Il cammino della diocesi di Chiavari nella pastorale con le persone LGBT+
Trascrizione dell’intervento a più voci della diocesi di Chiavari al primo Convegno nazionale degli operatori di pastorale “Buone pratiche di pastorale con persone omoaffettive e transgender” (Roma, Curia generalizia della Compagnia di Gesù, 4 settembre 2026)
Don Marco Torre: Mi faceva piacere che la diocesi di Chiavari non fosse rappresentata soltanto da un documento, da un foglio o da un volto istituzionale – tra poco vedremo in video il nostro vescovo –, ma anche da volti concreti, da persone in carne e ossa capaci di dire il proprio nome e di raccontare la loro storia, che è anche la nostra storia e quella dell’intera diocesi di Chiavari.
Don Stefano Curotto: «L’incontro con le persone LGBT+ è stato una grazia»
Io sono don Stefano, parroco a Rapallo, nella parrocchia più grande della diocesi di Chiavari. Sono lì da ventidue anni: ormai mi sopportano!
Vorrei dire soltanto una cosa. Per me l’incontro con questi fratelli e queste sorelle cristiani LGBT+ è stato una grazia. Tutto è cominciato soprattutto dall’incontro con alcuni genitori che si sono confidati con me. Abbiamo iniziato a parlare e a confrontarci e, così, si è aperto un mondo.
Da lì sono nate tante iniziative. Sento davvero che questa esperienza è stata una grande grazia per la Chiesa diocesana e per me stesso.
Simona: «Prima delle idee vengono le persone»
Buongiorno a tutti, sono Simona e sono qui anche con la mia realtà familiare: sono madre di un figlio omosessuale. Nella nostra diocesi partecipo ad Amore in cammino, il gruppo del Servizio di pastorale familiare della diocesi di Chiavari dedicato alle persone LGBT+ e alle loro famiglie.
Vivo poi una terza realtà all’interno del Movimento dei Focolari, dove, attraverso il gruppo Nessuno solo, siamo ormai circa ottanta famiglie. Inizialmente il gruppo aveva una dimensione nazionale, mentre adesso si è allargato anche ad altri Paesi, tra i quali la Francia e la Spagna. In esso condividiamo questa nostra esperienza molto concreta.
Sono qui portando con me alcune parole che hanno lavorato nel mio cuore: prima delle idee vengono le persone.
Tommaso: «Essere tre volte genitori»
Sono Tommaso, della diocesi di Chiavari. Sono padre di due ragazzi, anzi sono anche nonno, perché il mio primogenito Pietro mi ha reso nonno. Il mio secondogenito è omosessuale.
Sono qui per ringraziare il nostro vescovo, don Marco, don Stefano e tutta la realtà diocesana che sta proseguendo lungo questa strada. Come genitore voglio dire il mio sì.
Dico sempre che si diventa genitori tre volte: la prima quando mettiamo al mondo i nostri figli; la seconda quando li accogliamo nuovamente, nel momento in cui dichiarano la propria omosessualità – mio figlio è un ragazzo splendido, un figlio di Dio –; la terza quando siamo noi genitori a fare coming out nella società e nella diocesi.
Noi lo abbiamo fatto più di una volta, incontrando altre persone della comunità di Chiavari. Anche all’interno del Movimento dei Focolari ho fatto coming out, contribuendo a costruire questa realtà. Sono grato allo Spirito Santo per questa bellissima esperienza.
Don Marco Torre: «Il cammino sinodale ci ha fatto un regalo»
Adesso abbiamo un compito: attraverso il video del nostro vescovo e poi con alcune mie parole, cercheremo di descrivere, per quanto ci sarà possibile e in modo sintetico, quello che questo cammino ha significato per noi.
Fino a cinque o sei anni fa, prima del cammino sinodale, non avevamo gruppi particolari né una pastorale specifica con le persone LGBT+ e con le loro famiglie. Abbiamo però scoperto che il cammino sinodale e l’incontro con le persone, con le loro storie e con i loro volti sono stati per noi una grazia.
“Grazia” non è una parola di circostanza: è qualcosa che abbiamo gustato nello Spirito, dentro di noi, sentendo che questa esperienza aveva messo in movimento l’intera comunità diocesana.
Il percorso non è stato privo di fatiche e continuano a esserci difficoltà, ma sentiamo che in questi anni ci è stato fatto un regalo. È la commozione suscitata da questo dono ad accompagnarci ancora oggi.
Vi faccio ascoltare le parole di mons. Giampio Devasini, vescovo di Chiavari, e poi proverò ad aggiungere qualcosa.
Mons. Giampio Devasini, vescovo di Chiavari: «L’ascolto delle vite, una grazia per tutta la diocesi»
Care amiche e cari amici, grazie per l’invito. Non potendo partecipare in presenza, mi sono permesso di registrare e inviarvi questo video, ringraziandovi anticipatamente per il paziente ascolto.
Nel recente passato, direi fino agli anni della pandemia, la diocesi di Chiavari non aveva mai pensato seriamente di affrontare la realtà delle persone omoaffettive e transgender e delle loro famiglie. Riteneva che tutto ciò fosse di competenza di altri – una comoda modestia – e che non riguardasse la concreta vita pastorale di una comunità cristiana di provincia.
Rileggendo oggi quanto è accaduto in questi pochi anni, riconosciamo nel cammino sinodale una grazia e nell’ascolto serio delle vite delle persone una sorpresa, proprio nel senso etimologico del termine: siamo stati “presi da sopra”, presi dall’alto. È stata una sorpresa per l’intera vita della diocesi.
Il desiderio di fede delle persone omoaffettive e transgender è un problema da risolvere e normalizzare oppure è un dono e una grazia per tutti? Ogni dono, si sa, diventa un compito, una chiamata.
Non siamo partiti da un problema, ma dall’urto provocato da domande impegnative. Se permetti alle domande di esprimersi seriamente, non puoi più sottrarti: esse ti mettono in viaggio.
Chi è stato coinvolto in questo cammino? Nella prima fase del cammino sinodale, i membri dell’équipe sinodale diocesana hanno favorito l’incontro e l’ascolto di alcune persone che, desiderose fin da ragazze e ragazzi di vivere una relazione con Cristo, molto spesso partecipavano alla vita delle nostre comunità mimetizzandosi e rimanendo nascoste.
Contemporaneamente abbiamo scoperto che alcuni parroci, accompagnando famiglie sconvolte e disorientate dal coming out delle proprie figlie e dei propri figli, avevano cominciato a chiedersi come integrare le persone omoaffettive e transgender nella vita delle comunità.
A quel punto, l’Ufficio di pastorale familiare ha compreso che la questione non riguardava soltanto alcune famiglie, ma tutta la famiglia diocesana, desiderosa di seguire il proprio Maestro.
Se un genitore viene messo in crisi nelle proprie categorie mentali e morali dall’amore verso suo figlio, anche la famiglia di Dio è chiamata dall’amore verso i propri fratelli e le proprie sorelle a intraprendere un cammino di conversione, specialmente nell’annuncio del volto e del Regno di Dio.
«Può una madre dimenticare il frutto del proprio grembo?», dice il profeta Isaia (cfr. Is 49,15). Le relazioni familiari sono il pentagramma sul quale Dio ha parlato di sé e ha rivelato il proprio modo di amare e di guardare i suoi figli, non come semplici individui.
In questa prospettiva, la Chiesa è chiamata a ripensare le proprie categorie teologiche e morali. La famiglia non è un modello da difendere, ma uno stile teologico di relazione.
Che cosa chiede Dio a questi suoi figli e a queste sue figlie? Quale chiamata promettente rivolge alla loro vita?
È apparso chiaro fin dall’inizio che a queste domande avremmo dovuto rispondere insieme: con le persone omoaffettive e transgender, con le loro famiglie e con tutta la comunità diocesana. Tutto questo comporta fatica e pazienza. Non abbiamo la presunzione di arrivare tutti a pensare nello stesso modo, ma desideriamo che di queste realtà si possa parlare e ci si possa confrontare apertamente.
È stato coinvolto il Consiglio presbiterale, promuovendo tre giornate di formazione per tutti i presbiteri con validi docenti, come don Maurizio Chiodi e Aristide Fumagalli. È stato coinvolto anche il Consiglio pastorale diocesano, attraverso giornate di ascolto e di formazione rivolte a presbiteri e laici.
È stato valorizzato il validissimo strumento della Scuola di formazione teologica diocesana, attraverso specifici corsi di approfondimento. Cito alcuni dei relatori coinvolti: Chiara Durbano, Martin Lintner, Andrea Grillo, Roberto Massaro e Lucia Vantini. Sono stati inoltre proposti momenti di formazione e di confronto nei diversi vicariati e nei movimenti ecclesiali presenti sul nostro territorio.
Don Marco Torre: «Una Chiesa nella quale potersi sentire a casa»
Aggiungo alcune considerazioni a quanto avete ascoltato. Il nostro percorso è stato accolto come un dono, non semplicemente come una questione che ci ha affannato. Le fatiche ci sono state e continuano a esserci: il cammino non si compie senza dolori e senza ferite.
Don Giuliano Zanchi diceva che stiamo vivendo una stagione particolare della Chiesa, ma anche della vita umana e del mondo occidentale. Per attraversare il guado, però, bisogna bagnarsi i piedi: se non vuoi farlo, rimani sempre dall’altra parte e non compi alcun passo. Occorre bagnarsi i piedi, come ha ricordato recentemente al Convegno liturgico nazionale di Catania.
Il punto di partenza del nostro percorso non è stato semplicemente quell’atteggiamento di ascolto che caratterizzava la prima fase del cammino sinodale. Abbiamo compreso che non si trattava soltanto di offrire una buona accoglienza, ma di assumere un diverso punto di partenza teologico.
Non siamo partiti da una teoria: il nostro punto di partenza è stato fenomenologico. Non è possibile elaborare una teoria che preceda e condizioni l’ascolto della vita, perché la vita umana è il luogo teologico nel quale Dio parla.
Questo è stato il punto prospettico attraverso il quale abbiamo vissuto la prima fase del cammino sinodale, il cosiddetto tempo dell’ascolto o fase narrativa. Per noi è stato un momento decisivo. Non si trattava soltanto di domandarsi quale pastorale realizzare con le persone LGBT+ e con le loro famiglie.
Abbiamo compreso che l’ascolto di queste storie umane aiutava tutta la comunità diocesana a ripensare i propri modelli, le categorie morali, il pensiero teologico e il modo di ascoltare la Bibbia. Era un dono fatto a tutti.
Per questa ragione, all’inizio di questo percorso ci siamo messi in ascolto delle storie. Uno dei momenti più significativi, che ricordiamo ancora con affetto, commozione e nostalgia, si è svolto nel seminario diocesano. Invitammo alcune persone dell’esperienza di Bologna: don Gabriele Davalli, alcuni genitori e Giacomo e Pietro, perché ci raccontassero il proprio cammino e la propria storia.
Quell’ascolto, vissuto come diocesi e come famiglia diocesana, è stato uno dei punti decisivi del nostro percorso. Alcune persone che da sempre sedevano accanto a noi nelle nostre comunità sentirono, quella sera, di potersi finalmente raccontare, uscendo dai nascondimenti e dai mimetismi vissuti nelle realtà ecclesiali.
Erano persone impegnate nel volontariato della Caritas diocesana, nel Consiglio pastorale, nei gruppi educativi o nell’Azione cattolica. Ascoltando quelle testimonianze, poterono dirsi: «Allora posso raccontare anch’io la mia storia».
Per noi fu un momento di lacrime e di commozione, che portò alcune persone delle parrocchie, del Consiglio presbiterale e del Consiglio pastorale a vivere un’esperienza di conversione.
Alzo la mano anch’io: se dieci anni fa mi aveste chiesto che cosa pensassi di questi temi, probabilmente vi avrei risposto ripetendo ciò che si trova nei documenti e poco altro. Oggi non risponderei più così. Sento di avere ricevuto un dono. È quanto abbiamo sperimentato in molti, anche se non in tutti. Lo diciamo con la voce un po’ rotta, perché questa è stata una vera esperienza ecclesiale.
L’approccio fenomenologico non significa semplicemente dire: «Ascoltiamo la vita, ma poi ci sono le teorie». Dobbiamo avere insieme la fatica e il coraggio di affrontare il rapporto tra queste due dimensioni senza presumere di possedere già la risposta, ma avendo il coraggio di mettere la questione sul tavolo.
Sono grato per la formazione che ho ricevuto alla Facoltà teologica di Milano e per l’attuale approccio della teologia morale. Credo che si stia comprendendo lentamente come l’approccio applicativo e deduttivo degli anni Novanta non sia più praticabile. Occorre un approccio ermeneutico e fenomenologico.
Questo richiede la pazienza di metterci in cammino come Chiesa, non come singoli pionieri che procedono per conto proprio, ma tutti insieme. È un punto nevralgico. Come diocesi non possiamo dire di avere già capito tutto e di possedere scelte chiare e imprescindibili.
Sentiamo, però, che non possiamo accettare di mantenere separati due piani, vivendo una dissociazione. Già oggi l’esperienza umana e antropologica conosce persone dissociate: guai se anche la Chiesa diventasse una Chiesa dissociata.
All’interno del Servizio di pastorale familiare è nato Amore in cammino, il gruppo dedicato alle persone LGBT+ e alle loro famiglie. Fin dall’inizio, però, abbiamo percepito che non si trattava di una questione riguardante un singolo ufficio. Non possiamo rimanere dentro uno schema rigido, quasi militare.
Non esiste un servizio posto a difesa di un particolare modello sociale. Occorre piuttosto una pastorale dell’intera diocesi e della famiglia diocesana, al servizio di una pastorale familiare intesa in senso teologico, come qualità teologica della convivenza umana.
Parliamo spesso di “famiglia diocesana” e di “famiglia umana”, espressioni presenti anche nei documenti della Santa Sede. Ma se questa esperienza di famiglia umana esiste veramente, allora i figli di Dio sono tuoi fratelli e tue sorelle. Quale chiamata e quale promessa rivolge Dio a questi fratelli e a queste sorelle?
Non sono casi clinici né questioni da risolvere: si tratta di un’esperienza familiare da vivere. Quale esperienza? Questa è la grande domanda.
Abbiamo quindi cambiato il nome dell’Ufficio di pastorale familiare, anche se a livello ecclesiale è facile cambiare i nomi. È diventato il Servizio di pastorale familiare nei verbi incandescenti della vita: nascere, crescere, amare e perdere.
Se i momenti più incandescenti della vita non vengono vissuti all’interno di un tessuto di relazioni forti, come quello familiare e parentale, dove possono essere vissuti? Dove puoi raccontare te stesso? Dove puoi lasciarti mettere in discussione come madre o come padre da tuo figlio, quando ti rivela chi è?
La pastorale familiare deve uscire dalla logica dell’ufficio posto al servizio di un modello sociale ed entrare nel luogo teologico delle relazioni che costituiscono la famiglia umana.
Detto in un altro modo, si tratta di ciò che papa Francesco e la Chiesa più recente hanno indicato con l’espressione “addomesticare il mondo”: renderlo domus, casa, fargli assumere l’odore della casa. Anche l’ultimo convegno di Verona dell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia ha parlato di questo “addomesticamento”.
Qualcuno ci ha detto: «Finalmente mi sento a casa. Non mi sento giusto, non mi sento perfetto: mi sento a casa». Per noi è stato un passaggio tutt’altro che banale, un momento molto forte, anche se non ne possediamo ancora tutte le coordinate.
L’ultima questione riguarda il passaggio da una Chiesa burocratica, che gestisce dogane e confini – ricordiamo il numero 310 di Amoris laetitia –, a una Chiesa capace di sentire l’odore della famiglia e della casa. La domanda di Dio, «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9), non è rivolta soltanto a Caino, ma anche a ciascuno di noi.
Tutto questo avviene in mezzo alle fatiche e alle silenziose resistenze di alcuni presbiteri e laici. Queste resistenze esistono. Non possiamo limitarci a dire: «Quanto siamo cattivi». Devono diventare una domanda e un interrogativo, perché anche dentro di me esiste una dimensione umana nella quale non posso negare la presenza di fatiche, resistenze e difficoltà. Ma tutto questo non può essere affrontato da soli: va vissuto all’interno di un’esperienza ecclesiale.
Vorrei concludere richiamando rapidamente cinque questioni. Sono emerse ascoltando le famiglie, i teologi, gli esperti e le persone competenti nelle scienze psicosociali. Come avete sentito dalle parole del nostro vescovo, questa esperienza ha coinvolto tutta la famiglia diocesana nelle sue diverse realtà istituzionali: il Consiglio pastorale, il Consiglio presbiterale e la Scuola di formazione teologica. Quest’ultima ha vissuto, proprio grazie al cammino sinodale, un rinnovamento molto significativo, coinvolgendo presbiteri e laici in un’esperienza di formazione continua. Non significa che tutto sia perfetto, ma abbiamo vissuto incontri davvero belli.
In questo percorso sono emersi alcuni nodi nei quali ci troviamo ancora aggrovigliati. Non sono nodi che abbiamo già sciolto: vi siamo ancora dentro.
Il primo nodo riguarda l’impossibilità di pensare una pastorale rivolta a una generica “categoria LGBT+”. Abbiamo avvertito che una pastorale costruita per categorie non è adeguata, perché non rispetta la vita concreta delle persone.
Che cosa significa accompagnare, discernere e, soprattutto, integrare? Come possiamo fare in modo che, nel tessuto e nella missione della Chiesa, l’obiettivo non sia quello di “curare” qualcuno, ma di vivere insieme a quella persona la missione dell’annuncio del Regno di Dio?
Stiamo parlando di persone che sono con noi da molto tempo e che oggi possono esserlo pienamente, raccontando se stesse, la propria vita e la propria storia. Sono presenti nel Consiglio presbiterale, nel Consiglio pastorale, nella Caritas, nella pastorale giovanile e vocazionale, nelle corali e nei gruppi liturgici della diocesi.
Che cosa comporta assumere il loro sguardo e il loro punto di vista? Significa, per esempio, imparare a usare determinati termini e ricordarsi che queste persone esistono anche quando prepariamo la formazione dei campi estivi.
Nel 2026 ho organizzato un campo cittadino per ragazze e ragazzi di terza media in un modo in cui cinque anni fa non lo avrei organizzato. Ho potuto farlo perché portavo nel cuore alcune cose che qualcuno mi aveva consegnato raccontandomi la propria storia.
Il secondo nodo riguarda la necessità di abbandonare una pastorale familiare intesa come servizio a un modello sociale, per fare in modo che tutta la pastorale diocesana diventi familiare. La familiarità è una qualità teologica: è il modo in cui Dio parla di sé attraverso le relazioni di figlio, sorella, fratello, sposo e sposa, e attraverso il rapporto con i suoi figli.
Dio parla in modo familiare. È ciò che i documenti ecclesiali indicano spesso con l’espressione “famiglia umana”. Questi termini esprimono qualità teologiche ed escatologiche di tutte le relazioni umane.
Il terzo nodo riguarda il cammino della tradizione ecclesiale, specialmente nell’ambito della riflessione teologico-morale. Alla luce delle prospettive di Evangelii gaudium e, in particolare, di Amoris laetitia, questa riflessione chiede oggi di essere tradotta nella pratica.
Non possiamo più rimanere fermi a una teologia morale applicativa e deduttiva. Dobbiamo chiederci se l’approccio fenomenologico ed ermeneutico della teologia morale contemporanea, che da decenni viene presentato nelle facoltà teologiche, possa finalmente essere respirato anche dentro il tessuto ecclesiale.
Ciò significa riconoscere che la coscienza delle persone è il luogo nel quale ciascuno può scoprire che il comandamento di Dio è un’istruzione per il cammino verso la promessa che Dio gli rivolge. Resta irrinunciabile il comandamento: «Amatevi come io vi ho amati» (Gv 15,12). Vale soltanto per una determinata categoria di persone oppure per tutti? E a quali condizioni?
Ogni persona deve essere aiutata e accompagnata nel proprio cammino di coscienza, all’interno di un contesto ecclesiale che non sia privatistico o individualistico. Tutto questo deve essere vissuto e tradotto nella pratica. Le norme morali non possono essere ridotte a semplici regole di viaggio imposte per poter rimanere nella Chiesa.
Il quarto nodo è che non si possono più giudicare gli atti prescindendo dall’identità della persona. Negli anni Novanta abbiamo ascoltato questo tipo di impostazione, ma oggi avvertiamo che non è più praticabile. Occorre ripensarla. Non significa che abbiamo già la risposta in tasca, ma non possiamo precluderci la possibilità di mettere la questione sul tavolo. Giudicare gli atti tenendo conto dell’identità della persona è diventata una questione ineludibile.
Il quinto nodo riguarda le giovani generazioni. Questa è oggi, per noi, la grande questione e la sfida più importante.
Noi cinquantenni – o, per essere benevoli, sessantenni – organizziamo incontri, convegni e dibattiti su questi temi, ci appassioniamo e discutiamo. Le giovani generazioni ci guardano con benevolenza e sembrano dirci: «Guardate come sono bravi i grandi!». Ma non si sentono interpretate dalle nostre categorie mentali e teologiche nei loro dolori affettivi e nella ricerca, spesso dolorosa e sofferta, della propria identità. Sono questioni delle quali, nelle nostre comunità, continuiamo a non parlare.
Questa pigrizia della nostra generazione – e parlo anzitutto della mia pigrizia mentale – mi spaventa. Temo che possa condannare l’esperienza cristiana italiana a diventare un cristianesimo della terza età.
Mi addolora vedere alcuni giovani educatori della pastorale giovanile cittadina partire, dopo i primi anni di università, per studiare all’estero. Certamente lo fanno anche per motivi di studio e di lavoro, ma molto spesso non si tratta soltanto di questo.
Avvertono di non potersi raccontare pienamente all’interno delle comunità nelle quali sono cresciuti e nelle quali sono stati figure preziose sul piano educativo e formativo. Sentono che lì non possono dire completamente chi sono.
Questo mi addolora e mi interroga. Temo che il Vangelo, la Buona Notizia che da sempre mi ha toccato immeritatamente e che per grazia ha trasformato la mia vita, possa diventare irrilevante e insignificante per la vita degli altri. E questo mi dispiacerebbe davvero molto.

