I testi del terrore. Saper leggere le storie bibliche che ci fanno paura
Riflessioni della biblista Phyllis Trible tratte da Texts of Terror: Literary-Feminist Readings of Biblical Narratives (Testi del terrore. Letture femministe-letterarie dei racconti biblici), edito da Fortress Press (Regno Unito), 2022. Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata.
Perché la Bibbia custodisce nelle sue pagine storie che ci fanno paura? Che cosa ci rivelano questi racconti in cui le donne vengono abusate, sacrificate, fatte tacere, e Dio sembra assente? La biblista Phyllis Trible ci invita a non cercare risposte facili, ma a leggere questi testi, ad ascoltare il terrore che emanano senza tentare di addomesticarlo. Forse queste storie bibliche non servono a rassicurare la fede, ma a metterla in crisi?. E a chiederci, ancora oggi, chi paga il prezzo del nostro modo di parlare di Dio in termini escludenti, di potere, patriarcali e violenti?
Le storie sono lo stile e la sostanza della vita. Sono il modo in cui l’esistenza prende forma e trova voce. Dall’alba dei tempi fino agli orizzonti ultimi, dai sogni acerbi della giovinezza alle esperienze che maturano con gli anni, dalle rivelazioni che risuonano forti alle intimità appena sussurrate, il linguaggio del racconto domina ogni cosa.
Mito, parabola, fiaba popolare, epopea, romanzo, novella, storia, confessione, biografia: tutti questi generi proclamano la presenza e la potenza della narrazione. Senza storie non possiamo vivere, ma le storie, a loro volta, non vivono senza di noi. Un testo da solo resta muto, inefficace. È nel dire e nell’ascoltare che qualcosa di nuovo nasce sulla terra. La parola esce dalla bocca e accade l’inatteso: persino la lingua del balbuziente parla con chiarezza (Is 32,3–4); le orecchie di chi ascolta si aprono, anche quelle dei sordi si dischiudono (Is 35,5). Così la parola non torna a vuoto, ma compie ciò per cui è stata mandata (Is 55,10–11; Ger 31,22).
Raccontare storie è un atto trinitario. Unisce chi scrive, il testo e chi legge in un intreccio di senso. Distinti e diseguali, questi tre soggetti sono però inseparabili, dipendono l’uno dall’altro. Davvero, “nel racconto, nel raccontare, siamo tutti dello stesso sangue”.
Nel mio libro Texts of Terror (Testi del terrore) il mio compito è raccontare storie tristi, così come le ascolto. Sono racconti di terrore, e le vittime sono donne. Appartengono alle Scritture sacre della sinagoga e della chiesa, eppure parlano con una voce che spesso non è stata ascoltata. Sono quattro ritratti di sofferenza nell’antico Israele: Agar, la schiava usata, abusata e poi scacciata (Gen 16; 21); Tamar, la principessa violentata e abbandonata (2Sam 13); la donna senza nome, una concubina stuprata, uccisa e fatta a pezzi (Gdc 19); e la figlia di Iefte, vergine sacrificata sull’altare di un voto (Gdc 11,29–40).
Scelta e caso hanno guidato il mio raccontare queste storie. Ascoltare una donna nera definirsi “figlia di Agar”, fuori dall’alleanza; vedere una donna maltrattata per le strade di New York con un cartello che diceva: “Mi chiamo Tamar”; leggere sui giornali il racconto di un corpo di donna smembrato e gettato tra i rifiuti; partecipare a celebrazioni in memoria di donne senza nome; e soprattutto lottare con il silenzio, l’assenza e persino l’opposizione di Dio.
Tutto questo mi ha condotta in una terra di terrore, da cui nessun viandante ritorna senza ferite. Il viaggio è solitario, intenso. Chi sceglie di accompagnarmi, ne condivide il rischio.
Insidie e guide
Eppure chi legge non entra in questo territorio senza segnalazioni. Chi scrive ha già percorso la strada e conosce il terreno. Fin dall’inizio, alcune posizioni teologiche si rivelano pericolose. La prima è pensare che queste storie siano soltanto residui di un passato lontano, primitivo, ormai superato. La storia smentisce duramente ogni presunta superiorità dell’epoca cristiana.
La seconda insidia è contrapporre un Dio dell’Antico Testamento, irato e violento, a un Dio del Nuovo Testamento, amorevole e misericordioso. Il Dio di Israele è il Dio di Gesù, e in entrambi i Testamenti abita la tensione tra ira e amore.
La terza è subordinare la sofferenza di queste donne alla sofferenza della croce. La loro passione ha una dignità propria: nessun paragone attenua il terrore che hanno conosciuto.
La quarta è cercare la redenzione di queste storie nella risurrezione. È una forzatura. Le storie tristi non hanno un lieto fine.
Accanto alle insidie, però, ci sono delle guide. La prima è guardare la Bibbia come uno specchio. Se l’arte imita la vita, anche la Scrittura la riflette, nella sua santità come nel suo orrore. Uno specchio non cambia la realtà, ma permette di vederla. E vedere può aprire alla conversione. Anche le storie tristi, a volte, possono generare nuovi inizi.
La seconda guida è lasciare che la Scrittura interpreti la Scrittura. Un racconto richiama altri racconti, un testo illumina un altro testo. Questa circolarità attraversa tutto il mio modo di raccontare. Alcuni passaggi tornano come un ritornello: i canti del Servo sofferente (Is 42; 49; 50; 52–53), i racconti della passione nei Vangeli, i testi eucaristici delle lettere di Paolo (1Cor 11,23–26).
Ma qui accade uno spiazzamento: non sono gli uomini a occupare il centro. Sono le donne a diventare servi sofferenti, figure di Cristo. Le loro storie guidano la lettura. Così la Scrittura, interpretando se stessa, smonta ogni trionfalismo e pone domande scomode alla fede.
Provviste per il viaggio
Oltre alle guide, servono alcune provviste. Poche, ma essenziali: una prospettiva, una metodologia e una storia. La storia è la lotta di Giacobbe allo Iabbok (Gen 32,23–33); la metodologia è la critica letteraria; la prospettiva è il femminismo. Il femminismo, come critica della cultura e della fede alla luce della misoginia, è un movimento profetico: guarda la realtà, la giudica, chiama alla conversione. Nella lettura della Scrittura assume forme diverse. Talvolta documenta la violenza subita dalle donne, mostrando inferiorità, subordinazione e abuso nell’antico Israele e nelle chiese delle origini.
Talvolta, invece, scova nel testo stesso le crepe del patriarcato, recuperando voci dimenticate e rileggendo testi noti per costruire una teologia di resistenza. Qui, però, i due approcci si tengono insieme: raccontare storie di terrore come memoriale, per dare voce alle donne violate. È un modo di ricordare un passato che il presente continua a incarnare, e di pregare perché questi orrori non accadano di nuovo. Raccontare storie tristi, così, diventa un modo per riscattare il tempo.
A questa prospettiva si affianca la critica letteraria, intesa come lettura del testo nella sua forma finale. Attenta all’unità tra forma, contenuto e significato; alla costruzione delle scene e delle trame; e soprattutto ai personaggi, in particolare alle donne ferite. Ogni saggio è autonomo, ma insieme agli altri forma una variazione sul tema del terrore. L’ordine non è storico, ma drammatico: dal rifiuto allo stupro, dallo smembramento al sacrificio.
E infine la storia che accompagna il viaggio: la lotta di Giacobbe allo Iabbok. Racconta la bibbia che una notte, da solo, Giacobbe lotta con un uomo misterioso, forse Dio, forse no. Il buio nasconde e rivela insieme. Nessuno vince davvero. Giacobbe ottiene la benedizione, ma ne esce ferito. Vive, ma zoppica.
Così è anche per noi. Raccontare e ascoltare storie di terrore significa lottare di notte, senza un Dio che intervenga a salvarci.
Ci chiediamo il nome di quei demoni, ma riconosciamo con paura il nostro. Resistiamo, feriti, cercando una benedizione. Se arriva, non arriva alle nostre condizioni. E quando lasciamo la terra del terrore, ce ne andiamo zoppicando.
* Phyllis Trible è una delle voci più autorevoli e ascoltate della critica biblica femminista contemporanea. Biblista statunitense, ha insegnato a lungo Antico Testamento e interpretazione delle Scritture, in particolare alla Union Theological Seminary di New York, dove è stata professoressa di Bibbia e teologia (Union Theological Seminary, New York). Il suo lavoro ha segnato una svolta nel modo di leggere i testi biblici, soprattutto quelli che raccontano violenza, abuso, silenzio e sofferenza delle donne. Trible è nota per un approccio che unisce critica letteraria, attenzione al testo nella sua forma finale e una prospettiva femminista intesa come sguardo profetico capace di smascherare il patriarcato, senza però abbandonare la Scrittura. Al contrario, la attraversa fino in fondo, anche là dove fa male.
Tra le sue opere più importanti ci sono God and the Rhetoric of Sexuality (1978), in cui rilegge i testi biblici su genere e sessualità, e Texts of Terror (1984), il suo libro più noto, diventato un classico della teologia femminista. In quest’ultimo dà voce alle storie bibliche di donne violate e messe ai margini — Agar, Tamar, la concubina senza nome, la figlia di Iefte — mostrando come la Bibbia custodisca non solo parole di salvezza, ma anche racconti di terrore che interrogano la fede ancora oggi. Il contributo di Phyllis Trible resta fondamentale perché non cerca scorciatoie consolatorie: prende sul serio il dolore, rifiuta i lieto fine forzati e invita chi legge a restare sul testo, a lottare con esso, come fa Giacobbe al guado di Iabbok.
Testo originale: Texts of Terror: On Telling Sad Stories


