Il Pride visto da un prete. Don Armando Cattaneo al corteo di Milano
Nel 2021 una malattia neurologica ha costretto don Armando Cattaneo a lasciare l’incarico pastorale che svolgeva a Saronno e a trasferirsi a Milano, per poter accedere più facilmente alle terapie con cui sta cercando di affrontare la malattia.
La provvidenza ha voluto che andasse ad abitare proprio in una traversa di via Lecco, conosciuta come la “gay street” milanese, e che iniziasse a celebrare nella chiesa di San Carlo al Lazzaretto, la «chiesa senza pareti» fatta progettare da san Carlo Borromeo a Pellegrino Tibaldi.
È stato lì che i cristiani LGBTQ+ del Guado e i Giovani del Guado di Milano lo hanno conosciuto. Don Armando ha iniziato ad ascoltare le loro storie, le ferite, le domande e il desiderio di vivere la fede senza nascondere una parte di sé. In poco tempo è diventato per molti una presenza pastorale vicina, capace di ascoltare e accompagnare senza giudicare.
Quando ha saputo che avrebbero partecipato al Pride di Milano, si è incuriosito e ha deciso di raggiungerli lungo il percorso. Il 2 luglio 2022, con la camicia da prete e il suo deambulatore, è rimasto a lungo sul marciapiede a osservare il corteo, i volti, i cartelli e le bandiere.
Quell’esperienza lo ha colpito così tanto da spingerlo a raccontarla, con semplicità e ironia, nel video “Il Gay Pride visto da un prete”, che trovate in alto, mentre in basso trovate la trascrizioni delle sue parole.
Il Gay Pride di Milano visto da un prete
Ci vado o non ci vado? Conosco dei ragazzi che ci vanno e avevo fatto loro una mezza promessa. Vabbè, ci vado. Mi metto la camicia da prete oppure no? Normalmente non la porto: in chiesa tutti sanno chi sono. Però i segni parlano. Al corteo tutti hanno qualcosa da dire e lo dicono con i cartelli, ma ancora di più vestendosi in un certo modo, specialmente a questo corteo. Vabbè, mi metto la camicia da prete.
Pranzo a un’ora per me assurda: mezzogiorno. Fa caldo, mi sento spossato. Alla malora il corteo del Pride, vado a letto.
Conoscete la storia di Samuele, chiamato di notte dal Signore? E quella di Giuseppe, svegliato dall’angelo per fuggire in Egitto? Alle 14 in punto capita anche a me. Mi sveglio e sento dentro un ordine: «Lavati la faccia e corri al corteo».
Mi affretto, si fa per dire, con il mio deambulatore modello Ferrari. Seguo i vari torrenti di ragazze e ragazzi che passano a frotte, carichi dei colori dell’arcobaleno, e arrivo davanti alla Stazione Centrale. Chissà se incontrerò le persone LGBTQ+ che conosco.
Raggiungo la testa del corteo, che si è appena mosso, e i primi che vedo sono proprio loro: Vittoria, Laura, Giova, Max, Edo. Portano tante bandiere disposte come stendardi, e questo accorgimento facilita la lettura di quello che vi è scritto: «Il Guado – omosessuali cristiani».
«Ciao, don! Ciao, don!». Saluti, abbracci… che bello essere qui insieme.
Nell’incontrarli provo ammirazione e orgoglio per questi ragazzi, che rischiano di essere discriminati due volte, una per ciascuna parola scritta sulle loro bandiere: perché omosessuali e perché cristiani.
A tarda sera leggo che la Repubblica li ha intervistati e ha scritto: «Eppure qualcosa si muove, se in testa al corteo ci sono anche i giovani cristiani e LGBTQ+».
«Dio non ficca il naso tra le lenzuola», dice Paolo, teologo che ama il latino. «La vita nella comunità è diversa da quanto si possa pensare. La Chiesa è accogliente nei nostri confronti, non c’è discriminazione nella vita quotidiana. Perché la Chiesa è come l’arca di Noè: c’è posto per tutti». Bontà sua.
I ragazzi mi dicono di essere tra gli organizzatori del corteo e così decido di restare a guardarlo tutto, quello che ormai sento come il nostro corteo.
Si muovono lentamente. La stragrande maggioranza è gente giovane, soprattutto ragazze. Capelli e parrucche coloratissimi, brillantini sulla pelle. I look eccessivi ci sono, ma rappresentano forse uno su mille e, visti dal vero, mi sembrano persone così indifese.
Sono abituato a guardare negli occhi le persone e li trovo buoni. Occhi buoni e basta.
Io, prete, vedo soltanto gente bella, di cui Dio è innamorato pazzo. Ragazze e ragazzi senza tabù e, nello stesso tempo, con il senso della misura. Felici di poco, direi. Ammesso che il superamento dei pregiudizi e degli ostinati condizionamenti sociali sia poco.
Sono entusiasta e quindi non sono obiettivo, lo so. Ma qui sono così. Punto.
Qualcuno si accorge di questo prete ai bordi del corteo e lo segnala sottovoce agli amici. Molti, passando, mi notano e salutano con un sorriso. C’è chi fotografa il don senza farsi notare e chi gli si piazza davanti per averne un primo piano. C’è chi saluta dai carri.
Mi stupiscono i cartelli, rigorosamente senza parolacce. Tanti sono ingenui, con il loro «Love is love»; non pochi contengono messaggi di rivendicazione sociale e contro ogni tipo di fobia.
Sarà perché sono prete, ma mi cade l’occhio su quelli che mettono in gioco Dio e Gesù. Mi dico: in nessun concerto, in nessun corteo sindacale o di protesta compare mai il personaggio supremo. Qui sì. Ma perché?
Forse perché qui la gente mette in gioco la propria identità, la propria anima profonda, che vale più dei soldi, più delle ideologie, più delle rivendicazioni.
Su un cartello c’è scritto: «Se fossimo contro natura, Dio non ci avrebbe fatti così belli». Poi lo trovo anche in versione inglese. Leggo più o meno: «God said Adam and Eve, not Adam or Eve».
Qualcuno si lancia, osando ancora di più: «God is a lesbian». Un altro scrive: «Dio ti ama anche se frocio». Verissimo.
Leggo prima in inglese un altro cartello: «Jesus had two dads and he turned out fine», cioè: «Gesù aveva due papà ed è venuto su bene».
Una parte di quest’ultima frase è ripetuta anche sul petto di un ragazzo che, appena mi vede, vuole assolutamente che la sua ragazza gli faccia una foto con il prete, mentre mi dice: «Ti rispetto tantissimo, don. Sei grandissimo».
Per così poco… Alla fine, potrei mai sottrarmi a un selfie con Papa Francesco? È un signore con un abito papale bianco e una maschera con il volto di Francesco. «Bella coppia», commentano quelli che ci stanno intorno.
Dopo più di due ore il corteo è passato tutto davanti a me, ma non sono ancora sazio. Corro verso l’Arco della Pace e passo davanti alla parrocchia del Corpus Domini, appena fuori da Parco Sempione.
Sono le 18 di sabato e non posso resistere. Entro in chiesa e vivo, seduto su una panca da fedele e non all’altare, una delle Messe più intense della mia vita.
Dentro, per la Messa prefestiva, non arriviamo a cinquanta persone. Ma io sento di averne portate con me trecentomila, tutte quelle del Pride.
Il Vangelo è gioia. Qui c’è tanta gioia e tanta libertà di esprimersi, anche solo ballando felici. Quindi qui c’è tanto Vangelo sottotraccia.
Mi ripeto mille volte: a questa Messa partecipano tutti loro. Non tutti lo sanno, ma Dio li ama come sono.
E prego: «Gesù, là fuori sono affamati d’amore. Riempili del tuo amore, che è l’unico capace di saziare. Il Vangelo racconta che tu hai sfamato cinquemila uomini, oltre alle donne e ai bambini, che all’epoca non contavano. Chissà se adesso è cambiato qualcosa…
Qui, Gesù, ce ne sono sessanta volte di più. C’è tanta fame d’amore. E l’amore tu lo produci in proprio. Sei tu la fabbrica dell’amore. Gesù, fa’ come con il vino di Cana: esagera, esagera».
Al momento della Comunione mi prendo trecentomila ostie: una per ciascuna, ciascuno, ciascune, ciascuni… e più.

