Il potere sovversivo del cristianesimo secondo il gesuita padre Bryan Massingale
Intervista di padre Bill McCormick* pubblicata sul sito The Jesuit Post (Stati Uniti) il 14 novembre 2017. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
Ho incontrato padre Bryan Massingale, professore di teologia alla Fordham University (Stati Uniti) e sacerdote dell’Archdiocese cattolica di Milwaukee, durante l’Ignatian Family Teach-In for Justice, dove aveva appena tenuto una intensa relazione su razza e società e ci ha detto:
(…) Credo che oggi nella chiesa cattolica circoli una narrazione molto diffusa: quella secondo cui, poiché il numero di religiosi diminuisce e molte parrocchie vengono chiuse, saremmo entrati in una fase di contrazione istituzionale. Se guardi solo a questo, puoi facilmente scoraggiarti.
Ma quando ti trovi in un ambiente (ndr cattolico inclusivo e pieno di fede) capisci che esiste una vitalità e un entusiasmo che vanno oltre questa narrativa di riduzione istituzionale.
Vedi persone davvero appassionate, che vogliono fare la differenza, proprio grazie a ciò che stanno imparando nelle istituzioni ignaziane. Ed è qualcosa di profondamente incoraggiante.
È una prospettiva molto piena di speranza, e in parte sorprendente. Spesso infatti si racconta che molti giovani cattolici oggi, soprattutto i millennials, non siano interessati alla religione e si definiscano “nones”: magari spirituali, ma non religiosi.
Penso che una parte del problema sia che non siamo ancora riusciti a trovare il modo di rendere il linguaggio tradizionale della fede davvero significativo per loro, né di mostrare come possa illuminare la loro esperienza concreta di vita.
Dobbiamo trovare il modo di far capire che parole come “bene comune”, “solidarietà con i poveri” o persino “comunione dei santi” possono dare senso alla loro esperienza quotidiana.
Ieri, nella mia conferenza, ho usato l’immagine di una staffetta. Siamo in una corsa per la giustizia. Io probabilmente non arriverò mai al traguardo, ma non è questo il mio ruolo nella corsa. Il mio compito è correre la mia frazione e fare tutto ciò che posso, così da passare il testimone a chi verrà dopo di me.
Non è necessario che sia io a tagliare il traguardo. Ma se non corro la mia parte nel modo migliore possibile, chi verrà dopo di me non potrà fare ciò che deve fare. È qualcosa che tutti possono tenere a mente.
La sfida per il futuro è instaurare un dialogo più intenzionale tra l’esperienza umana delle nuove generazioni — qualunque nome vogliamo dare a questa generazione — e la nostra fede, mostrando come possano illuminarsi reciprocamente.
Una parte del problema è che abbiamo presentato la fede soprattutto come un insieme di dottrine astratte, invece che come idee vive, capaci di incidere davvero nella vita delle persone.
Visto che siamo nella famiglia ignaziana, pensa che la spiritualità ignaziana e il suo linguaggio possano avere un ruolo speciale nel rendere la fede più convincente?
Sto cercando di aiutare le persone a non usare sempre le stesse espressioni come cura personalis o “uomini per gli altri”. Continuo a crederci profondamente, ma penso che ormai siano diventate formule un po’ logorate, troppo familiari.
Il termine magis, invece, mi sembra ancora pieno di forza. Prima di tutto è latino, quindi mantiene un certo alone di mistero. Per come lo capisco io, il magis è quel desiderio interiore, quella inquietudine verso qualcosa che è sempre oltre la nostra portata, ma che ci chiama, ci attrae e ci spinge ad andare oltre il punto in cui siamo ora.
È il dinamismo interiore dello spirito che ci rende insoddisfatti di come stanno le cose e ci chiama continuamente ad andare più in profondità. Più avanti. Dentro il mistero. Un mistero che non smettiamo mai di esplorare e che non potremo mai comprendere completamente.
Quando parli in questo modo, gli studenti non sempre capiscono subito cosa intendi. Ma proprio perché non capiscono del tutto, restano affascinati e vogliono saperne di più. Credo infatti che dentro ciascuno ci sia una fame profonda di qualcosa di più. Una consapevolezza interiore che il mondo così com’è non è come dovrebbe essere.
Come citavo ieri Albert Einstein, se vogliamo cambiare la nostra società dobbiamo cambiare il modo in cui pensiamo. Dobbiamo cambiare il modo in cui viviamo. Non basta un nuovo piano strategico.
Il magis è forse il concetto più sovversivo del linguaggio ignaziano, perché non puoi mai racchiuderlo completamente: ti porterà sempre in un luogo nuovo, diverso. Perché ti chiede di lasciare che il tuo cuore si spezzi, così da aprirti a ciò che è oltre te stesso.
Per me il magis è il cuore degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio e del ritiro ignaziano di trenta giorni. E quando pensiamo alla giustizia razziale o alla giustizia ecologica, abbiamo proprio bisogno di essere attratti oltre il punto in cui siamo ora. È qui che il magis diventa decisivo.
Più riflettiamo su questa parola, più ci accorgiamo che è piena di possibilità… possibilità che non abbiamo ancora cominciato davvero a esplorare.
Questa è una delle descrizioni più intense del magis che abbia mai sentito.
La grande gioia del mio ministero come professore di teologia alla Fordham è cercare di formare studenti che possano fare ciò che faccio io… e anche di più.
Non voglio che facciano esattamente quello che faccio io. Voglio che siano preparati a fare ciò che loro sono chiamati a fare. Spero che costruiscano su ciò che sto facendo e che lo portino in direzioni che io stesso non riesco neppure a immaginare. Questo è il magis.
Ma se non recuperiamo in modo intenzionale il dinamismo profondo di questa parola, rischiamo di ridurla alla versione americana del termine: “più grande, migliore, più efficiente”.
* Padre Bryan Massingale è professore di teologia e titolare della cattedra James and Nancy Buckman di etica cristiana applicata alla Fordham University di New York. Sacerdote cattolico gay, Massingale ha scritto e predicato estesamente sulla giustizia razziale e anche su argomenti LGBTQ, alcune sue riflessioni le trovi tradotte e raccolte qui.
Testo originale: On the Power of Subversive Thinking: Bryan Massingale talks with TJP

