Il vescovo Viva alla veglia di Albano: “il silenzio che copre il dolore e soffoca le ferite non è prudenza: è complicità”







Intervento di S.E. Mons. Vincenzo Viva, vescovo della diocesi cattolica di Albano, pronunciato sabato 16 maggio 2026 nella parrocchia Santa Maria della Stella di Albano Laziale (Roma), durante la Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia organizzata dalla Diocesi suburbicaria di Albano in collaborazione con La Tenda di Gionata, ed il supporto del Festival della Comunicazione “Custodire voci e volti umani” (11–24 maggio 2026). Foto della Veglia di Luca Alessandro concesse da Firefly Produzioni*
«Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43,1): sono queste le parole che risuonano questa sera, in questa nostra chiesa della città di Albano, sulla via Appia Antica, precisamente al XV miglio della più famosa e importante strada consolare dell’antica Roma, la “regina viarum”, dove troviamo anche le catacombe di San Senatore, luogo particolarmente caro a questa città, che ci riportano alle radici della nostra chiesa diocesana.
E queste parole che troviamo nel Deutero-Isaia ci ricordano un’affermazione centrale che attraversa tutta la Scrittura: il popolo dell’alleanza è costantemente situato nell’amore del suo Dio, che lo ha «creato» e «plasmato» (cfr. Is 43,1). Sono gli stessi verbi che l’autore prende dal libro della Genesi (cfr. Gn 1-2), dove ci viene detto che Dio esprime soddisfazione per l’opera della sua creazione, anzi l’approva e la gusta con benevolenza: Dio ama la sua creazione e ama ogni persona creata a sua immagine.
E proprio quando il suo popolo è depresso, disorientato e messo di fronte a situazioni completamente nuove — come nell’epoca dell’esilio — Dio infonde coraggio e annuncia la speranza: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni (…) Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Is 43,1.4).
Notate che questa non è un’affermazione isolata nella Bibbia: continuamente il Signore ripete nella storia della salvezza questo imperativo: «Non temere». Lo dice a uomini e donne diversi, in epoche diverse, ma sempre nuovamente, anche nella mattina di Pasqua, sulle labbra dell’angelo al sepolcro di Gesù (cfr. Mt 28,5-7). Dice «non temete»: la prima parola della risurrezione è, quindi, la libertà dalla paura.
Così come nel contesto dell’esilio, il popolo dell’alleanza è incoraggiato a uscire dalle proprie paure, perché il Signore ha redento questo popolo e lo ha chiamato per nome: «Tu sei prezioso ai miei occhi; tu mi appartieni».
Se siamo qui questa sera lo è perché vediamo e sperimentiamo che ci sono ancora tante paure che, con l’aiuto della preghiera, dobbiamo superare. La paura ha tanti volti e tanti nomi e ha il potere di bloccare la gioia, di bloccare l’azione dello Spirito Santo e la crescita della comprensione della Parola di Dio.
Vedete, questa sera è la prima volta che la nostra chiesa diocesana di Albano dedica una veglia di preghiera per il superamento di una paura che tanto ha fatto soffrire e continua a far soffrire persone che vivono nelle nostre comunità ecclesiali e civili: l’omofobia e la transfobia e tutte le altre forme di disprezzo delle persone causate da pregiudizi.
È allora un passo in avanti questo trovarci qui questa sera per pregare secondo questa intenzione: un passo riflettuto, non scontato, importante. Un cammino che questa diocesi vuole compiere insieme a molte altre in Italia, con passi ancora incerti a volte, ma concreti e incoraggiati anche dal Cammino sinodale che abbiamo vissuto e ci ha educato ad ascoltare con più attenzione e a camminare con le persone del nostro tempo. E di questo voglio rendere grazie a Dio con voi.
Ma vorrei anche — e lo dico con tutto il desiderio che ho nel cuore — che idealmente questa dovrebbe essere anche l’ultima veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia. Non perché imbarazza qualcuno o suscita incomprensione in qualcun altro, ma perché il giorno in cui non servirà più tenere veglie come questa sarà il giorno in cui ogni persona sarà riconosciuta — e uso questa parola con consapevolezza e deliberazione — “riconosciuta” come parte viva, originale, insostituibile del Corpo di Cristo, senza bisogno di dover fingere ciò che non è o doversi nascondere.
Ecco perché non vorrei parlare questa sera di “accoglienza”, ma di riconoscimento e di piena integrazione. L’accoglienza presuppone che qualcuno arrivi dall’esterno e venga fatto entrare per generosità altrui. Ma, come battezzati, nessuno è ospite in questa chiesa. Dio ci conosce per nome, ci ama e ci ripete che noi gli apparteniamo.
Non c’è allora nessuna porta da varcare, perché in virtù del nostro battesimo siamo già dentro, ognuno di noi, con la sua identità, la sua storia, le sue povertà e inconsistenze, i suoi doni e le sue caratteristiche uniche: siamo tutti dentro il cuore di Dio e dentro il corpo ecclesiale, anche quando questo corpo, con le sue fragilità umane, ha fatto fatica e fa ancora fatica a riconoscere e accettare le differenze.
Proprio per questo, purtroppo, questa veglia è ancora necessaria. Ancora, adesso, qui. E sarebbe disonesto non dirlo. È necessaria perché dobbiamo aiutare tutto il popolo di Dio a maturare e crescere nella propria fede e vivere una fede inclusiva, non settaria, che cura le ferite dell’odio, del pregiudizio, dell’ignoranza e della superficialità con l’amore, la conoscenza e la fraternità.
Cristo ci ha testimoniato una profonda e radicale fraternità e ci ha dato il comandamento dell’amore, della cura e dell’accoglienza reciproca.
Dobbiamo chiedere perdono a Dio perché non prendiamo sul serio a sufficienza la sua Parola e la testimonianza del Figlio di Dio. Perché ci sono ancora tante persone le cui vite sono ferite, se non a volte totalmente distrutte, dalla violenza prima intellettuale, poi verbale e, infine, anche fisica che persone omoaffettive o transessuali respirano nella nostra società.
Sono troppe le storie di esclusione; troppe le vittime di violenze di genere; troppi i ragazzi gay, le donne lesbiche, le persone transgender rifiutati dalla famiglia, ridicolizzati, bullizzati, presi a calci. Sono ancora molti i genitori che forse proprio all’interno della comunità ecclesiale dovrebbero ricevere aiuto, cura e strumenti per superare ingiustificati motivi di vergogna e di pregiudizio.
Sono ancora troppi gli sguardi che non vedono la persona, ma vedono una deviazione, uno “sbaglio della creazione”, una minaccia, un problema.
L’esperienza del popolo dell’alleanza è stata quella di avere un Dio creatore e redentore: è lui che questa sera ci dice «coraggio, non temere».
Ed è bello che questa veglia la viviamo anche nel Festival della comunicazione, in cui siamo sollecitati a far emergere voci e volti di comunicazione autenticamente umana, secondo l’impulso ricevuto dal messaggio del Santo Padre per la 60ª Giornata delle comunicazioni sociali.
Sì, lo dobbiamo dire: per troppo tempo certe voci sono rimaste senza microfono e, quando sono risuonate fuori dai nostri ambienti, spesso sono state accompagnate solo da tanta rabbia e risentimento. Certi volti sono stati tenuti nell’ombra, dentro le famiglie, dentro le comunità parrocchiali, dentro la società, costretti a non esprimersi, a non respirare, a sopravvivere più che a vivere.
Il silenzio, a volte, è sembrato prudenza. Ma il silenzio che copre il dolore e soffoca le ferite non è prudenza: è complicità.
Una comunicazione autenticamente umana — e il Vangelo è comunicazione, la più radicale — è quella che chiama le persone per nome, che fa spazio alla loro storia, che non riduce nessuno a un’etichetta.
Chiediamo allora anche questa sera al Signore: aiutaci, Signore, con il tuo Spirito, affinché le nostre parrocchie siano luoghi dove nessuno si sente in esame, dove nessuno porta il peso di dover dimostrare di meritare il proprio posto. Luoghi dove le famiglie e le persone trovino comprensione e non giudizio. Dove tutti possano vivere la loro vita spirituale senza nasconderla. Dove la diversità non sia vissuta come imbarazzo e vergogna.
Certamente, tutto questo richiede conversione. Richiede ascolto e cura pastorale. Richiede, a volte, il coraggio di fare il primo passo verso chi si è allontanato, perché si è sentito ferito.
Questa sera, anche la nostra chiesa diocesana ha compiuto allora un piccolo passo per testimoniare fraternità e imparare, semplicemente, a vedere fratelli e sorelle laddove altri vedono minacce, pericoli, problemi, pretese ideologiche o, peggio, nemici da combattere.
Il Signore ci aiuti anche in questo, per intercessione della Vergine Maria, invocata in questa chiesa come Madonna della Stella. Amen.
* Scatti tratti dal girato realizzato durante la Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia dalla diocesi di Albano, che confluirà in un documentario, in corso di realizzazione, curato dal regista Luca Alessandro per Firefly Produzioni. Un documentario che intende raccontare i percorsi di dialogo avviati tra alcune diocesi italiane e le persone LGBTQ+ credenti, insieme alle loro famiglie. Attraverso testimonianze, momenti di vita quotidiana e storie personali, sarà un documentario che darà voce a operatori pastorali, genitori cattolici che hanno vissuto il coming out dei figli e a credenti LGBTQ+ in cammino tra fede, ascolto e inclusione.
Luca Alessandro, regista documentarista e titolare di Firefly Produzioni, è autore de “Il Terrorista nella Testa”, documentario dedicato al disturbo ossessivo compulsivo, attualmente distribuito da TV2000 e in precedenza da Rai Cinema, con passaggi su Rai 2 e RaiPlay. Il suo lavoro si concentra su tematiche sociali e di forte impatto umano, con l’obiettivo di raccontare storie autentiche, spesso poco esplorate dai media.

