Il mio cammino dalla GMG di Częstochowa alla veglia per le vittime dell’omotransfobia di Palermo
Riflessioni di Antonio De Caro
Nel 1991 ho partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù con Giovanni Paolo II a Częstochowa. Ho scoperto la bellezza della Polonia: i suoi paesaggi, la sua dignità, la sua accoglienza, la sua fede. Simbolo di questa fede è l’icona della Madonna Nera: un volto che trasmette una dolcezza infinita.
I colori splendenti dello sfondo e delle vesti – quasi un arcobaleno – contrastano con il volto scuro e con i due segni di violenza ben visibili sulla guancia destra della Madre di Dio. Gli sfregi risalgono ad una rivolta nel secolo XV, secondo la tradizione.
Da allora l’icona ha assunto un significato ancora più intenso: essa rappresenta le violenze della storia, gli oltraggi all’umanità, all’amore, alla pace. Gli occhi socchiusi sembrano esprimere tutta la compassione della Vergine e di Dio per l’umanità che viene ferita e che ferisce; ma anche il desiderio di donare un amore più grande e più forte, per consolare chi soffre, per dare sostegno e speranza.
Non stupisce che i segni della violenza abbiano accresciuto l’energia simbolica dell’icona, che ha continuato ad accompagnare i fedeli nelle stagioni più buie della loro storia. Persino quando le autorità comuniste, per sabotare la tradizionale processione che alimentava nella popolazione la fede nell’amore di Dio e la speranza in un futuro di libertà, requisirono l’icona.
E allora – probabilmente per ispirazione dello stesso Karol Wojtyła – i polacchi sfilarono ugualmente in processione, portando davanti a sé la cornice vuota: un gesto per proclamare, con silenziosa dignità e potente fede, che essi sentivano ugualmente Dio vicino.
La violenza degli uomini poteva sottrarre i simboli materiali, ma non la forza spirituale che l’icona trasmetteva, cioè la ferma convinzione che l’amore di Dio è più potente dell’odio e non smette mai di accompagnare, in modo invisibile e misterioso, gli sforzi di chi ha fame e sete di giustizia, delle persone miti e misericordiose che vogliono costruire la pace.
Qualcosa del genere è accaduto alcuni anni fa nella mia città di origine, Palermo. Stavamo organizzando la Veglia di preghiera per le vittime dell’omotransfobia. Una parrocchia cattolica, celebre per il suo impegno sociale in un quartiere malfamato, aveva offerto la sua disponibilità a ospitare l’evento, grazie soprattutto al parroco, un padre comboniano. I vertici della diocesi, avendo appreso dell’iniziativa, hanno allora pensato bene di proibire che la Veglia si svolgesse in una chiesa cattolica.
Ebbene, la Veglia era ormai organizzata: canti, interventi, riflessioni bibliche, preghiere, testi erano pronti. Quindi ci siamo riuniti comunque: non potendo entrare in chiesa, abbiamo pregato e vegliato in mezzo alla strada, davanti al cancello chiuso della chiesa, e in gran numero, provvedendo noi stessi persino all’amplificazione e ai microfoni.
Il parroco, che non poteva fare a meno di obbedire alla diocesi, aveva tenuto chiuso il cancello esterno, ma aveva lasciato spalancate le porte della chiesa, con tutte le luci accese, come per dire: anche se gli uomini (sì, proprio quelli che pretendono di esercitare un potere a nome di Dio) chiudono i loro cancelli, Dio non chiude le sue braccia e vi dona ugualmente la luce del suo amore.
Il mese di maggio è il mese delle Veglie di preghiera per superare ogni forma di discriminazione e odio contro le persone LGBTQ+. Dopo il pellegrinaggio giubilare e il Sinodo, la Chiesa Italiana si è aperta sempre di più e ha promosso queste iniziative di riconciliazione, accoglienza, riconoscimento. Molti vescovi, addirittura, le hanno presiedute e le presiedono, dando un forte segno liturgico e pastorale. Molti no: alcuni si oppongono, altri tollerano in silenzio. Forse aspettano di capire meglio. Forse non hanno coraggio.
Forse non sanno rinunciare all’appoggio dei gruppi integralisti, che si definiscono pro vita e invece seminano solo odio. È inquietante che alcuni vescovi siano così sensibili alle minacce di costoro: non si capisce bene se per connivenza, per opportunismo o per paura.
Ma noi ci siamo. Come i polacchi intorno alla cornice vuota, come i palermitani di fronte al cancello chiuso, noi continuiamo a pregare, a sperare e ad amare.
A credere che l’amore di Dio è più forte della meschinità e della violenza degli uomini. Persone LGBTQ+, genitori, operatori pastorali, perseveriamo perché la nostra forza sono le Beatitudini. Anche noi eravamo lì quando Gesù le ha proclamate, e sapevamo che le stava proclamando anche per noi.

