono che ignora il male subito e chiede di sistemare tutto in fretta. Non funziona. “Prima bisogna recuperare la propria dignità”, altrimenti il perdono non libera, ma mantiene la dipendenza. E il cammino non riguarda solo chi ha subito, ma anche chi ha ferito: senza consapevolezza e cambiamento, non c’è vera riconciliazione. È un processo, quasi come un lutto… con tempi da rispettare.
Da qui si apre il tema della liberazione. Gesù, dice, non si limita a guarire: libera. E liberare significa poter vivere tutte le proprie dimensioni come buone, anche quella affettiva e sessuale. “Dio crea l’essere umano come buono in tutte le sue dimensioni.” Quando questo viene riconosciuto, la persona ritrova unità, pace… e diventa capace di donarsi.
Nel finale, tutto si ricompone attorno al Vangelo: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Per padre Pino legge, giustizia e misericordia coincidono: fare giustizia significa amare, prima di tutto se stessi, riconoscendosi amabili, e poi gli altri, nella verità delle loro fragilità. È un comandamento che non schiaccia, ma libera.
Resta questa impressione, alla fine… che la fede, quando è vera, aiuta a stare in piedi. A guardarsi con verità. E, piano piano, a guardarsi davvero con gli occhi di Dio.

