I giovani del Giubileo e le app di incontri gay
Riflessioni di Massimo Battaglio
Premessa: a me, i giubilei, non sono mai stati particolarmente simpatici. Partono con le migliori intenzioni; poi si gonfiano, vengono gonfiati dai media e, a tratti, arrivano a sfiorare il parossismo. In particolare, ha sempre subito questa sorte il giubileo dei giovani insieme a tutte le GMG.
Quando, nel 2000, mi veniva chiesto cosa pensassi della Giornata Mondiale della Gioventù a Tor Vergata, avevo una risposta pronta. Dicevo: “i ragazzi che hanno fede torneranno con la stessa fede. Quelli che si aggregano senza averla, avranno vissuto una bellissima esperienza di aggregazione”. Continuo a pensarlo. Le GMG sono momenti bellissimi. Presentano contenuti altissimi, non ultimo la possibilità di essere amici. E i giovani li vivono così – salvo contraddizioni come quelle che abbiamo registrato due anni fa ai danni dei gruppi LGBT+ cristiani presenti.
Ma intorno a loro c’è dell’altro, troppo altro. C’è la ricerca dell’evento di massa, ciclopico, fatto per dimostrare al mondo che la Chiesa è ancora potente e che le nuove generazioni sono interessate al suo messaggio (e, lateralmente, a quello del Vangelo, ma importa meno). In realtà, se le enormi masse che partecipano al Giubileo fossero così animate da spirito evangelico, il mondo sarebbe diverso; sicuramente migliore.
Chiusa la premessa
In questi giorni, circola un pettegolezzo sul Giubileo dei Giovani. Varie testate, con a capo Il Foglio, ci educono sul fatto che, a Tor Vergata, durante l’evento, era tutto un’impazzire di ragazzi che si davano appuntamento attraverso siti di incontri e, in particolare, di incontri gay. “App di incontri e social (e forse tatuaggi nascosti): siamo tutti Papa boys”, titola appunto il giornale fondato da Giuliano Ferrara e ora diretto da Claudio Cerasa.
In realtà l’articolo, firmato da Michele Masneri, intendeva aprire un dibattito contro l’immarcescente Susanna Tamaro che, sulle colonne del Corriere della Sera, aveva coperto di lodi i giovani del Giubileo dipingendoli come se fossero antropologicamente diversi da tutti gli altri. “I ragazzi di Tor Vergata e quegli sguardi luminosi di chi ha sete di verità”, titolava l’ormai anziana scrittrice. “La Giornata mondiale della Gioventù ci ha aperto una finestra su un mondo che credevamo perso. Il tempo dello scrolling ossessivo sullo smartphone sembrava aver reso impossibile l’attenzione e i silenzi, e invece no”.
Tamaro parlava dei giovani cattolici come di esseri stupendi, con “sguardi straordinariamente vivi e commossi, uno diverso dall’altro, come se la clonazione estetica imposta dai media non avesse mai attecchito nelle loro vite”, esenti dallo “spirito del tempo” e soprattutto dai “furori ideologici del Novecento” (leggasi: non sono di sinistra).
Non parla di assenza di tatuaggi. Questa è un’invenzione de Il Foglio – da sempre avvezzo al giornalismo creativo – che piazza poi il carico da novanta. Lo “scrolling”, avverte, a Tor Vergata si faceva eccome ed era finalizzato nientemeno che a cercare compagnie sessuali e, per di più, omosessuali. Interessante questo scontro mediatico tutto a destra: analisi superficiali da parte dell’autrice di “Va’ dove ti porta il cuore”; risposte ridanciane degli altri.
Al Foglio, si è accodato immediatamente gay.it. Lo ha fatto con un articolo tra il serio e il faceto (o la faccetta, visto l’argomento), di Madalina di Biase: “Giovani ragazzi gay da Leone XIV: Grindr esplode durante il Giubileo della Gioventù / Tor Vergata pulsante sulla app di incontri gay: “Cerco subito, right now”, scrive un utente, in zona campeggio. E no, non sta cercando le parole di Prevost”.
Segue un editoriale su SPY.it. L’articolo, non firmato, titola: “Grindr intasato durante il Giubileo dei giovani a Roma: mentre Papa Leone parlava d’amore e fede, i telefoni vibravano per altri motivi…”
Insomma: i pettegolezzi degli eredi di Ferrara, per una volta, sono stati presi sul serio. Ovviamente senza verificare le fonti, ma questo, oggi, è la moda. I testi dei commentatori forniscono però spunti di riflessione interessanti. Gay.it per esempio, in un articolo che vorrebbe essere un autentico sfottò, nasconde piccole verità significative:
“Non tutti tatuati, è vero ma nemmeno così puri e asessuati come certa stampa ha voluto dipingerli. I “Papa boys”, oltre a commuoversi di fronte all’ostensione del corpo di Cristo, scrollavano avidamente i telefonini, con annessi feed e – perché no – bling-blign di notifiche per arrangiare una qualche compagnia notturna”.
Ovvero: questi giovani, o almeno la più parte di loro, sono persone di fede ma di una fede molto personale, parziale, se vogliamo, ma inedita. Di fronte al vecchiume della morale sessuale della Chiesa, reagiscono con noncuranza. I semi-dogmi sulla castità, se li lasciano scivolare addosso. E questa capacità di ignorare il vecchio è forse la stessa che li aiuta a selezionare il nuovo e a conservare o scoprire la fede.
L’articolo su SPY.it propone opinioni un po’ più profonde:
“I pellegrini sono giovani. E i giovani usano internet, si innamorano, flertano, si esprimono. Sia che vadano a Ibiza o a Tor Vergata. E sì, anche se cantano “Alleluia” la mattina, possono scrollare Grindr la sera”.
“In fondo, chi siamo noi per giudicare? L’immagine del giovane cattolico in shorts da scout, croce al collo e cellulare in mano, non è più in contrasto con l’idea di un ragazzo queer, curioso, magari credente, ma anche pienamente immerso nella contemporaneità.
Il punto non è fare ironia su chi partecipa a un evento religioso e al tempo stesso vive la propria identità. Il punto, semmai, è smettere di costruire barriere e dicotomie artificiali: tra credenti e non credenti, puri e impuri, santi e “tatuati”. Si va dal Papa, certo. Ma si resta giovani. E, per molti, anche gay. E forse è proprio questo che rende questi tempi così interessanti — e, se vogliamo, anche un po’ più umani”.
Viene da pensare: ma quanti erano davvero i ragazzi queer tra quel milione di pellegrini? Dagli articoli pare che fossero addirittura la maggioranza. In realtà, per far impazzire grindr, basta qualche centinaio di messaggi in contemporanea. Dunque: i grindrer del Giubileo erano almeno una quota rappresentativa?
Mi pare strano.
Qualche anno fa – eravamo a settembre del 2021 – organizzai a Torino una serata della serie “Cronache di Ordinaria Omofobia”. Invitai a bella posta un folto numero di amici cattolici. Partecipò anche il mio parroco, il quale, la domenica successiva, mi telefonò per ringraziare. Ricordo bene una sua frase: “sono contento perché mi hai fatto conoscere una realtà che mi era del tutto estranea. Sai: in parrocchia, oltre a te, non vedo nessuna persona omosessuale”.
“Non le vedi – risposi – ma ti assicuro che ci sono. Lo so perché per me è impossibile non fare attenzione, e perchè poi ci parlo. Sono poche e nascoste. Questo è il problema”. Da allora, il dialogo tra noi sull’argomento si fece fitto e interessante. “Sono poche e nascoste”, per il don, fu una sberla ma anche l’inizio di un cammino.
E’ cambiato qualcosa in questi quattro anni?
Quest’anno, con gli amici de Il Pozzo di Sicar, ho avuto diverse occasioni di “testimonianza” con gruppi di giovani cristiani. Il primo fu a fine agosto scorso. Un gruppo parrocchiale di ragazzi veneti aveva organizzato un “campo itinerante” dal titolo “sconfinamenti”. Avevano esplorato le rotte dei migranti a Ventimiglia, i campi nomadi e altro.
A Torino, avevano voluto incontrare noi, gay, lesbiche e, paradossalmente, credenti. Fu un incontro stupendo nel quale, in realtà, non ci chiesero altro che qualche consiglio per reagire di fronte alla cultura omofoba che regna ancora intorno a loro.
Uno di noi fu poi invitato ad andali a trovare nella loro parrocchia veneta, per portare la sua testimonianza anche a chi non era al campo.
Altri incontri si svolsero con gruppi parrocchiali e scout. In particolare, gli scout della “provincia” del Piemonte Nord avevano organizzato un’intero raduno sulle nostre tematiche e ritennero indispensabile lasciarsi guidare dalle nostre esperienze. Ecco un altra testimonianza di “fede selettiva”, critica, adulta.
Poco dopo, passammo una giornata con un giovane degli stessi gruppi scout. Avevano organizzato un Hike, uno di quegli esercizi in cui i giovani di reparto vengono mandati da soli con una missione e solo il biglietto del treno.
La missione di questo giovane era di incontrare alcuni di noi e scambiare opinioni durante la giornata. L’esigenza nasceva dal fatto che, nella sua parrocchia, un amico aveva iniziato il suo percorso di transizione e ciò aveva diviso la comunità. Occorreva approfondire e studiare strategie di accoglienza.
Sono tutte esperienze positive ma sono comunque molto rare. Chissà quante volte i partecipanti a gruppi giovanili si sono trovati nella medesima situazione del nostro scout e del suo amico ma, nel migliore dei casi, hanno taciuto o se ne sono andati, continuando a permettere che si auto-realizzasse sempre la stessa profezia: “Sono pochi e nascosti”.
D’altra parte, al Giubileo di Tor Vergata, si è confermata la stessa cosa: “Sono pochi e nascosti”. Hanno bisogno di confondersi nella massa e di cercarsi nel nascondimento di grindr. Non è un bel vivere.
Chissà che il “Pellegrinaggio Giubilare” delle persone queer” organizzato da La Tenda di Gionata e altre associazioni cristiane LGBT+, nella sua quasi sfacciataggine, non serva proprio, per quei “pochi e nascosti”, a sentirsi più in compagnia e a conquistare la forza di emergere.

