In fuga dall’odio. Essere rifugiati LGBTQ+ nell’America di Trump
Testo di Greg Owen*, pubblicato sul sito LGBTQ Nation (Stati Uniti) il 13 ottobre 2025 . Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
(…) Era una notte pungente di freddo, un anno fa, a dicembre, quando Javi (nome di fantasia) mise piede fuori dal finger dell’aereo all’aeroporto internazionale O’Hare di Chicago. Dopo un volo di cinque ore da San Salvador, capitale di El Salvador, non aveva letteralmente idea di dove sarebbe andato.
Descritto da chi lo conosce come un bel ragazzo — circa un metro e settantacinque, capelli scuri e un sorriso luminoso — Javi, trent’anni, è cresciuto in una piccola città di El Salvador (America centrale), in una famiglia religiosa e “molto conservatrice”, con uno zio che ce l’aveva con lui. «Mi disse: Ti ammazzo, perché nella mia famiglia non è possibile che ci sia un frocio”», ricorda Javi, facendo del suo meglio per parlare in inglese, la sua seconda lingua.
Quello zio era un poliziotto assegnato alla Corte Suprema di El Salvador. «La polizia in El Salvador è molto, molto corrotta», spiega Javi. Ma quando confidò alla famiglia quella minaccia, nessuno mosse un dito per aiutarlo. «La mia famiglia non mi ha mai sostenuto perché sono gay», dice.
In passato c’erano state altre minacce, ma questa era più esplicita. Javi decise di andarsene. Fu la prima di diverse fughe che lo portarono in giro per il Paese, mentre in El Salvador la paura cresceva sotto il regime autoritario del presidente Nayib Bukele che ha dispiegato esercito e polizia contro le gang, ha mandato le truppe in parlamento per costringere i deputati a votargli le leggi, ha abolito lo storico divieto di avere dei mandati presidenziali consecutivi e ha realizzato una stretta sui diritti civili.
Nonostante agli inizi della sua carriera politica avesse strizzato l’occhio alla comunità LGBTQ+, Bukele si è rimangiato il suo impegno per il matrimonio egualitario e ha promesso di cancellare «ogni traccia» di «ideologie di genere» dalle scuole. L’effetto? Le persone LGBTQ+ sono ufficialmente nel mirino in San Salvador, vittime di una campagna del terrore avallata dal governo e attuata da “soldati semplici” come lo zio di Javi.
Mentre la paranoia dilagava. Javi vide uomini sospetti sorvegliare il palazzo in cui abitava, «agenti dei Servizi segreti o qualcosa del genere». Poliziotti e militari comparivano nei corridoi, scattando fotografie. «Non era normale avere qualcuno mascherato che sorveglia il tuo palazzo», dice. Un giorno fu fermato mentre usciva per pranzo dal lavoro: una dozzina di agenti lo accusarono di aver rubato un telefono. «Quando hanno visto il mio documento, la storia è cambiata: hanno detto che il mio paese d’origine era “pericoloso” e mi hanno accusato di essere un gangster. Sono rimasto fermo in strada per circa 45 minuti, mi hanno picchiato e minacciato: “Andrai in galera”.
Anche se non sapevano che era gay, Javi avrebbe potuto essere trattenuto a tempo indeterminato in base alla nuova legislazione voluta dal governo Bukele: «Tutti i tuoi diritti costituzionali sono stati tagliati, ora la legge è così», spiega.
Seguirono altri episodi: agenti incappucciati, vicini che urlavano e poi tacevano, auto e appartamenti ispezionati. Nulla era normale. Quel fermo si concluse con il rilascio, con un avvertimento e la certezza che restare non era più possibile.
«All’inizio i rifugiati possono aver bisogno di una mano e di sostegno, perché spesso si spostano con risorse limitate o nulle. Ma dal momento in cui ricevono quel supporto, cominciano a integrarsi, diventano autonomi e danno un contributo significativo alle loro comunità», ricorda Latoya Nugent, una rifugiata queer giamaicana fuggita tre anni fa negli Stati Uniti, oggi responsabile di Rainbow Railroad (organizzazione non governativa che aiuta a ricollocare e reinsediare rifugiati LGBTQ+ negli Stati Uniti e in Canada).
Nugent, che ha portato a Toronto nel 2022 il suo accento giamaicano melodioso, insiste: «Le persone vengono forzatamente allontanate da casa per i disastri climatici o crisi geopolitiche o — nel caso delle persone LGBTQ+ — per la loro identità, per chi amano, per chi sono».
Nugent ha guardato con sgomento la seconda amministrazione Trump chiudere le porte ai rifugiati: un ordine esecutivo nel primo giorno di mandato ha sospeso gli ingressi e il 30 ottobre un provvedimento ha abbassato il tetto da 125.000 a 7.500 rifugiati per il 2025. Per Nugent, è un’impostazione «intrisa di sentimento anti-immigrati e xenofobia». E aggiunge: «Sostenere i rifugiati è un investimento nelle comunità, non un invito al crimine: quando sono stata costretta a fuggire, ho avuto bisogno di aiuto nei primi mesi per ripartire e ricostruire. È ciò che accade a tante persone rifugiate LGBTQ+».
(…) In un mondo in cui 1 persona su 69 (circa 115 milioni) è sfollata con la forza e solo circa il 5% di chi necessita di reinsediamento lo ottiene, l’integrazione è diventata parte centrale della sua missione — soprattutto dopo il taglio del programma statunitense Welcome Corps, nato nel 2023 per permettere a gruppi di volontari di sponsorizzare rifugiati dall’estero e affiancarli per tre mesi. Uno dei primi arrivi di Welcome Corps? Proprio Javi.
«Non sapevo nemmeno che stessi viaggiando da El Salvador a Chicago: l’ho capito solo in aeroporto», racconta Javi. Dopo quasi un anno di contatti con varie organizzazioni, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) lo mise in relazione con Welcome Corps e Rainbow Railroad. «Per ragioni di sicurezza mi davano solo le informazioni essenziali, niente sul luogo o sugli sponsor», dice Javi. All’arrivo a O’Hare, ad attenderlo c’erano Mauricio e David, due volontari della sua Community of Care organizzata da Bruce Koff, terapeuta e membro storico del board di Rainbow Railroad, che con un assistente sociale colombiano, due emigrati da Uzbekistan e Kirghizistan e il compagno Mitchell aveva messo insieme il gruppo di accoglienza. Cena calda, prime parole scambiate, un sorriso strappato da una battuta («Adesso hai cinque mamme — cinco madres»).
Da lì, tre mesi intensi: permesso di lavoro, numero di Social Security, domanda per la green card, conto in banca, assistenza sanitaria. In casa, post-it ovunque con i nomi inglesi degli oggetti. Due lavori nella ristorazione per rimettersi in piedi e oggi un impiego in una non profit della comunità latina. In El Salvador Javi aveva già una laurea in servizio sociale; ora sogna un master.
«Ci sono tantissime opportunità per fare del bene nel mondo, ma vedere una vita trasformarsi — dalla paura e dalla disperazione alla speranza e alla stabilità — è magico», osserva Bruce Koff, che definisce Javi «tutto quello che puoi desiderare da chi arriva in questo Paese: una persona splendida, lucida, desiderosa di contribuire al bene comune». Poi aggiunge con realismo: «L’unica riserva sono i tempi che viviamo: anche se il suo status è regolare, non sappiamo quale rischio possa comunque correre».
Con il programma Welcome Corps eliminato e gli ingressi negli Stati Uniti drastici ridotti, Rainbow Railroad si concentra ora sui reinsediamenti di rifugiati e richiedenti asilo già presenti negli Stati Uniti: sta reclutando volontari ed ha lanciato un Community Access Fund per mettere in contatto volontari e nuovi arrivati LGBTQ+. Le storie si moltiplicano: il primo reinsediato a Washington, commosso nel vedere chi lo ha accolto — una coppia gay sposata — camminare mano nella mano è deciso ad avviare a sua volta una squadra di sostegno; un rifugiato a San Francisco che, avuto il primo stipendio, chiede a quale organizzazione per i giovani LGBTQI più donare; Javi che condivide la sua esperienza con chi, in Uganda, sta pensando alla fuga: «È bello raccontare come si può cambiare vita. In Paesi dove è illegale essere gay è complicato persino parlare serenamente: posso aiutare in questo».
«Costruiscono comunità in fretta», conclude Latoya Nugent. «Quando trovano finalmente una casa, si sentono umani. È tutto qui: si sentono persone e nel mondo si presentano in modo diverso».
* Greg Owen è giornalista e autore su politica e cultura per LGBTQ Nation. Ha ricevuto riconoscimenti da NLGJA: The Association of LGBTQ Journalists per la copertura delle elezioni 2024; scrive per Q Digital dal 2015 e per LGBTQ Nation dal 2022.
Testo originale: These LGBTQ+ refugees fled hatred & found safety in the US. Now they’re navigating Trump’s America

