I cristiani LGBT+ sono diventati famosi? Tutta colpa del giubileo
Riflessioni di Massimo Battaglio
Ebbene sì: siamo diventati famosi. E’ bastato che un gruppo di amici de La Tenda di Gionata decidessero di andare insieme a Roma per respirare un po’ d’aria di Giubileo, che la stampa e tutto il web si sono agitati in coro.
Dobbiamo dire che ci abbiamo messo del nostro. Sono mesi che annunciamo a destra e sinistra la nostra presenza a San Pietro. Qualcuno inizia pure a stufarsi.
Ma promettiamo che, dal giorno dopo, ricominceremo con le attività di sempre. E a pensarci bene, a guardare le opinioni dei media, anche il pellegrinaggio giubilare del prossimo fine settimana sta assumendo i caratteri di una battaglia.
Voleva essere solo preghiera ma d’altra parte anche la preghiera è lotta, lotta contro il male. E l’odio, l’invidia, il parlar male, sono male.
Ho provato a scorrere una ventina di articoli, qualcuno di agenzia, qualcuno preso dalla stampa mainstream, altri da periodici e blog specializzati. E confermo: siamo diventati famosi: chi ci loda, chi ci imbroda, chi recita la parte neutrale, nessuno ci ignora.
Credo che il modo migliore per proporre una riflessione o almeno un aggiornamento sulla situazione sia proprio quello di raggruppare i testi secondo queste categorie: i neutrali, gli entusiasti, i detrattori, perché la divisione tra gli uni e gli altri è netta.
I neutrali
Nel primo gruppo stanno i grandi quotidiani, stranamente anche quelli più conservatori. Ci mettiamo innanzitutto Repubblica, con un articolo dal titolo “Arcobaleno sul Giubileo: prima volta a San Pietro per i pellegrini Lgbtqi“, nel quale l’autore, Iacopo Scaramuzzi, avverte semplicemente che “Il 6 settembre attraverseranno la porta santa, la sera prima veglia di preghiera alla chiesa del Gesù poi messa mattutina celebrata da monsignor Savino. Gli iscritti sono 1300 ma continuano ad aumentare”. Nessun giudizio. E la cosa ci piace.
Segue Rai News.it che informa che “Il prossimo 6 settembre avrà anche luogo il pellegrinaggio giubilare, dei cristiani Lgbtq+ e dei loro familiari organizzato dalla Tenda di Gionata che promuove da anni la pastorale per le persone omosessuali”. Specifica che “Questo pellegrinaggio alla Porta Santa sarà preceduto da una veglia di preghiera nella Chiesa del Gesù di Roma e da una messa sabato stesso”. E poi aggiunge: “Per questo evento giubilare non è al momento previsto uno specifico incontro con Papa Leone ma l’ipotesi non è del tutto esclusa”.
L’unione Sarda si lancia in alcuni aggettivi che sembrano di apprezzamento. L’articolo si intitola “Giubileo, pellegrinaggio dei cristiani Lgbtq+ alla Porta Santa”. Nel contenuto, compaiono due righe in cui si lascia scappare un sorriso: “Sarà un momento di preghiera e inclusione”. Purtroppo commette anche uno strafalcione: “I partecipanti incontreranno anche Papa Leone XIV”. Ma quando mai?
C’è poi La Gazzetta del Sud che, per dare più spessore cronachistico, si concentra innanzitutto sull’incontro già avvenuto tra padre Martin e il Papa. “Si avvicina il Giubileo dei cattolici Lgbtq+ – dice – e arrivano anche segnali di apertura di Papa Leone XIV nel solco di quanto aveva già fatto Francesco. Oggi il Pontefice ha incontrato in Vaticano padre James Martin, gesuita americano, paladino dei diritti dei gay e promotore della pastorale per le persone che fanno riferimento al complesso mondo “arcobaleno”. Anche a noi pare un aspetto interessante, soprattutto perché, come ha riferito lo stesso padre Martin, “Il messaggio ricevuto è stato che Papa Leone continuerà con la stessa apertura che Francesco ha mostrato verso i cattolici Lgbtq”.
L’Ansa ribadisce lo stesso concetto. L‘articolo titola: “Leone come Francesco, aperto agli Lgbt”. Nel testo, alcune parole di Martin: “Mi ha commosso ascoltare lo stesso messaggio che ho sentito da Papa Francesco sui cattolici Lgbtq. E’ un messaggio di apertura e accoglienza“. Sarebbe interessante valutare con attenzione i passi in avanti effettivamente compiuti sotto il pontificato di Francesco. Sono davvero così sostanziali? Ma non è questa la sede.
Su questo concetto, interviene Mara Sarti, vicepresidente de La Tenda di Gionata, intervistata da Adnkronos:
“Papa Francesco ha fatto passi importanti ma più che altro sul fronte della pastorale, non dal punto di vista del magistero né del Catechismo, dove sono scritte ancora cose anacronistiche. Una chiesa moderna dovrà pure confrontarsi con la scienza. L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono una naturale inclinazione dell’umano per cui penso che anche la Chiesa dovrebbe rivedere alcune cose. Non possiamo rimanere al Medioevo”.
Il Messaggero la prende sul serio: Vaticano, “Leone XIV non tornerà indietro sul mondo LGBT, assicura padre Martins paladino dei diritti di trans e gay”. Sembra un messaggio rivolto a chi già ridacchiava quando il nuovo Papa usò la locuzione “famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”.
Gli entusiasti
E’ ovvio che i primi entusiasti siamo noi. Ed è altrettanto ovvio gli amici di sempre, come per esempio Adista. In un suo articolo dal titolo “dentro e fuori la porta”, si propone una profonda riflessione di Dea Santonico. Ne riportiamo qualche tratto:
“La prima volta che ho messo insieme le parole Giubileo e comunità LGBT+ è stata venticinque anni fa, nel 2000, l’anno del grande Giubileo e del Pride a Roma. C’era chi considerava uno scandalo questa coincidenza di eventi. Ma, a pensarci bene, il Giubileo nella tradizione biblica era l’anno della restituzione delle terre a coloro a cui erano state sottratte, della remissione dei debiti e della liberazione degli schiavi e dei prigionieri, il tempo in cui liberare gli oppressi e restituire la dignità a coloro a cui era stata negata.
C’era qualcosa da restituire alle persone LGBT+? Sì, c’era: la loro identità negata, e c’erano anche lì catene da spezzare, quelle imposte dal perbenismo, che le voleva invisibili, magari tollerate, purché rimanessero nell’ombra”.
Il concetto è importante e ci torneremo: il Giubileo è l’ “anno di misericordia”, sì, ma misericordia non vuol dire necessariamente perdono dei peccati (spesso presunti). Il termine significa “avere a cuore i miseri”, gli “scartati”. Non vuol dire necessariamente “convertire i peccatori” (o meglio, quelli che noi consideriamo tali).
E anche se fosse, per “peccatori” non si intendono solo quelli che hanno apparentemente contravvenuto al sesto comandamento (brutto vizio ecclesiastico, quello di ridurre il decalogo a “non commettere atti impuri”). Esistono anche “non rubare, non uccidere, non dire falsa testimonianza”…
Non è un caso se le tradizionali “opere di misericordia” non riguardano tanto il ristabilimento del rapporto tra l’uomo e Dio ma la costruzione di rapporti tra uomini e uomini.
Misericordia è l’attività, concreta, di edificare una società improntata a criteri di giustizia e uguaglianza. E in questo senso, le persone LGBT+ ci stanno dentro in pieno.
L’Avvenire vorrebbe mantenere posizioni equilibrate ma l’articolo di Luciano Moia, intitolato “Un Giubileo per tutti. Cattolici Lgbt in Vaticano”, tradisce forti emozioni. In particolare, verso il fondo, cerca di fare giustizia di alcune critiche. E stigmatizza soprattutto quelle provenienti dall’ala iper-progressista, che ci accusava di “ghettizzazione”. In proposito, cede la parola a padre Pino Piva – gesuita da sempre vicino al nostro movimento.
“Inopportune – dichiara padre Piva – tutte le polemiche che in queste settimane hanno parlato dell’evento ipotizzando un rischio di ghettizzazione o, peggio, come di un cedimento allo spirito mondano. Ci sarà soltanto (…) il desiderio di pregare insieme – come hanno fatto dall’inizio del Giubileo, decine di altre categorie e di realtà aggregative – nella prospettiva della speranza cristiana e secondo i principi del Vangelo”.
Abbiamo già risposto, su queste colonne, all’accusa di “ghettizzazione”. Se ci guardiamo intorno, non ne vediamo il rischio. Abbiamo una missione ormai rivolta più all’esterno che al nostro interno.
Nello svolgerla, non ci sostituiamo agli enti e alle associazioni laiche che promuovono la nostra causa e cercano di rispondere ai nostri bisogni. Di più: non ci riteniamo un’alternativa al movimento LGBT+ ma una piccola parte perfettamente integrata nel mondo. Capiamo la preoccupazione ma ci domandiamo: dove sarebbe la “chiusura”, la recinzione nel “ghetto”?
Tra gli entusiasti, mettiamo pure Dagospia, nonostante il titolo scanzonato “Il Giubileo della frociaggine”.
“Non è una cosa di poco conto – scrive il vecchio Dagostino. “Con questa giornata finalmente cade il mantello dell’invisibilità su tutta la comunità arcobaleno di credenti che, malgrado le aperture ufficiali di papa Francesco, vive ancora in mezzo al guado: riconosciuta sì, ma solo dopo aver chiesto permesso: alle diocesi, ai singoli preti, al silenzio di un confessionale”.
E bravo Dago! A sto giro ci hai preso. Forse potevi evitare ci chiamare la nostra iniziativa “pride cattolico”. Ma hai ragione a dire che sarà un evento doppiamente importante:
“per tante, tantissime persone credenti LGBTQIA+ che, in questi anni di apparente apertura ufficiale, hanno vissuto la doppia discriminazione di chi, dentro la chiesa, sigilla la porta con il catechismo e ideologie antiscientifiche; e chi, da una posizione altrettanto aprioristica, fa del suo anticristianesimo un dogma”.
I disperati
C’è poi tutto un arcipelago di indignati professionali che ci dà contro. E nel tirarci dietro la qualunque, non fa che contribuire a renderci ancora più famosi. Sarebbe bello rispondere loro prendendoli uno a uno. Sarebbe magnifico intraprendere un dialogo. Ma se al dialogo sono così chiusi, che possiamo fare noi? In ogni caso, per dialogare, bisognerebbe citarli, mettere i link, magari fare qualche telefonata (che loro non hanno fatto).
E, di citarli con nome, cognome e occorrenze web non abbiamo punta voglia, per due buone ragioni. La prima è che gli si restituirebbe la pubblicità, nel bene e soprattutto nel male.
La seconda è che hanno la querela facile. E le querele, anche quando passano in archivio, sono rogne che non ci vogliamo prendere. Abbiamo cose più importanti da fare.
Citeremo solo qualche espressione tra le più tenui che ci riservano:
“Un gruppo di oltre 1.000 cosiddetti “cattolici LGBTQ” sta per scendere a Roma la prossima settimana per l’anno giubilare. L’evento è organizzato da un gruppo italiano chiamato “La Tenda di Gionata” – probabilmente un riferimento ripugnante e disgustoso all’amicizia tra Gionata e il re Davide – che è stato molto attivo nel corso degli anni”.
Così scrive un famoso critico di ogni cosa che non sappia di Concilio di Trento. Ehi bel tipo! “ripugnante e disgustoso”, a noi, non lo dice nessuno. Capito?
Fuor di battuta, se per sostenere le proprie posizioni è necessario ricorrere al turpiloquio, forse quelle posizioni sono un po’ deboli? Forse è bene ricordare ancora una volta una frase di papa Francesco: “dietro la rigidità ci sono problemi gravi, a volte c’è qualcosa di patologico”.
Ma non bastano i triviali. Ci sono anche quelli che provano a buttarla in caciara, infarcendo le loro critiche con battutine che credono di essere ficcanti: “il vescovo – mons. Savino – dà luogo ad una serie di mirabolanti affermazioni”. Mirabolanti, pensa un po’. “Atto profetico? Addirittura”. Sì: atto profetico. E allora?
E’ curioso notare che queste battutine sembrano fatte per distrarre da una trattazione sedicente teologica ma così fragile da richiedere il condimento comico. Facciamo qualche esempio.
“Teniamo ferma la distinzione tra volontà positiva (lingua, colore della pelle) e permissiva (peccato) di Dio. Vero che l’Eucarestia non esclude nessuno per “percorso di vita” ma esclude chi quel percorso non lo vuole armonizzare con i comandamenti”.
Il guaio di questo sproloquio è che parte da una posizione puramente ideologica: quella per cui l’omosessuale è intrinsecamente peccatore.
Se proviamo ad abbandonare per un attimo questo assunto, tutto il castello di carte cade. E l’abbandono dell’assioma è indispensabile, prima di tutto perchè l’omosessualità è, esattamente come il colore della pelle, un dato di natura e non un atto permissivo. In secondo luogo, perché Gesù non ha mai avuto parole contro le persone omosessuali.
Sempre sul versante teologico, si scomodano professoroni che ricordano “Cosa pensa la Chiesa del peccato di omosessualità” (proprio così: peccato di omosessualità), illustrano “La situazione delle persone che soffrono di tendenze verso questo peccato” (loro sì che ne sanno), e commentano “la tendenza al riconoscimento pubblico di queste persone nella Chiesa” sentenziando che “il mondo è nemico di Dio”. Punto. Praticamente, Dio si è creato il proprio nemico, così, perché aveva voglia di divertirsi.
Ci sono poi quelli che ci accusano di voler tirare per la giacchetta il Papa:
“Non serve una grande fantasia per immaginare la narrazione che seguirà: “Il Papa apre alle unioni Lgbt”, “Svolta sul celibato”, “Nuova primavera sinodale”. Peccato che Leone XIV, solo pochi mesi fa, abbia ribadito pubblicamente che il matrimonio è sacramento tra uomo e donna, e che la Chiesa non ha autorità di benedire unioni tra persone dello stesso sesso”.
E’ significativo che queste parole piene di invidia siano state scritte prima dell’incontro con padre Martin. Altrettanto significativo è il coro di quelli che dicono di capirci perché, in fondo, siamo lì per chiedere perdono.
Uno ricorda che “L’Anno Giubilare è anno di misericordia e perdono, ma questo non significa indulgenza verso l’errore o complicità con il peccato”.
Un altro avverte che “La condizione per ottenere il perdono e «l’indulgenza giubilare» è quella di riconoscersi peccatori e di abbandonarsi alla volontà di Dio (…) Sarebbe paradossale, oltre che un pochino presuntuoso, voler chiedere a Dio, nel cuore stesso della cristianità, di «cambiare parere» ed abolire o correggere quanto fin ad oggi insegnato dalla Chiesa e dai sommi pontefici sul matrimonio, il peccato, la sessualità, la vita e la famiglia”.
Ok ma tocca ripetersi: Dio ha mai parlato espressamente di amore omosessuale? In realtà, l’omofobia ecclesiastica è pura tradizione, fondata sul voluto fraintendimento di otto famosi versetti dei trentaduemila che la Bibbia contiene, nessuno dei quali fa riferimento a parole di Gesù.
I conservatori potranno anche accusarci di professare il motto protestante della “sola scrittura” ma a noi pare ben peggio quello della “sola tradizione”, anzi, della sola usanza.
Ma niente da fare. Se si parte dall’assunto che dobbiamo chiede scusa per aver amato, non si può che concludere così:
“Auguriamoci che tutti coloro che parteciperanno al Giubileo, senza alcuna eccezione, possano tornare nelle loro case e nella loro vita ordinaria, con la gioia, la fede e la pace interiore che derivano dal rispetto autentico e dall’adesione sincera al progetto divino di salvezza”.
Poi ci sono gli acrobati, esperti in salti mortali filosofici:
“Un’analogia volutamente provocatoria aiuta a cogliere la deriva: istituire un pellegrinaggio per “i collerici” o “gli avari” e i loro familiari, non per stigmatizzarli ma per riconoscerli come tali, equivarrebbe a consolidare nell’identità ciò che la grazia e l’ascesi mirano a sanare”.
Oh già. Solo che, a differenza dei collerici e degli avari, non non siamo psicopatici. Ormai famosi, sì, ma non fuori di testa.
Per chiudere, citiamo un tipo, anche lui tra i più famosi, che si riconferma tra i più bisognosi di un giubileo per i collerici:
“Il sei settembre la chiesa, la nuova chiesa con la “c” minuscola, quella che si prepara a “cioeare” durante le giornate dell’umanità (senza Dio e senza Gesù), quella arcobaleno inventata dal Francesco argentino e gesuita. S’aprirà per accogliere il giubileo degli omosessuali che, pur vivendo immersi nel peccato mortale, non intendono pentirsi, né convertirsi e rientrare nella Legge eterna del Signore”.
“C’è poco da ridere però perché il sei settembre, il mondo omosessuale, reo di un peccato mortale che grida vendetta a Dio e che, come scriveva Santa Caterina, fa schifo anche al diavolo, sarà abbracciato e “incluso” nella nuova chiesa del todos todos todos, la nuova chiesa tutta misericordia senza giustizia, della nuova chiesa che non chiede pentimento ma promuove l’orgoglio del serpente antico”.
Misericordia! (direbbe la signorina Rottermeier) Sono già qui che tremo.
Ma vorrei chiedere al collerico: noi siamo immersi nel peccato mortale di amare i nostri compagni. Mi sembra strano ma prendiamolo per buono. Ma spargere odio non è peccato?

