“Il vero peccato non era il mio amore”: la testimonianza di un gay cattolico ascoltata dal Sinodo
Testimonianza di un gay cattolico del Portogallo, allegata ai lavori del Gruppo di Studio n. 9 del Sinodo sulla sinodalità, pubblicata su Synod.va (Santa Sede) nel 2026. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
Quali aspetti della sua esperienza personale ritiene più importanti da mettere in evidenza rispetto al tema di cui stiamo parlando, in questo caso l’omosessualità?
Crescere nell’amore e nella sensibilità. Sono cresciuto in una famiglia numerosa: sono il secondo di quattro fratelli e due sorelle. Era una famiglia molto affettuosa e aperta, eppure il tema dell’omosessualità non veniva mai affrontato. La vera grazia, per me, è stata mia madre. La sua insistenza perché i miei insegnanti valorizzassero la mia sensibilità, il mio amore per la poesia e la mia delicatezza, tratti che negli anni Novanta venivano spesso considerati “femminili”, invece di guardarli con paura, è stata fondamentale. Lei ha fatto crescere in me una fiducia interiore: la mia differenza non era un difetto. Quell’amore genitoriale è stato il mio primo e più duraturo insegnamento di accettazione di me stesso e di dignità.
La scoperta della sessualità e l’angoscia della solitudine. Le mie prime cotte seguirono le norme sociali delle relazioni eterosessuali, ma crescendo mi resi conto che l’intensità dei sentimenti che provavo per alcuni ragazzi era diversa: era un intreccio profondo di intimità e desiderio, diverso dalla stima affettuosa che provavo per le ragazze.
Vivere tutto questo nel segreto, fuori da ciò che sembrava “normale”, mi portò a un enorme senso di distanza dagli altri e a una solitudine profonda. Il silenzio, o l’avversione percepita verso questo tema negli ambienti sociali e, soprattutto, dentro la chiesa cattolica, mi costrinse a vivere una doppia vita. Mi chiedo se ascoltare esperienze condivise apertamente da famiglie con figli omosessuali mi avrebbe aiutato a non sentirmi così solo in questo cammino.
L’incontro con Cristo e la chiamata all’integrità. Nella preghiera e durante i ritiri, nell’adolescenza e nei primi anni dell’età adulta, spesso mi sembrava di pregare da solo. Eppure proprio nel crogiolo di quell’isolamento ho iniziato a sentire la chiamata forte e amorevole di Cristo alla mia integrità e alla mia pienezza: non dovevo ferire né me stesso né gli altri, perché il mio corpo era stato creato e amato da Dio. La strada davanti a me non era la separazione, ma l’integrazione di ogni parte di me dentro il suo sguardo d’amore.
Trovare amore e pace. Incontrare colui che oggi è mio marito, vent’anni fa, quando avevo diciannove anni, ha trasformato la mia vita. Finalmente avevo trovato qualcuno che condivideva i miei valori più profondi e le mie lotte interiori. Condividere con lui una vita di fede, di servizio e di amore è stata l’espressione più vera di me stesso. La mia sessualità non definisce la mia vita, ma è una parte intrinseca di me; se non la riconosco, non posso essere intero.
È stato concretamente coinvolto in gruppi o movimenti che si occupano di questo tema? Quali riflessioni o intuizioni ha maturato da questa esperienza?
Cercare la pienezza, evitando la separazione. Ho evitato attivamente i gruppi che sentivo come luoghi capaci di separarmi dagli altri; il mio desiderio più profondo era semplicemente ritrovare me stesso e sentirmi parte di qualcosa. L’unica esperienza di gruppo che ho vissuto è stata, nei miei primi trent’anni, quella di un gruppo di rugby gay, di cui ho fatto parte per sei anni. È stato un grande conforto: uno spazio in cui praticare uno sport che amavo senza essere giudicato, dove la mia identità era presente, ma il centro era l’attività, non l’etichetta. Ho avuto l’impressione che alcuni gruppi cattolici continuino a mettere troppa enfasi proprio sul tema della sessualità.
Trovare pienezza nella Comunità di Vita Cristiana (CVX). Otto anni fa ho trovato la mia casa nella CVX. Avevo paura di essere frainteso, ma ho scoperto uno spazio in cui fin dal primo giorno mi sono sentito completamente integrato e libero di essere me stesso.
Qui preghiamo sulle grandi questioni del mondo: la guerra, la povertà, la giustizia, e portiamo a Cristo tutte le gioie e tutti i dolori della nostra vita. Sono grato perché la mia sessualità non viene trattata come un tema più importante di qualunque altra sfida che affrontiamo. È semplicemente un filo dentro il ricco tessuto della mia vita. Allo stesso tempo, so che alcuni amici sono stati feriti profondamente, e per loro i gruppi cristiani omosessuali offrono lo spazio sicuro di cui hanno bisogno per cercare risposte.
Andare oltre l’etichetta, verso il servizio. Io sono molto più di un’etichetta. Vivo la mia vita in una pace profonda con Dio, che mi conosce fin dal grembo di mia madre. Parlo apertamente della mia realtà quando è opportuno, ma il mio scopo e la mia gioia li trovo nel servizio, come nel mio lavoro con i bambini nelle case famiglia. È un ambito che mi sta molto a cuore e mi offre la possibilità di dedicare ad altri il tempo che non avrei avuto se avessi avuto figli miei. Il mio desiderio è essere visto non attraverso la lente della mia sessualità, ma nella totalità del mio essere e delle mie azioni.
Le ferite ricevute dalla comunità cristiana. Non posso ignorare le cicatrici che porto con me. Ho visto gli effetti devastanti delle “terapie di conversione” e la frattura delle famiglie: tutto questo mi è sembrato un attacco alla creazione sensibile e innocente di Dio. Sono esperienze che feriscono profondamente, perché colpiscono la dignità intrinseca di una persona che semplicemente porta in sé l’amore per un’altra persona dello stesso genere.
Qual è il suo rapporto con le comunità cristiane e con la realtà della chiesa cattolica? In quali modi trova sostegno o incontra difficoltà?
La sfida dell’integrità in Cristo. La mia vita spirituale è radicata nell’Eucaristia, nell’esame di coscienza quotidiano e nella CVX. Personalmente non ho mai dovuto affrontare uno scontro pubblico per semplici gesti di affetto con mio marito. Tuttavia, una decina di anni fa, una domanda di un direttore spirituale mi ferì profondamente: mi suggerì che avrei potuto sposare una donna per “trovare pace” e “usare i miei doni”, perché il matrimonio “non riguarda solo la sessualità”. Mi sentii offeso: era il suggerimento di ferire una donna, privandola della possibilità di essere amata e desiderata pienamente, solo per soddisfare un’aspettativa sociale.
Portare tutto alla luce. Quel primo incontro doloroso mi spinse a svuotare la mia preghiera quotidiana, escludendo la mia relazione e la mia vita affettiva dal dialogo con Cristo. La svolta arrivò quando un altro direttore spirituale mi mise davanti a una domanda diversa: “Nella vera amicizia e nella fiducia non ci sono zone su cui non possiamo far risplendere la luce di Cristo. Tu sei intero”.
Da quel momento, lentamente, cominciai a riportare tutta la mia realtà nella preghiera, nella condivisione con la mia CVX, nella mia vita professionale e familiare. Quando lo sentii dentro di me, condivisi con il mio gruppo questa immagine: stiamo andando tutti a Gerusalemme; la strada o gli accordi non contano davvero, ciò che conta è la destinazione finale, e il camminare senza ferire gli altri né Dio.
Il momento di svolta arrivò quando compresi che Cristo non stava aspettando di condannare la mia relazione, ma attendeva con pace che io lo trovassi proprio nel mio segreto e nella mia solitudine. Il vero peccato non era il mio amore, ma la mia mancanza di fiducia nel suo desiderio di vedermi vivere una vita piena. Prego perché tutti noi abbiamo il coraggio di portare tutta la nostra vita, le nostre verità più profonde, nella luce dell’amore di Cristo, sapendo che Lui ci vuole interi, non spezzati o nascosti.
Amore e accettazione come punto di partenza. La difficoltà che vivo oggi è questa: sento che la chiesa cattolica ha bisogno di andare oltre la semplice “accoglienza” e la “compassione”, che dovrebbero essere il fondamento più ovvio. Cristo ci ha donato il discernimento per andare più in profondità. Dobbiamo proclamare la verità che spesso resta non detta: Dio ti ama e desidera la tua pienezza. La sessualità è una parte della nostra vita, e la differenza è un segno distintivo della Creazione. La vita di Gesù ha mostrato che l’Amore è più grande di tutte le nostre lotte e di tutti i nostri conflitti.
Vorrei che le conversazioni nella chiesa cattolica si concentrassero sull’individuare le differenze concrete tra noi… o, meglio ancora, sul vedere che agli occhi di Dio non ce ne sono, perché siamo tutti amati. Pur vivendo una relazione gay, credo davvero che il segno di Dio nella mia vita siano stati i doni che Lui mi ha fatto: la fedeltà e il coraggio, necessari per costruire con mio marito una vita di fede condivisa e di servizio. Il mio matrimonio, nella sua costanza e nel suo impegno, è una vera occasione per destinare il nostro tempo e le nostre energie agli altri. È questo che abbiamo fatto, giorno e notte.
Il potere di guarigione della comunità. La famiglia di mio marito, pur essendo una famiglia affettuosa, ha reso la sua realtà un argomento tabù. Lui è interprete della lingua dei segni e alcune domeniche al mese presta servizio interpretando la Messa a Fatima. È davvero una persona fatta di amore per gli altri, per la famiglia e per la natura. Ma è stato ferito profondamente dalla sua famiglia, che non è stata capace di mostrare amore ed empatia verso la sua realtà, convinta, sulla base della Parola di Dio, che lui stesse vivendo una vita di peccato.
Solo quando i suoi familiari hanno iniziato a vedere che nella nostra vita quotidiana eravamo cristiani impegnati, e hanno notato anche piccoli segni di sostegno e di amore verso la comunità omosessuale da parte della chiesa cattolica nella loro cittadina portoghese, i loro cuori hanno cominciato ad aprirsi. Questa esperienza testimonia che anche i gesti più discreti di amore e di accettazione da parte della comunità cristiana sono decisivi per la guarigione delle famiglie e per una maggiore accettazione sociale.
Testo originale: Testimony for Synodal Study Group 9 on Homosexuality (Portugal)

