Il Vangelo, Gesù e l’omosessualità. Dialogo col biblista Alberto Maggi
Testo tratto dalla puntata di “Colpi di Zia” in cui Edoardo e Raffaele dialogano col biblista padre Alberto Maggi nel Centro Studi Biblici “G. Vannucci” di Montefano (Marche)
“Colpi di zia” è un programma itinerante nato on line per rompere il silenzio e i tabù che esistono sia negli ambienti cristiani sia in quelli LGBT. Oggi abbiamo un ospite d’eccezione: Padre Alberto Maggi, biblista, frate servita, da cinquant’anni studioso dei Vangeli. Con lui parliamo di accoglienza, di amore, di Vangelo e di omosessualità. Nessuna etichetta, solo persone.
Benvenuti alla quinta edizione di “Colpi di zia”. Noi siamo Edoardo e Raffaele, due amici, un po’ le “zie” del quartiere, perché ogni tanto diamo consigli non richiesti che neanche noi abbiamo mai seguito. Siamo qui perché pensiamo che identità e sessualità possano andare insieme nella stessa conversazione e nella stessa persona. (…)
Raffaele: Siamo qui con Padre Alberto Maggi nel Centro Studi Biblici “G. Vannucci” di Montefano (Marche). Maggi da giovane ha lavorato come ingegnere nel comune di Ancona, poi a 22 anni è entrato in convento. Si è appassionato ai Vangeli, li ha studiati alla Gregoriana, allo studio Biblico di Gerusalemme. Ha scritto molti libri e collaborato con il Vaticano. La sua idea di fondo è che “la buona notizia è per tutti”.
Edoardo: Prima domanda. Se Gesù entrasse oggi in una parrocchia e vedesse una coppia gay, cosa direbbe?
Alberto Maggi: Il messaggio di Gesù è che ogni persona è un progetto d’amore di Dio. San Paolo dice che prima ancora di creare il mondo, il Signore ci ha pensato. Perché? Perché Lui è immenso e ha bisogno di manifestarsi in forme nuove, originali, creative.
Da quando esiste l’uomo, non c’è stato un individuo identico all’altro. Ognuno è diverso perché Dio vuole manifestarsi. Ogni persona è una manifestazione visibile di Dio. Le persone che incontriamo e accogliamo sono un regalo di Dio che dice: “Guarda quanto ti voglio bene, guarda chi ti ho fatto incontrare”. Nei Vangeli non ci sono queste differenze. C’è l’essere umano nella sua libertà.
Edoardo: Lei ha citato San Paolo. Quando si parla di omosessualità, i nostri detrattori citano sempre Levitico e le lettere ai Romani, quasi mai il Vangelo. Perché secondo lei?
Alberto Maggi: C’è un episodio importantissimo: la Trasfigurazione. Gesù si manifesta nella gloria, accanto a lui compaiono Mosè, il legislatore, ed Elia, il profeta. Parlano con Gesù, non hanno niente da dire ai discepoli. Quando Pietro interviene, spariscono Mosè ed Elia, e la voce di Dio dice: “Questi è mio figlio, ascoltate Lui”. Questo è fondamentale. La Bibbia è un tesoro immenso, ma per la comunità cristiana è valido tutto ciò che è in sintonia con Gesù. Quello che si distacca dal suo insegnamento non può essere una norma di comportamento.
Certe norme del Levitico vengono citate a sproposito. Non si tratta di sessualità, ma di procreazione. Dice “un uomo non può giacere con un altro uomo” – possiamo essere d’accordo – ma perché non dice niente sulle donne? Perché il problema non era la sessualità, ma generare figli, che era sacro.
Per quanto riguarda Paolo, lui ha scritto in varie fasi della vita. C’è un Paolo sublime quando dice “davanti a Dio non c’è né uomo né donna, né schiavo né libero, né giudeo né greco”. Poi ci sono altre lettere, magari scritte da lui o interpolate, dove viene fuori la cultura del tempo.
Ma attenzione: a quel tempo non esisteva il concetto di omosessualità, che è nato nell’Ottocento. Paolo rimprovera quelli che, per vivere nuove emozioni, andavano con altri, ma non parla minimamente del tema dell’omosessualità. Quindi non si può citare Paolo a sproposito. E perché non citano mai il Vangelo? Perché nel Vangelo c’è l’immagine di un Dio che ama i suoi figli, che desidera la loro felicità.
Gesù dice che ciò che rende impura la persona sono i sentimenti cattivi che escono dal cuore. Non tutte le altre cose. Nei Vangeli c’è la piena libertà dell’individuo, chiamato a essere quello che sente di dover essere. La buona notizia non esclude nessuno.
Raffaele: Quindi, per capirci, Paolo parlava un po’ agli “eterocuriosi”. Ma nel Vangelo, Gesù ha sempre attenzione per quelli considerati impuri, fuori norma. Cosa può dire questo a noi oggi?
Alberto Maggi: Io faccio fatica a parlare di etichette. Ci sono le persone, ci sono i credenti. L’orientamento sessuale è un fatto personale. Il Signore ci chiede conto di come orientiamo la nostra vita, non con chi andiamo a letto. Se vogliamo andare in profondità, pensa al discorso della vite e dei tralci. Gesù dice: “Io sono la vite, il Padre è il vignaiolo, voi siete i tralci”. Il tralcio che porta frutto, il Padre lo purifica. Questo è importantissimo.
In ognuno di noi ci sono elementi negativi, tendenze, atteggiamenti che non vanno. Ma è assolutamente vietato che siamo noi a mettere mano per eliminare questi aspetti negativi, perché rischiamo di strappare un filo che regge tutta la nostra personalità. Gesù dice: “Il Padre lo purifica”. Se c’è qualcosa di negativo in noi, non toccarlo. Né tu, né gli altri, neanche Gesù. Il Padre, che è il vignaiolo, si occupa di questo. E se non lo elimina, vuol dire che ai suoi occhi non era così importante.
L’autore della Prima Lettera di Giovanni dice: “Anche se il tuo cuore ti rimprovera qualcosa, Dio è più grande del tuo cuore”. Noi veniamo educati dalla morale corrente, ma quella cambia. Certe cose che in passato erano viste male oggi non lo sono più. Quindi, anche se la tua mentalità ti rimprovera, Dio è più grande. Tu occupati solo di orientare la tua vita per il bene degli altri.
Edoardo: Un’altra cosa. Spesso ci dicono: “Va bene, accogliete le persone omosessuali, ma le relazioni no”. È come chiedere a un albero di non fiorire. Si può chiedere a un albero di non fiorire?
Alberto Maggi: Mi viene in mente un episodio. Anni fa, a Milano, c’era una trasmissione sull’omosessualità. Mi chiamarono perché era stato invitato un teologo importante che poi non era venuto. Accettai. Il giornalista voleva farmi ammettere che essere omosessuali va bene purché non si manifesti. Io gli risposi: “Ma è come dire a una pianta: ti concedo di crescere ma non puoi fiorire”. Questo sì che è contro natura.
Tre giorni dopo ricevetti una lettera da Lugano. Un ragazzo di trent’anni mi scriveva che quella mattina, dopo una notte insonne, aveva deciso di impiccarsi. Non era accettato dalla sua famiglia cattolica, era in difficoltà con il suo compagno. Aveva acceso la televisione per non far rumore, aveva il cappio tra le mani, e ha sentito le mie parole. È scoppiato in un pianto liberatorio. Mi ringraziava dicendo che gli avevo salvato la vita. Pensate la fantasia del Padre Eterno.
Se mi permettete, era più chiara la dottrina della Chiesa prima del Concilio Vaticano II. Prima si diceva che i “sodomiti” erano peccatori e andavano all’inferno. Chiaro, non si discuteva. Il problema è iniziato con il Concilio, con l’apertura. Allora si è arrivati a dire: “Non è peccato essere omosessuali, è peccato manifestarlo. Siete chiamati al celibato, alla castità”. Ma io, come frate, ho scelto il celibato, ho scelto la castità, e posso dire quanto è impegnativa. Ma non posso imporla a chi non l’ha scelta.
La Chiesa ha la capacità di dare nuove risposte ai nuovi bisogni. Quando invece si impaurisce e dà vecchie risposte, la gente non l’ascolta. La Chiesa deve superare due scogli: il problema delle persone omosessuali e quello dei divorziati. Oggi, nella Chiesa, è più grave il peccato del divorzio che quello dell’omicidio. Se uno ammazza, si confessa e torna a fare la comunione.
Se divorzia, no. Ma è possibile che sia più grave divorziare che ammazzare? Lasciando da parte il ridicolo di questa posizione, la gente capisce che non sta in piedi.
Raffaele: C’è una frase nel Vangelo di Giovanni che mi è cara: “Amatevi come io vi ho amato”. Cosa significa davvero questo comandamento oggi, per le relazioni?
Alberto Maggi: Nota che Gesù lo dice al passato: “Come io vi ho amato”. Non dice “come vi amerò” sulla croce. Allora dobbiamo andare a vedere dove Gesù ha amato. Nel capitolo 13, si dice che Gesù portò al massimo il suo amore. Ci aspetteremmo un discorso straordinario. Invece si alza e lava i piedi ai discepoli. Ecco l’amore: il servizio. E una cosa importante: lo fa mentre cenavano. Non prima. La cena è l’Eucaristia. Perché lo fa durante? Perché il significato è questo: non devi purificarti per partecipare all’Eucaristia, ma è partecipando all’Eucaristia che ti purifichi.
La Chiesa in passato ha fatto un grande danno, dicendo che dovevi essere puro per avvicinarti. Ma Gesù dice: tu partecipi, e quella partecipazione, quel prendere il pane che è Gesù che si fa alimento, ti impegna ad amare gli altri. In questo dinamismo d’amore c’è la tua purificazione. E poi, Dio non ama le persone per i loro meriti, ma per i loro bisogni. L’Eucaristia non la ricevi perché la meriti, ma perché ne hai bisogno.
(…) Le nostre celebrazioni domenicali dovrebbero far uscire le persone più felici di quando sono entrate. Nella nostra chiesa ormai vengono persone che vivono insieme, omosessuali, divorziati: è la norma. Io il mese prossimo festeggio 50 anni di sacerdozio. Già 50 anni fa davo la comunione a tutti, anche a categorie per cui era proibito. Non ho mai rifiutato la carezza di Dio a nessuno, perché non ne sono il padrone. Io devo essere quella carezza.
Già 25-30 anni fa ho benedetto la prima unione. È stato bellissimo. Lo faccio ancora, in maniera riservata, non per nasconderci, ma perché la società non è ancora all’altezza di capire questo amore e potrebbe sporcarlo.
Ricordo il rito, dicevo “Il Signore, quando ti ha creato, ha pensato: cosa posso fare per renderlo ancora più felice? E ti ha fatto incontrare questa persona. È il regalo di Dio per la tua felicità. Custodiscila come l’oro che più passa il tempo e più acquista valore”.
Ecco, questo significa trasmettere la buona notizia. Nessuno si può sentire escluso.

