Il Papa: “basta abusi liturgici”. Parliamone
Riflessioni di Massimo Battaglio
Leone XIV ha concluso la prima serie di catechesi sul Concilio Vaticano II, quella dedicata in particolare alla Costituzione sulla Sacra Liturgia (Sacrosanctum Concilium). Una frase in particolare è piaciuta a molti: quella che invita a “rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano”. La reazione di tanti è stata: che bello! E’ finita la stagione delle chitarre in chiesa.
A mio modesto parere, il termine “abusi” applicato alla liturgia andrebbe un tantino aggiornato. Usare lo stesso vocabolo per un’omelia troppo lunga o per ben altre mostruosità a cui la Chiesa, in questi anni, ci ha abituato è davvero di pessimo gusto. E lo diventa ancor di più se si constata che i sacerdoti che abusano della coscienza dei fedeli (quando non del loro corpo) sono solitamente tra i più zelanti quando si trovano all’altare. Ma fa lo stesso; non scendiamo in polemiche e atteniamoci alla materia in discussione.
Chi ha detto che il Papa intendesse parlare di chitarre? O di stole rainbow o di candele arcobaleno portate all’altare?
Cominciamo dall’annosa questione degli strumenti musicali. Mi pare un buon punto di partenza per decodificare il resto. E’ vero che la Sacrosancum Concilum, al n. 120 dice:
“Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti”.
Ma, immediatamente dopo, dice anche:
“Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, […] qualora siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare […] e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli.”.
Questo significa innanzitutto che, se non è disponibile un organo a canne, non è il caso di rinunciare alla musica o improvvisarsi così bravi da cantare “a cappella”. In secondo luogo, significa aprirsi il più possibile alle culture delle singole assemblee dei fedeli, le quali non sempre si sentono rappresentate attraverso l’organo a canne. E non è questione di “giovani” (tra l’altro, i giovani d’oggi, raramente suonano la chitarra) ma di cultura e di momento. In una battuta: il problema non è uno strumento o l’altro ma il modo di suonarlo.
Del pari, Leone XIV non ha minimamente inteso fare un elogio al ritorno nostalgico del gregoriano. Ne ha parlato bene, ricordando che il testo conciliare, al punto 116, dice:
“La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana”. Perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale”.
ma non ha dimentcato che, immediatamente dopo, si specifica:
“Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici“
e, poco più avanti, al n. 118, si va anche oltre:
“Si promuova con impegno il canto religioso popolare in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche, […] possano risuonare le voci dei fedeli”.
Dunque, i canti popolari, anche se piacciono meno ai musicisti, non sono affatto da biasimare. Magari vanno composti con cura (andandoci piano con “certe notti di sudore” o con le “ore che pie”). Senz’altro vanno eseguiti con diligenza, non alla “basta che sia”. Ma, se favoriscono la preghiera collettiva, non meritano di essere gettati via.
C’è da porre molta attenzione su quell’ “a parità di condizioni” quando si parla di liturgia. Per tornare al gregoriano, esso è un genere musicale che richiede condizioni moltro particolari, come per esempio il perfetto accordo tra i cantori e la loro assoluta padronanza del latino. Essi devono essere abituati a cantare spesso tra di loro (almeno tutti i giorni) per conoscere non solo la melodia ma reciproche voci. E devono vivere ciò che cantano. Ciò non si può verificare in assemblee occasionali, che cambiano almeno un po’ di volta in volta e non si riuniscono più di una volta a settimana.
Dunque, data la mancanza di “parità di condizioni”, è forse più abusante quella cantoria che insiste sul gregoriano per ragioni di gusto proprio, che quella che vi rinuncia del tutto in attesa di occasioni diverse.
Il bello della Sacrosanctum Concilium è di essere un’opera di grande mediazione, che mette insieme sensibilità molto diverse trovando un posto per ciascuna.
Ma allora, a quali abusi allora allude il Papa? Agli offertori coi sandali portati all’altare per “rappresentare il cammino” o piuttosto a quelli svolti in fretta e furia con le specie già su un angolo dell’altare per fare prima? Alle preghiere dei fedeli scaricate da internet dalle catechiste e lette dai bambini o magari a quelle di plastica riportate sui foglietti della San Paolo per essere sicuri di non sbagliare?
Mi stupisce che, quando si parla di abusi liturgici, tutti sono pronti a condannare gli sperimentalismi “anni ’70” ma nessuno si pone il problema del persistere di arcaismi che nulla hanno di sacro. Vogliamo parlare di certi vescovi che entrano in chiesa con sei metri di coda quasi emulando “Priscilla Regina del Deserto”? E che dire di quelle messe ultra-solenni a cui presenziano soldati di vario genere con mitragliette da esibire all’elevazione?
Prostrarsi davanti al prete per prendere la comunione con più “devozione”, non è un abuso? Restare raccolti in ginocchio da prima del Santo a dopo il Padre Nostro quasi che la messa fosse un fatto privato tra me e Dio (e l’assemblea sparisca pure ché io ho da fare i miei raccoglimenti), non è un altro abuso?
Proporre teschi di sante da baciare sulla pubblica piazza non è un abuso? Ah sì ma questa è tradizione. A me pare tradizione sacra senza sacro fondamento, ovvero folklore.
Certo, ce n’è anche per noi. Certe bandiere rainbow appiccicate all’altare con lo scotch durante le nostre veglie… non si possono proprio vedere. Qualunque rito sacro, sia esso eucaristico o di semplice preghiera, richiede cura, rispetto e serietà. Dunque, dovremmo impegnarci un po’ di più.
Ma gli abusi veri non sono quelli di chi, magari con poca maestria ma con fede, combina pasticci cercando di fare il proprio meglio. Gli abusi gravi, quelli scandalosi, stanno altrove. Per esempio, stanno nel benedire il programma elettorale di Vannacci e di tutti quelli che usano Dio a sostegno dei propri interessi, nello svolgere in chiesa assemblee “contro l’ideologia del gender”. Stanno nel concedere l’Eucarestia a favor di telecamera a politici pluridivorziani, risposati e conviventi more uxorio. Stanno nei funerali di Stato celebrati per delinquenti conclamati ma… tanto pii.
Abusi orrendi sono le omelie di quei preti omofobi che invocano fulmi e saette sui gay e promettono loro di bruciare all’inferno. Un abuso inaccettabile è quello di strattonare due ragazze lesbiche perché entano in chiesa dandosi la mano. Di questi abusi, abbiamo ricordi concreti e anche abbastanza recenti.
Penso che papa Leone avesse in mente anche questi problemi, prima di quello della forma del turibolo nelle solennità di prima classe.

