Il venerdì Santo ci ricorda che tutto può andare storto mentre il cambiamento già sta accadendo
Riflessioni di padre Shannon Kearns*, pubblicato su Queer Theology (Stati Uniti) il 29 marzo 2024. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
C’è una cosa che penso sempre quando arriva la Settimana Santa: dovrebbe esserci un enorme “avviso spoiler”.
Viviamo insieme questo dramma della settimana finale della vita di Gesù — l’euforia della Domenica delle Palme, le emozioni dell’Ultima Cena, la desolazione del Venerdì Santo.
Ma la verità è che conosciamo già il finale! Sappiamo che le cose andranno bene! E quindi è facile voler saltare direttamente a quel lieto fine. Cercare di smorzare il dolore, di alleggerire il peso. Di rendere le cose più allegre di quanto non siano in realtà.
Ma questa sera, voglio che ci fermiamo un momento nella desolazione del Venerdì Santo. Vi invito a rimanere lì, anche con le emozioni difficili. Non respingiamole troppo in fretta. C’è un valore autentico nel prestare attenzione a ciò che ci pesa.
Quando ero bambino, ho sempre odiato il Venerdì Santo. Era buio, triste, quasi macabro. Nella tradizione della mia chiesa, si insisteva moltissimo sull’orrore della crocifissione, e il tutto era condito con una buona dose di senso di colpa: “Non lo sai quanto ha sofferto Gesù per te? Allora devi essere migliore!”
Ricordo bene quando uscì il film The Passion of the Christ, con quelle scene così violente e sanguinose. Se non volevi vederlo (o, peggio, se lo vedevi e non ti piaceva), allora eri considerato un pessimo cristiano. E questa cosa mi metteva profondamente a disagio. Questo fissarsi sulla morte di Gesù ignorando completamente la sua vita non mi ha mai convinto fino in fondo.
La mia tradizione era anche fortemente contraria alle domande. Esprimere dubbi non era visto di buon occhio. I “buoni cristiani” erano quelli che avevano tutto sotto controllo, che ascoltavano l’insegnamento della chiesa, credevano e obbedivano senza esitazioni.
I buoni cristiani sapevano che noi esseri umani siamo profondamente peccatori, e che Dio, essendo perfetto, odia il peccato. E per placare la sua ira, aveva richiesto la morte del suo unico Figlio. L’immagine di un Dio colmo d’ira, che esige sangue, mi ha sempre fatto un po’ rabbrividire. E più mi allontanavo da ciò che mi era stato insegnato, più mi chiedevo: cosa farne, davvero, del Venerdì Santo?
Per un po’ ho provato a ignorare completamente la crocifissione, ma saltare direttamente alla Pasqua non aveva senso neanche quello.
Qual è il significato della morte di Gesù? Ha davvero un senso, oppure è solo violenza insensata? Cosa possiamo fare con tutto questo? E dentro queste domande, se ne nascondevano altre, più profonde: c’era spazio, nel cristianesimo, per i miei dubbi e la mia confusione? C’era spazio, nel cristianesimo, per me?
Ognuno di noi proviene da esperienze diverse, ma credo che tutti, prima o poi, ci siamo scontrati con qualche dubbio sulla nostra fede. Magari ci siamo chiesti se Dio potesse amarci davvero. Magari ci siamo domandati se c’era un posto per noi nella Chiesa. O forse abbiamo interrogato il senso della crocifissione: com’è possibile che un Dio d’amore esiga la morte del proprio Figlio?
E se invece provassimo a guardare a questa storia in un modo del tutto nuovo?
Gesù è venuto a portare al mondo una Buona Notizia: quella dell’amore di Dio. È venuto con un messaggio che diceva che le vecchie regole — quelle che stabilivano chi era dentro e chi era fuori — non valevano più. Che l’amore di Dio è così smisurato da includere TUTTI.
Ma ha anche annunciato la giustizia: ha detto che essere “dentro” significa prendersi cura del prossimo, degli ultimi, dei vulnerabili. Ha predicato e vissuto un modo di essere in cui c’è abbastanza per tutti, a patto che si condivida.
E allora, come oggi, quando si inizia a parlare di condivisione, chi possiede molto si sente minacciato. Come allora, anche oggi, se si dice che i poveri devono avere da mangiare mentre i ricchi vengono mandati via a mani vuote, la gente si arrabbia.
Quando predichi una giustizia vera, quando protesti, quando metti in discussione le regole del tuo tempo, puoi finire in prigione o addirittura morire. Lo abbiamo visto accadere tante volte: persone che hanno seguito Gesù e che per questo sono finite in carcere o uccise. Martin Luther King Jr., Dorothy Day, i fratelli Berrigan, Oscar Romero… solo per citarne alcuni.
Gesù è stato un profeta e un maestro. Un attivista e un provocatore. E quando si è messo contro il potere dell’Impero Romano, quando ha sfidato la loro autorità e le loro regole, l’hanno ucciso. Ma non è stato Dio, a pretendere sangue. È ciò che accade, purtroppo, quando ti alzi in piedi per difendere ciò che è giusto.
La crocifissione, in fondo, non è il centro della storia. Tante persone furono crocifisse ai tempi di Gesù. Se facevi parte di un movimento non violento che si faceva troppo rumoroso, uccidevano il leader per spaventare tutti gli altri. Il cuore della storia è — spoiler! — ciò che succede domenica. Quello sì che cambia tutto.
E allora perché osservare il Venerdì Santo? Perché dedicare un giorno alla morte di Gesù?
C’è qualcosa di straordinario nel Venerdì Santo: è un giorno in cui il dubbio può prendere il sopravvento, in cui la paura viene nominata, in cui ci è permesso restare nel nostro disagio. È un giorno in cui ricordiamo che anche coloro che erano più vicini a Gesù si spaventarono e fuggirono. Anche i suoi amici più fidati pensarono che fosse tutto finito. Che non ci fosse più speranza.
È un tempo in cui possiamo ricordare che lavorare per il Regno di Dio è difficile. Che proclamare un mondo dove non ci sono confini tra chi è “dentro” e chi è “fuori” non è affatto popolare. Che dire che c’è abbastanza per tutti, se solo condividessimo, può metterti nei guai. E possiamo riconoscere che finire nei guai fa paura. Possiamo ammettere che, a volte, ci piace mettere confini tra noi e gli altri. Possiamo confessare che, a volte, non abbiamo voglia di condividere ciò che abbiamo.
È un giorno in cui possiamo confrontarci con i momenti in cui non siamo riusciti a seguire Gesù. Non per sentirci in colpa o vergognarci, ma per rimettere a fuoco e impegnarci di nuovo. Ma è anche un giorno in cui possiamo riposare nella certezza che non dobbiamo essere perfetti. Possiamo essere egoisti, impauriti, incerti, infedeli… e, nonostante tutto, siamo ancora profondamente amati da Dio.
Restiamo insieme alla paura, ai dubbi, a ciò che non comprendiamo. Accogliamo questo giorno come un momento in cui non abbiamo bisogno di avere tutto sotto controllo. Un tempo in cui possiamo accettare che non va tutto bene… e che va bene così.
Eppure, in mezzo a questo giorno di lutto, sappiamo che la storia non è finita. Che anche in mezzo alla depressione, al dubbio, alla paura e alla violenza… la morte non ha l’ultima parola. Anche se oggi può sembrarlo.
*Padre Shannon T.L. Kearns è un pastore transgender d co-fondatore di Queer Theology su cui scrive e predica sui temi della fede, dell’identità e della giustizia sociale, con una particolare attenzione alla spiritualità delle persone transgender.
Testo originale: Good? Friday

