Il Cardinale Vesco: “Sulle persone omosessuali la chiesa cattolica deve imparare a non giudicare”
Prefazione del cardinale Jean-Paul Vesco* al libro francese di saggi “Homos et cathos: L’Église à l’épreuve du réel” (Omosessuali e cattolici. La chiesa cattolica alla prova del reale“, editore Desclée De Brouwer), testo pubblicato su Outreach (Stati Uniti) il 13 maggio 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Quando, da ragazzi, litigavamo nel cortile della nostra scuola cattolica maschile, l’arma più pesante era chiamarci “froci”. Non sapevamo davvero di che cosa stessimo parlando, ma sapevamo che era l’insulto più forte che avevamo a disposizione, prima di arrivare alle mani.
Devo riconoscere, con sincerità, che per molto tempo ho continuato a ridere di battute da caserma che ferivano la dignità e l’intimità di persone che, per me, erano irreali, fuori dal mio ambiente sociale. Naturalmente, invece, ne facevano parte. Erano lì, e soffrivano in silenzio l’umiliazione.
È stato necessario il mio ingresso nell’ordine domenicano perché facessi esperienza della fraternità con fratelli omosessuali, così come io ero un fratello eterosessuale. E quando uno di loro, un giorno, mi disse che nessuno sceglie di essere omosessuale, finalmente mi si aprirono gli occhi. Fu il mio cammino di Damasco.
Il grande merito di questo libro è proprio quello di rompere questo tabù nel modo più bello e più pacificante possibile.
Come stupirsi, allora, della forza del movimento di reazione avviato dai primi coming out coraggiosi, che in alcuni luoghi e in alcuni ambienti ha potuto arrivare fino a entrare in una dinamica di minoranze identitarie, e talvolta persino di lobbying?
Per secoli l’omosessualità è stata un tabù a forza di ignominia. Oggi, invece, rischia di esserlo per effetto di una banalizzazione istituzionalizzata. Quanto è difficile parlare di omosessualità! Ed è proprio questa la grande qualità del libro: rompere questo tabù nel modo più bello e pacificante. Partire dalle esperienze di vita e rileggerle alla luce delle Scritture, della teologia e della morale permette di tenere insieme, in modo naturale, il cuore e la ragione, e porta pace.
Sì, è davvero difficile trovare le parole per parlare di omosessualità. Non è una malattia, non esistono trattamenti chimici, e i tentativi di trattamenti psicologici fanno venire la nausea. Non è un peccato, perché il peccato ha a che fare con la libertà, e nessuno sceglie di essere omosessuale. Non è nemmeno la conseguenza di un condizionamento educativo o sociale, perché dentro una stessa famiglia, con figli cresciuti nella stessa educazione, uno può essere omosessuale mentre gli altri non lo sono.
Il riconoscimento sociale dell’omosessualità non rende omosessuali, ma permette più facilmente di riconoscerlo, di condividerlo con gli altri e di vivere la propria affettività nel modo più sereno possibile. L’omosessualità è senza un perché, e dobbiamo accettare questa parte di non sapere davanti all’opera creatrice di Dio.
L’omosessualità non rientra nemmeno nella norma e, in questo senso, non è normale, a condizione però che il contrario di normale non sia anormale. Mi piace la definizione che ne dà James Alison nel suo contributo: l’orientamento omosessuale è una variante minoritaria regolare e non patologica della condizione umana. Questa definizione colloca l’omosessualità nell’ordine della creazione, e non in quello del disordine o della patologia.
Ai miei occhi, ciò che costituisce il valore pastorale — e, in ultima analisi, dottrinale — più grande di Fiducia supplicans (La fiducia supplicante) è il richiamo al fatto che Dio benedice ciascuna delle sue creature, qualunque sia il suo stato di vita.
Questa definizione colloca l’omosessualità anche nel registro della singolarità. In fondo, da sempre, l’omosessualità soffre della difficoltà ad accettare la differenza. Per secoli, e ancora oggi in molti luoghi, la differenza di orientamento sessuale è stata intollerabile, negata o bandita. E oggi, nelle nostre società occidentali, questa differenza viene altrettanto negata da una volontà di normalizzazione. In entrambi i casi, ciò che fa problema è lo stesso rifiuto di dare diritto di cittadinanza alla differenza. Eppure la questione della differenza è iscritta nel cuore dell’omosessualità.
La sofferenza descritta con tanta finezza nei racconti che costituiscono la materia viva di questo libro nasce, un giorno, dalla presa di coscienza di una differenza che appare abissale, tanto alla persona stessa quanto ai suoi cari. Questa sofferenza non deriva solo dalla paura del rifiuto familiare o sociale, ma affonda le sue radici in profondità molto più intime.
L’esperienza di un’affettività non solo possibile, ma felice, e il desiderio di soffrire meno per la propria differenza, conducono naturalmente verso una forma di normalizzazione. Ma questa normalizzazione può davvero negare una differenza che torna a farsi presente nella coppia nel momento del legittimo desiderio di procreazione?
Quanto è doloroso riconoscere che, di fronte a una realtà umana così complessa e così potenzialmente dolorosa, nella chiesa cattolica fatichiamo tanto a trovare le parole giuste e a tenere insieme la solidità di un’antropologia cristiana e la verità di esperienze esistenziali che devono essere accompagnate e rispettate per ciò che sono.
Il “chi sono io per giudicare?” di Papa Francesco fece l’effetto di una bomba. Eppure non diceva altro che la possibilità, per la chiesa cattolica, di non ergersi soltanto a giudice e custode di una verità dottrinale, ma almeno di fare spazio a un salutare non sapere e a un non giudizio sulle persone.
Diversi contributi evocano il testo magisteriale Fiducia supplicans (La fiducia supplicante) come un passo avanti significativo. In effetti, se in apertura vi viene richiamata con attenzione la dottrina della chiesa cattolica in materia di morale coniugale, quel testo permette anche un grande passo avanti pastorale. Personalmente non credo che lo scopo di quel documento fosse permettere, in modo discreto, la benedizione delle coppie omosessuali, come talvolta è stato interpretato.
Ciò che, ai miei occhi, costituisce il suo valore pastorale estremo, ma anche, in fondo, dottrinale, è il richiamo al fatto che Dio benedice ciascuna delle sue creature, qualunque sia il suo stato di vita.
Quale sarebbe, per Dio, il contrario di benedire? Maledire? Oppure restare neutrale, senza opinione? Sarebbe folle pensarlo, così come sarebbe folle pensarlo per dei genitori nei confronti dei propri figli. Il cuore di Dio è infinitamente più grande dell’idea che possiamo farcene.
Con questo testo, la chiesa cattolica autorizza i suoi ministri a dire questa benedizione, non soltanto a titolo personale, ma a nome della chiesa cattolica. E questo cambia tutto. Quanto è bello che le persone omosessuali, qualunque sia il loro stato di vita, possano ascoltare questa benedizione allo stesso modo in cui la ascoltate voi e la ascolto io.
*Il cardinale Jean-Paul Vesco, domenicano, è arcivescovo di Algeri, in Algeria. Nato a Lione nel 1962, è entrato nell’Ordine dei Predicatori dopo una precedente esperienza professionale nel campo del diritto. È stato vescovo di Orano dal 2012 al 2021 e poi arcivescovo di Algeri dal 2021. Questo testo è la prefazione scritta dal cardinale per il libro di saggi “Homos et cathos: L’Église à l’épreuve du réel” (Omosessuali e cattolici. La chiesa cattolica alla prova del reale) edito da Desclée De Brouwer), che raccoglie contributi dedicati al rapporto tra persone omosessuali e chiesa cattolica, a partire dalle esperienze concrete di vita, rilette alla luce della Scrittura, della teologia e della riflessione morale.
Testo originale: Le Cardinal Jean-Paul Vesco sur “Homos et Cathos”

