Il grido di aiuto di Azat e Mansur, perseguitati in Turkmenistan e Tagikistan perchè gay
Articolo di Elisa Belotti* pubblicato su New Ways Ministry (Stati Uniti) il 5 maggio 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Nel mese di gennaio 2026, il sito statunitense Bondings 2.0 aveva raccontato la storia di Arslan, un rifugiato dal Turkmenistan***, perseguitato, imprigionato e vittima di violenze a causa del suo orientamento sessuale. Oggi si trova in un luogo sicuro in Europa grazie a un visto umanitario ottenuto con l’aiuto dell’associazione italiana La tenda di Gionata
Una volta al sicuro, Arslan ha contattato due suoi amici, Mansur (26 anni) e Azat (28 anni). Anche loro sono perseguitati per il loro orientamento sessuale che stanno cercando una via di fuga dai loro Paesi, il Tagikistan** e il Turkmenistan***. La giornalista Elisa Belotti ha intervistato Mansur, Azat ed Alessandro Previti, volontario de La tenda di Gionata.
Mansur. Chiedo solo di non aver più paura
Perché hai deciso di raccontare la tua storia?
Mansur: Ora mi trovo in Georgia, ma non sono davvero al sicuro. Sono una persona LGBTQ+ del Tagikistan e sono stato perseguitato dalle autorità per il mio orientamento sessuale. Racconto la mia storia perché tante persone come me non possono farlo. Ho paura che, se tornassi indietro, verrei arrestato, subirei violenze e forse torture.
Com’è stata la tua infanzia?
Mansur: Sono nato nel 2000 in una famiglia istruita. La mia vita sembrava normale: avevo accesso allo studio, alle opportunità… però le tradizioni e le aspettative su di me erano molto forti. La mia famiglia è musulmana, ma ho anche radici ebraiche, che fanno parte di me. Nessuno sospettava nulla: ho nascosto la mia identità per anni.
Fin da piccolo mi sentivo diverso. Cercavo di controllare ogni gesto, ogni parola, il modo in cui camminavo… per non essere scoperto. A scuola e in famiglia venivo preso in giro, e dentro di me cresceva vergogna e paura. A tredici anni ho capito di essere attratto dai ragazzi, e poco dopo ho avuto la mia prima relazione. Questo mi ha aiutato a capire chi ero, ma anche che dovevo restare nel silenzio, perché non era sicuro vivere apertamente.
Come è diventato pubblico il tuo orientamento?
Mansur: Nel 2024, in un momento già difficile perché mia madre era appena morta, ho iniziato a parlare con un uomo su una piattaforma di incontri gay. Ci siamo dati appuntamento, ma quando sono arrivato li sono stato arrestato daglo agenti del Dipartimento VI del Ministero dell’Interno del Tagikistan che da la caccia alle persone LGBTQ+.
Mi hanno portato in commissariato, sequestrato il telefono e costretto a sbloccarlo. Quando ho rifiutato, mi hanno picchiato. Hanno letto i miei messaggi e scoperto tutto. Sono stato detenuto tre giorni. Mi interrogavano, mi umiliavano, mi minacciavano. Mi hanno anche portato in una struttura sanitaria per un esame forzato, senza consenso, per “confermare” ufficialmente il mio orientamento. Sono stato liberato solo grazie a mia sorella.
Cosa è successo dopo?
Mansur: Ho capito che non ero più al sicuro. Sono fuggito dal Paese, ma sono stato costretto a tornarci. Nel 2025 sono dovuto scappare di nuovo. Alla frontiera mi hanno fermato e li ho capito di essere stato segnalato in una lista ufficiale del governo come persona LGBTQ+. Sono riuscito ad arrivare in Kirghizistan, ma anche lì ho subito minacce e pressioni sessuali (volevano farmi prostituire). Quando ho rifiutato, mi hanno detto che potevano rimandarmi indietro.
Ora sei in Georgia. Ti senti al sicuro?
Mansur: Non del tutto. Ho paura di essere rimandato indietro. Ho prove e documenti che raccontano la mia storia. Non chiedo una vita migliore… chiedo solo di vivere senza paura.
Azat. In fuga per non morire
Azat, cosa ti ha costretto a lasciare il Turkmenistan?
Azat: Gli agenti della sicurezza mi hanno convocato per il mio orientamento sessuale. Avevano informazioni su di me, raccolte da un informatore. Il giorno dopo la polizia è arrivata sul mio posto di lavoro… ma io stavo già cercando di fuggire. Poco prima ero stato aggredito dai vicini: mi hanno picchiato così forte da farmi perdere un dente.
Avevo il passaporto, ma non i soldi per partire. Ho chiesto aiuto e sono entrato in contatto con un’organizzazione che sostiene le persone LGBTQ+ nei Paesi post-sovietici. Grazie a loro sono riuscito ad attraversare il confine e arrivare in Georgia.
Com’era vivere in Turkmenistan?
Azat: Sono nato nel 1998. La mia vita è sempre stata segnata dalla violenza. Mio patrigno era violento, beveva… picchiava me e mia madre. A quattordici anni sono scappato di casa. Ho sempre vissuto la mia identità nel segreto. In Turkmenistan l’omosessualità è punita dalla legge: si rischia il carcere fino a cinque anni. Quando ho scoperto di essere sieropositivo, la paura è aumentata ancora di più. Se tornassi indietro in Turkmenistan non avrei accesso alle cure.
E ora in Georgia?
Azat: Non sono al sicuro. Ho trovato lavoro, ma l’ho perso. Senza visto non posso lavorare, ma senza lavoro non posso ottenere il visto… è un circolo senza uscita. Mi sento perso, in un Paese straniero, senza lingua, senza appoggi. Vivo chiedendo aiuto per mangiare e comprare medicine. Ho paura di dovermi prostituire per sopravvivere… e questo mi distruggerebbe.
Tornare in Turkmenistan significherebbe rischiare il carcere, violenze e la morte. Io voglio solo vivere, curarmi, lavorare… senza paura.
Alessandro. Come cristiani non possiamo tacere
Alessandro, perché hai scelto di impegnarti in questo servizio di sostegno con La tenda di Gionata?
Alessandro Previti: Quanto vale una vita umana? Me lo chiedo spesso. Durante le feste di Natale mi sono ritrovato a leggere (con altri volontari de La tenda di Gionata) documenti su documenti per aiutare un ragazzo gay (del Turkmenistan) in pericolo che ci scriveva: “Tra pochi giorni per me è finita”.
Non è stata una scelta semplice. Ho una figlia, un lavoro, mille cose da fare. Ma a un certo punto ho capito che, se nessuno faceva qualcosa, queste persone sarebbero state condannate. Non abbiamo ne La tenda di Gionata una struttura (dedicata) a questo tipo di aiuto. Però siamo persone… e queste storie ti entrano dentro. Abbiamo deciso di provarci. Con il cuore, con la nostra fede, con quello che avevamo.
Quali difficoltà avete incontrato?
Alessandro Previti: Tante. Mancano spesso informazioni, contatti, risorse. Aiutare persone traumatizzate è difficile. Eppure ci hanno detto: “Siete i primi che ci ascoltano davvero”. Aiutare significa stare in equilibrio tra speranza e ostacoli, cercare soluzioni dentro limiti legali ed economici. È un labirinto.
E la verità è dura: non tutte le persone LGBT+ che ci contattano ce la fanno. Alcuni muoiono in carcere o nel silenzio delle loro case, o sotto i colpi delle aggressioni. Solo qualcuno riesce a salvarsi. E quando succede… capisci che ne è valsa la pena.
* Elisa Belotti è una giornalista e collaboratrice di New Ways Ministry (Stati Uniti), impegnata nel raccontare le esperienze delle persone LGBTQ+ credenti e le sfide legate ai diritti umani e alla fede.
** In Tagikistan, i diritti LGBTQ+ sono estremamente limitati e la comunità LGBTQ+ affronta omofobia pervasiva, discriminazione e violenze, spesso tollerate o perpetrate dalla polizia. Sebbene le relazioni omosessuali non siano illegali (depenalizzate nel 1998), non esistono tutele antidiscriminatorie. Le persone LGBTQ+ subiscono estorsioni, detenzioni arbitrarie e, a volte, la morte. La violenza contro la comunità LGBTQ+ è frequente e le vittime raramente denunciano per paura di ritorsioni o umiliazioni da parte delle forze dell’ordine. Diversi Rapporti internazionali indicano che la polizia tagika ha creato registri per monitorare le persone omosessuali (oltre 360 nomi identificati nel 2017).
*** In Turkmenistan, i diritti LGBTQ+ sono gravemente limitati e l’omosessualità maschile è criminalizzata, punita con la reclusione fino a due anni. La società è fortemente conservatrice, rendendo la comunità LGBTQ+ vittima di persecuzioni, violenze e discriminazioni sia legali che sociali. Non esistono leggi antidiscriminazione e spesso si verificano abusi, anche familiari. Il Turkmenistan, insieme all’Uzbekistan, è uno dei due stati post-sovietici che considera l’omosessualità maschile un reato. Le persone omosessuali vivono nel terrore, spesso costrette a nascondere il proprio orientamento sessuale per sopravvivere e sfuggire alla “caccia degli omosessuali” attuata dalla polizia.
Testo originale: Escaping Homophobia With Help from a Catholic LGBTQ+ Group

