Il mio magnificat di donna queer
Riflessione di una volontaria del Progetto Gionata
Quando leggo il passo di Luca in cui Maria “si mise in viaggio in fretta” per raggiungere Elisabetta, mi sento stranamente vicina a lei.
Non perché io sia stata mai definita “piena di grazia” — anzi, spesso la Chiesa ha avuto per me parole dure e sguardi che tagliano — ma perché riconosco quel passo affrettato, quel bisogno urgente di andare verso qualcuno che possa capirmi.
Anche io ho conosciuto la fretta di mettermi in cammino quando la mia vita cambiava all’improvviso, quando un annuncio inatteso o una scelta coraggiosa mi costringeva a uscire allo scoperto. Come Maria, ho cercato rifugio in un luogo dove la mia esistenza non fosse messa sotto processo, ma accolta.
Elisabetta per me ha avuto molti volti: un’amica che mi ha offerto il suo divano in una notte difficile, una sorella di fede che ha ascoltato il mio coming out senza fare domande inquisitorie, una comunità che mi ha guardata come una benedizione e non come un problema da risolvere.
Il Magnificat, il canto di Maria, è diventato anche il mio canto. Non lo leggo come un dolce inno mariano, ma come una dichiarazione politica e spirituale: un Dio che rovescia i potenti dai troni e rialza chi è messo ai margini, che sfama chi ha fame e manda via a mani vuote chi accumula privilegi.
In quelle parole sento la libertà che ho imparato a reclamare: la libertà di essere chi sono, di amare chi amo, di pregare con il mio corpo e la mia storia.
La misericordia di cui parla Maria non è una carezza dall’alto, ma un abbraccio alla pari: una misericordia che sa sporcarsi le mani, che si fa casa per chi è in cammino, che crea legami tra chi è stato lasciato fuori dalla porta.
È la misericordia che ho trovato ogni volta che ho incrociato un’altra donna “in attesa” — non di un figlio, ma di un segno che le dicesse: “Non sei sola”.
E poi c’è la forza. Non quella che si mostra in pubblico come potere, ma la forza di chi resiste, di chi canta anche quando nessuno ascolta.
Maria per me è forte perché osa cantare la sua verità in un mondo che preferirebbe il silenzio. È forte perché parte, perché cerca, perché crede che la sua storia, per quanto imprevista e scandalosa, sia già abitata da Dio.
Io, donna queer, leggo questo passo e penso: se Maria ha potuto correre verso Elisabetta, cantare la giustizia e celebrare un Dio che libera, allora anche io posso alzarmi, mettermi in viaggio e portare il mio canto.
Perché, come lei, sono già benedetta.

