“Il mio crimine è amare”: la testimonianza di Azat
Ha meno di trent’anni. È cresciuto in Turkmenistan, in una casa segnata dalla violenza, dalla paura e dall’instabilità. “La violenza non è mai stata estranea alla mia vita”, racconta. Da bambino ha vissuto in una famiglia disfunzionale, con un patrigno violento e una madre che non riusciva, o non voleva, proteggerlo. “La casa non era un luogo sicuro. Mi sentivo completamente solo.”
A quattordici anni se ne va. Trova rifugio presso la famiglia di un amico, che diventa per lui l’unico posto possibile in cui respirare. Deve diventare adulto presto: lavora, si mantiene, prova comunque a studiare, a crescere, a costruire un futuro. “Cercavo di vivere rispettando la legge”, dice. Poi arriva la frase che taglia tutto in due: “Ma io sono un criminale. Sì. Il mio crimine è amare in Turkmenistan.”
Nel suo racconto, la scoperta della propria omosessualità non arriva come liberazione, ma come paura. Da adolescente capisce di essere attratto dagli uomini, ma non conosce nessuno come lui.
Per molto tempo pensa di essere l’unico. “Provavo paura, solitudine e confusione. Non potevo parlarne con nessuno.”
Nella società in cui è cresciuto, l’omosessualità viene associata ad aggressione, ridicolo e condanna. Per questo si nasconde. Cerca di reprimere quello che sente. Vive con l’idea di avere qualcosa di sbagliato dentro.
Solo più tardi, viaggiando fuori dal Turkmenistan, incontra altre persone con il suo stesso orientamento. “Solo allora ho capito che non ero un mostro, non ero un freak, e non ero solo.”
Ma capire di non essere solo non cancella il pericolo. “La paura non diminuì. In Turkmenistan la paura non resta soltanto dentro di te. La paura bussa alla tua porta e ti chiude in una cella.”
In Turkmenistan le relazioni sessuali consensuali tra uomini sono ancora criminalizzate. Secondo Human Dignity Trust, la norma prevede fino a due anni di carcere e risulta applicata anche in anni recenti; ILGA registra il Paese tra quelli che criminalizzano gli atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso.
Per Azat questa non è una formula giuridica astratta. È la forma concreta della paura quotidiana. “Essere gay nel mio Paese significa vivere con una condanna sopra la testa ancora prima che inizi il processo.”
Significa controllare le parole, i gesti, il corpo. Significa avere paura dei vicini, dei conoscenti, della polizia, dei servizi di sicurezza, degli amici e persino degli amanti.
Poi la minaccia diventa immediata. Un amico lo chiama e gli dice che una persona che conoscevano è stata arrestata. Qualcuno li ha spiati. Qualcuno ha collaborato con le autorità. “Insieme a me furono esposte altre tredici persone.”
Poco dopo, le forze dell’ordine lo contattano e gli ordinano di presentarsi al dipartimento di polizia. Lui capisce perché. Sa che se andrà, forse non tornerà più.
Azat prepara le sue cose in fretta e si nasconde. Lo cercano a casa, sul posto di lavoro. Cerca aiuto, ma viene aggredito da alcuni conoscenti a causa del suo orientamento sessuale. Perde un dente.
Non può rivolgersi allo Stato, non può andare alla polizia, non può andare in ospedale, non può fidarsi di amici e parenti. “Ogni passo falso poteva condannarmi.”
Prima ancora di lasciare il Paese, scompare dentro il suo stesso Paese. Si nasconde in un’altra città, si muove con cautela, cerca una via d’uscita. “Non stavo pianificando un viaggio. Stavo scappando.”
Alla fine riesce a lasciare il Turkmenistan. Ma la fuga non coincide con la sicurezza. “Andarsene non significava essere al sicuro. Significava solo che ero sopravvissuto alla prima parte del percorso.”
Dopo la fuga, Azat inizia a parlare pubblicamente usando uno pseudonimo. Lo fa perché altre persone come lui sappiano di non essere sole. Ma anche questo comporta un rischio. Se dovesse tornare in Turkmenistan, le autorità potrebbero collegarlo a quelle parole, considerarle attivismo e punirlo.
La sua condizione di persona con HIV rende tutto ancora più fragile. “Se torno, sarò discriminato, isolato, arrestato, e non potrò continuare in sicurezza il mio trattamento.”
Azat non chiede una vita speciale. Chiede di poter vivere senza paura, continuare le cure, lavorare, costruire un futuro, forse una famiglia, sentirsi al sicuro.
La sua richiesta è chiara e potente: “Sto chiedendo la possibilità di vivere.” La persecuzione non è una realtà lontana o un “problema di altri”.
Significa guardare una vita concreta, una voce concreta, un volto che deve restare in ombra per non essere riconosciuto. Significa ricordare che, in alcuni luoghi, amare può ancora diventare una prova d’accusa.
Azat conclude la sua testimonianza con le parole: “Non lasciateci soli. Non lasciateci soli. Non lasciateci soli.”
E forse da qui bisogna partire. Non dalla pietà, ma dalla responsabilità. Dal rifiuto di voltarsi dall’altra parte quando una persona chiede soltanto ciò che dovrebbe essere ovvio: vivere, curarsi, amare, non essere imprigionata per ciò che è.
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Testimonianza di Azat raccolta dai volontari de La tenda di Gionata, voce e realizzazione tecnica di Alessandro Previti

