Il sesso degli angeli: la fatica di dare un nome alle famiglie poli
C’è una scena che ritorna spesso nelle vite delle persone poliamorose che cercano di costruire una famiglia stabile. Non riguarda il sesso. Non riguarda la trasgressione. Riguarda una cucina, un pranzo di Natale, una madre che prova a capire, una nonna che fa domande strane per imbarazzo, qualcuno che cerca parole normali per spiegare una vita che normale lo è già, almeno per chi la vive.
Forse è anche per questo che il corto “Il poliamore spiegato alle madri e alle nonne” di Roberto Pérez Toledo colpisce così tanto.
Racconta qualcosa che molte persone omosessuali e lesbiche hanno conosciuto, soprattutto nei primi passi del riconoscimento familiare: le spiegazioni incerte, il bisogno di trovare linguaggi condivisi, la paura di essere ridotti a caricature, il tentativo di dire “questa è la mia casa” senza diventare subito un caso sociologico o morale.
Attorno al poliamore esiste spesso un vuoto curioso. Si parla molto di consenso, strutture relazionali, non monogamie etiche, relationship anarchy, kitchen table polyamory, solo poly, metamour, compersione, attachment styles, protocolli comunicativi…
A volte sembra di leggere molta teoria troppo astratta… E le persone che cercano di vivere insieme senza bisogno di un manuale tecnico?
Manca ancora, almeno in molti contesti, una riflessione quotidiana. Manca un accompagnamento morale, umano, spirituale.
Mancano modelli imperfetti e concreti. Manca qualcuno che dica: “Va bene, ma come si costruisce davvero una vita comune? Come si affrontano gelosia, stanchezza, fedeltà, figli, tempo, cura reciproca, responsabilità?”. In maniera umana, non per supereroi.
Lo stesso vale per la fedeltà. Dobbiamo davvero sospettarla sempre, come se fosse per forza possesso? E la gelosia deve essere sempre negata, ridicolizzata, “superata”, come se una persona fragile dovesse comportarsi da creatura perfettamente risolta dell’iperuranio relazionale? Forse alcune ferite non chiedono slogan. Chiedono ascolto, limite, pazienza, responsabilità.
Come si concilia tutto questo con la fede?
Qui la Chiesa può aiutare. Ci sono credenti poliamorosi che non cercano esperienze usa-e-getta.
Parlano di responsabilità condivisa, presenza, continuità, fedeltà al nucleo familiare, sostegno reciproco, figli cresciuti insieme, impegno economico ed emotivo.
Pregano, partecipano alla vita ecclesiale, desiderano capire come vivere tutto questo senza separare affetto, coscienza e fede.
La domanda allora diventa concreta: quando più persone condividono cura, casa, sacrificio, continuità e responsabilità reciproca, siamo sicuri che la parola “famiglia” non c’entri nulla?
Siamo sicuri che bisogni fuggire dalla parola famiglia, smantellarla, svuotarla, trattarla sempre come una gabbia? Tante persone invece vorrebbero abitarla.
E il cinema? Il cinema non spiega, racconta… mostra… interpreta… illustra.
Anche “Il sesso degli angeli” di Xavier Villaverde si muove dentro questa zona instabile. Non propone manifesti. Mostra desideri, confusione, attrazione, amicizia, fragilità, bisogno di essere riconosciuti. Mostra relazioni che cercano una forma mentre stanno già vivendo. Ed è forse questo il punto: le persone arrivano prima dei modelli.
A proposito… proprio questo Polifamiglie APS organizza una serata di cinema e dialogo il 3 giugno al Cinema Fratelli Marx di Torino, all’interno del Torino Pride Off, con il contributo della Città di Torino. Durante la serata presenteremo anche il libro “Storia e storie di poliamori familiari”, nato dal desiderio di raccogliere esperienze concrete, domande, tensioni e tentativi di costruire qualcosa, una casa condivisa.
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