I moti di Stonewall. Un ricordo sempre attuale
Riflessioni di Massimo Battaglio
E’ il 28 giugno. Ricordiamo i moti di Stonewall.
Per chi è troppo giovane per sapere – non tanto perchè non ci fosse ma perchè, nel trasmettere la storia e la memoria, siamo sempre piuttosto selettivi e tendiamo a imparare solo ciò che i nostri insegnanti reputano utile – i moti di Stonewall furono una rivolta avvenuta a New York da parte di persone LGBT+ contro le retate della Polizia, che durò tre notti trasformandosi per la prima volta in un vero movimento di massa.
Lo Stonewall Inn era un bar malfamato di New York dove si incontravano persone omosessuali, bisessuali, transgender, quelli che allora chiamavano anche se stessi “the girls”, che italiano suonava come “i travestiti”. Periodicamente, la “buon costume” vi faceva incursione e ne portava via una camionata. Pare che lo stesso gestore, un tipo poco raccomandabile, chiamasse personalmente i poliziotti quando il bottino era grosso.
In quelle tre notti di fine giugno 1969, “le ragazze” decisero di alzare la testa e di rivoltarsi. Chiamarono i rinforzi e, alla fine, ebbero la meglio. Per questo, l’episodio rappresenta la nascita del movimento omosessuale (non ancora LGBT+). “Rappresenta”, non “è”, perché un barlume di movimento era già nato e si muoveva sotterraneamente.
Quella di Stonewall non fu un’azione improvvisa, totalmente spontanea, dettata da una rabbia che si trasforma di punto in bianco in coscienza politica. Era stata preparata, consapevolmente e non, attraverso anni di coscientizzazione silenziosa, di dibattito privato ma collettivo, di “prove”. Altri episodi di rivolta contro la repressione delle Forze dell’Ordine si erano visti ma erano stati semplicemente meno fortunati.
A Stonewall, la novità fu che ə rivoltosə non furono lasciatə solə. Se così fosse stato, si sarebbe risolto nell’ennesima carneficina. Accorse invece tutta l’avanguardia gay, che era allertata e aveva scelto tatticamente di aderire alla prima protesta che si sarebbe verificata.
Al termine di quelle notti di resistenza, dicevamo, fu la Polizia, per la prima volta in America, a ritirarsi – immaginiamo con quale senso di vergogna. E il sabato dopo, la comunità gay e trans festeggiò con un maestoso corteo: il primo gaypride della storia. Stonewall diventò così un mito. La fusione tra la rabbia di massa e l’intellettualità politica aveva sancito la nascita di un vero movimento; non più una banale ribellione dei travestiti.
“Siamo le ragazze di Stonewall”
A Stonewall, il neonato movimento omosessuale scelse, prima ancora che una linea politica, una linea estetica: quella appunto delle “ragazze”, dell’esaltazione del femminile, dell’osceno come strumento di lotta. E aveva ragione due volte: la prima perché doveva aggregare, diventare comunità consapevole. E la consapevolezza nasce dall’accettare di essere esattamente come la società ci rappresenta, ma di esserlo con orgoglio. Nasce dal trasformare il trucco in colore, la discriminazione in allegria.
La seconda ragione è che, per liberare l’omosessualità, occorreva prima liberare la sessualità in sè. Occorre testimoniare che il sesso è bello e che relegarlo alla sfera privatissima porta all’ipocrisia.
Un mondo di merda
A Stonewall non si era radunata tutta la scena gay di New York ma una piccola parte. E non è quella degli attivisti ufficiali. Al contrario, era quella parte che, frequentandosi molto e vivendo in comunità circoscritte (i quartieri gay), aveva sviluppato una propria socialità; quasi una propria antropologia. Ma dentro e fuori da quei quartieri, c’era un mondo di merda. E fu questa merda, prima delle riflessioni politiche e antropologiche, che portò alla ribellione.
Il panorama gay della New York di allora non somigliava per nulla alle colline del “Mago di Oz” con Judy Garland che cantava “Over the Rainbow”. Era pieno di contraddizioni lancinanti.
C’era per esempio una disparità di classe orribile e una mancanza di solidarietà pressoché totale. C’era l’omosessuale ricco che gestiva i propri impulsi usando gli omosessuali poveri – le marchette – come strumento di piacere. E c’era quello che rispondeva a un innamoramento “prendendosi in casa” l’oggetto del proprio sentimento (che magari era solo un desiderio un po’ più forte) e lo esibiva come un animaletto vantandosi di averlo “tolto dalla strada”.
C’era infine il ragazzo alle prese con la propria concreta sopravvivenza (sopravvivenza a una morte violenta, non solo all’emarginazione) la cui unica ambizione era di essere “tolto dalla strada” da qualcuno. Questo schema sarebbe durato ancora per molti anni.
Diventare movimento significava quindi innanzitutto “togliersi dalla strada” da soli, anzi, tutti insieme. Il che si tradusse da una parte nel sesso libero, cioè finalmente slegato da forme di scambio o pagamento, e dall’altra nella scoperta dell’amore. Fino ad allora, non era comune che una persona omosessuale realizzasse che il sentimento che provava per i suoi partner potesse essere amore.
Dunque, chi oggi nega l’amore – e sono parecchi – si pone un giorno prima di Stonewall, perché a Stonewall, il diritto all’amore era la prima delle rivendicazioni.
Dal femminile al macho
Negli anni ’80, mentre il movimento femminista ragionava sul recupero della femminilità, sulla scena gay compare una nuova estetica. E’ quella del macho, del leather, dell’obbligo di tartaruga. Nulla di male in sé, senonché la vulgata diventa: “mi piacciono i maschi e quindi li voglio tali; devo piacere ai maschi a cui piacciono i maschi, e quindi devo mostrarmi tale. Se volevo una femmina, me la sceglievo vera”.
Questa nuova forma di autorappresentazione si sovrappone alla precedente senza sostituirla ma ha successo. In positivo, permette a molti di uscire dal cassetto. Coloro che non si identificano affatto nel femminile o che non hanno il coraggio del travestitismo come forma di lotta, trovano un posto.
Solo che, così, il macho diventa una moda e, come tutte le mode, tende a escludere chi non si adegua. E’ abbastanza triste, oggi che gli scontri con la società etero sono in parte superati, constatare che si riproducono all’interno della comunità lgbt stessa. E’ penoso assistere a nuove piccine forme di scontro e di emarginazione basate su un dato estetico.
Nuove identità
La graduale vittoria del movimento lgbt porta sempre più persone ad emergere. Finalmente gay è normale. Anzi: finalmente si è costruito un nuovo modello di normalità, plurale e non uniformante. E così arrivano a scoprirsi anche altre identità diverse da quella gay (bisex, intersex, asex ecc.). Per molti, tutto ciò è un’autentica liberazione. Per altri si riduce nella rivendicazione di posti nell’acronimo, nella cultura e, peggio, nelle segreterie delle maggiori associazioni.
A mio avviso, di fronte a una necessità ancora vivissima di emancipazione (lotta all’omofobia, matrimonio same sex vero), che non può che passare dalla lotta politica e che quindi richiede assoluta unità, è desolante constatare che una buona parte delle energie del movimento si spenda in questioni interne, non di tipo politico ma identitario.
E i cristiani?
E’ inutile nasconderlo: a Stonewall non c’era una “componente” cristiana. Erano gli anni in cui i pastori protestanti andavano giù di Levitico (e le “ragazze” rispondevano a colpi di gamberetti) e i cattolici proponevano come modello di santità una trasfigurazione caricaturale di Maria Goretti. Un ragazzo di vita che avesse cercato un prete per confidarsi, non solo sarebbe andato incontro a maledizioni ma non lo avrebbe proprio trovato. I preti non si sporcavano le mani coi sodomiti (di giorno).
Ma i racconti delle protagoniste, le donne trans Marsha P. Johnson, Stormé DeLarverie e soprattutto Sylvia Rivera, trabordano d’amore. E l’amore è il valore cristiano per eccellenza. Sarebbe bene che ci lasciassimo interrogare dalle loro parole, prima che dalle loro paillettes. E non sarebbe nemmeno fuori posto se, quelle paillettes, cercassimo di capirle invece di usarle come clava.
Negli stessi racconti, compare per le prime volte la parola “pride”, orgoglio. Ma non è l’orgoglio di Adamo. E’ quello di essere uomini e donne, con una mente, un cuore, un corpo. Per noi cristiani, è l’orgoglio di essere come Dio ci ha voluti.
E’ passata una settimana dalla solennità del Corpus Domini, una festa che celebra un Dio che, nel farsi uomo, assume un corpo. Diventa corpo. Ed è dall’uso che Gesù fa del proprio corpo, che sgorga la Salvezza; dall’averlo “spezzato” per noi, dall’averlo condiviso fino a farne oggetto di “comunione”.
C’è molto di tutto ciò in Stonewall, dove la liberazione passa dalla riappropriazione della propria corporeità e dalla rivendicazione di fare comunione dei nostri corpi adoperandoli come veicolo d’amore.

