In fuga per vivere. La via crucis di un ragazzo gay in fuga dal Turkmenistan

Testimonianza di Arslan raccolta da Luigi e Valeria, volontari de La tenda di Gionata*
Il racconto di Arslan e i resoconti ufficiali del procedimento legale cui è stato sottoposto documentano la persecuzione nei confronti delle persone LGBT+ nel Turkmenistan** e l’assenza di condizioni minime di sicurezza, libertà e dignità per chi è percepito come omosessuale. Risulta inoltre concreto e attuale il rischio di detenzione, trattamenti inumani e degradanti in caso di un suo rientro nel Paese di origine. Pertanto, in base alla Convenzione di Ginevra, sarebbe fondamentale avviare e supportare una richiesta di protezione internazionale fondata su motivi di orientamento sessuale. Nell’attesa, come Tenda di Gionata stiamo cercando un modo per potergli assicurare una residenza sicura in un Paese ospitale.
Mi chiamo Arslan, sono nato nel 1995 in Turkmenistan, a Turkmenabat, una città al confine con l’Uzbekistan. La mia è una famiglia povera, di fede musulmana, appartenente alla minoranza uzbeca. Da bambino sognavo di fare il medico, volevo trovare un modo per non far invecchiare le persone. Purtroppo però sono andato a scuola solo per tre anni. La mia famiglia aveva bisogno di tutto, per cui a nove anni ho iniziato già a lavorare.
Fin da bambino mi sentivo diverso dai miei coetanei. Non capivo cosa ci fosse che non andava in me. Col passare degli anni mi sentivo sempre più sbagliato, mi sentivo un mostro, pensavo di essere l’unico sulla Terra. A sedici anni ho potuto finalmente comprare un cellulare e mi sono collegato alla rete internet: è stato bellissimo! Ho capito che il mio orientamento omosessuale non era sbagliato, e soprattutto che c’erano altre persone come me nel mondo, che non ero solo.
Tuttavia la legge turkmena considera l’omosessualità un crimine, perché va contro i principi morali tradizionali della società: l’articolo 135 del Codice penale prevede la prigione per chi ha rapporti omosessuali, anche se compiuti tra adulti in una relazione libera e consenziente. Se avessi potuto, sarei andato via dal mio Paese: ma non avevo ancora la cittadinanza, in Turkmenistan ci sono molte persone che non hanno documenti e che devono aspettare anni per essere riconosciuti come cittadini.
A diciotto anni mi sono trasferito nella capitale Ashgabat, città popolosa ed elegante, piena di palazzi e monumenti. Qui ho conosciuto una comunità clandestina di giovani gay, in cui mi sono sentito me stesso. Mi sono innamorato di un ragazzo conosciuto in questa piccola comunità e abbiamo vissuto insieme per quasi quattro anni, in gran segreto.
Un giorno il mio compagno è stato fermato dalla polizia insieme ad altri ragazzi gay. Gli hanno promesso la liberazione se avesse denunciato altre persone omosessuali, e lui ha fatto il mio nome (anche se poi non lo hanno liberato): così anch’io sono stato prelevato da casa con la forza e portato in caserma. Torturato, picchiato e insultato, costretto ad ammettere la mia omosessualità, sono stato quindi internato in prigione per due mesi, in attesa del processo: per due mesi ho subito disagio, violenza fisica e psicologica, privazione del cibo, visite mediche condotte da medici che ci accusavano di essere malati, deviati, da “curare”.
Il processo si è svolto a porte chiuse. Gli atti ufficiali del procedimento penale documentano chiaramente che l’unica accusa era quella di “sodomia”, e che non ci fossero per nessuna delle persone coinvolte accuse di altri reati o precedenti penali di alcun tipo. Insieme alle altre persone gay incarcerate con me, sono stato condannato a due anni di reclusione in una colonia a regime ordinario, poi trasferito in un campo di lavoro carcerario.
Lì l’inferno non ha limiti. Tutti i detenuti omosessuali (eravamo quaranta, su un totale di settantadue reclusi) venivano rinchiusi in una baracca separata chiamata “l’harem”, dove alle privazioni fisiche e allo stress psicologico si aggiungevano la violenza e lo stupro, nell’indifferenza delle autorità carcerarie, alle quali più volte abbiamo provato a segnalare l’orrore dei trattamenti riservati ai detenuti gay. La disperazione era talmente profonda che un giorno, a ventitré anni, provai a suicidarmi, ingoiando un gran numero di compresse di farmaci: per tutta risposta, il direttore del carcere mi rise in faccia, insultandomi volgarmente.
Fortunatamente, grazie a un’amnistia, sono uscito di prigione prima del termine della pena. Ma, una volta libero, mi sono ritrovato solo: la famiglia mi ha ripudiato completamente, rigidamente arroccata in un giudizio senza scampo, che si nutre del pregiudizio sociale, della condanna legale e di una profonda radice religiosa che considera l’omosessualità una deviazione. Sono rimasto in contatto solo con una sorella, ma dopo qualche tempo anche questo piccolo collegamento si è interrotto.
Nel 2021 finalmente ho avuto i documenti della cittadinanza turkmena, ma ormai ero “segnato” come omosessuale: sono stato ricoverato in psichiatria, per sette giorni mi hanno tenuto legato al letto, come un animale pericoloso, poi mi hanno dimesso, come una “persona sana”.
Con la cittadinanza è arrivata anche la chiamata obbligatoria all’esercito, che in Turkmenistan impone un servizio di due anni. Ma quando le autorità militari hanno scoperto che ero stato in prigione per “sodomia”, mi hanno fatto ricoverare in psichiatria, nell’ospedale militare. Qui sono rimasto per cinquanta giorni, dietro le sbarre, lontano da tutti, costretto a prendere sei pillole al giorno senza spiegazioni. Mi hanno dimesso con la diagnosi di “comportamento pericoloso”, e quindi allontanato immediatamente dal servizio militare.
Ho provato allora a vivere da solo, ma per tutti ero sempre un “frocio”: il marchio dell’omosessualità mi rendeva difficile trovare un lavoro e vivere dignitosamente, gli insulti erano all’ordine del giorno, anche per strada. L’unica soluzione era andare via, all’estero. Ma il Turkmenistan è ai primi posti nella classifica mondiale della corruzione amministrativa, per un passaporto ci vogliono centinaia di dollari, e avere un visto dal ministero è praticamente impossibile.
Sono riuscito a contattare la ONG EQUAL PostOst, che assiste le persone LGBTQ+ nell’ex blocco comunista. Con il loro supporto ho comprato un passaporto e sono riuscito a partire per una nazione che non richiede il visto turkmeno per l’ingresso.
Grazie all’aiuto della ONG, ho vissuto finalmente un po’ di tranquillità, ma solo temporaneamente: la permanenza all’estero ha un limite, non posso rimanere per sempre dove sono adesso. È indispensabile trovare una soluzione più duratura, perché per me rientrare in Turkmenistan significa certamente un nuovo arresto, una nuova condanna, e il rischio concreto di “sparire”. Ho avanzato richiesta di asilo politico al governo francese, ma non ho avuto ancora risposta, e il momento dell’estradizione si avvicina inesorabilmente.
Per quello nel paese straniero in cui sono adesso cerco di aiutare i ragazzi LGBT+ che, come me, cercano di fuggire dal Turkmenistan. Non voglio tornare in carcere, non voglio subire violenza, non voglio morire: la mia patria non è un posto sicuro per le persone LGBTQ+.
Il mio sogno è quello di poter aprire una piccola attività commerciale tutta mia, un negozio di alimentari artigianali. Vorrei tanto avere una famiglia, un partner per la vita e dei figli. Infine, vorrei tanto che nessuno sia sottoposto alle sofferenze, alle torture, alle violenze che ho dovuto subire io: per me è stato davvero tremendo e insopportabile.
Mi piacerebbe davvero che nel mio Paese, e in tutto il mondo, ci fosse l’accettazione e il riconoscimento della dignità di ogni persona LGBT+.
* Ringraziamo Paolo per averci portato la richiesta di aiuto di Arslan, a Innocenzo per aver raccolto la tutta documentazione, ad Alessandro per aver tradotto e redatto il dossier per la richiesta di asilo internazionale, e i tanti altri volontari che stanno facendo il possibile per aiutare Arslan.
** Il Turkmenistan è uno degli Stati più chiusi e repressivi al mondo. Governato da un regime autoritario senza reale pluralismo politico, è classificato come non libero dalle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani. Il potere è concentrato nelle mani del presidente, i media sono controllati dallo Stato e ogni forma di dissenso è duramente repressa (Freedom House, Freedom in the World).
Nel Paese l’omosessualità maschile è reato penale. L’articolo 135 del Codice penale punisce i rapporti tra uomini con pene fino a due anni di carcere, che possono aumentare in caso di recidiva. La legge viene usata come strumento di persecuzione: arresti arbitrari, ricatti, violenze fisiche e torture sono documentati da anni (Human Rights Watch; Amnesty International).
Le persone LGBTQ+ vivono in una condizione di invisibilità forzata. Non esiste alcuna protezione contro le discriminazioni, né possibilità di associazionismo o di espressione pubblica. Molte persone vengono denunciate dalle stesse forze di polizia, spesso dopo controlli sui telefoni o estorsioni, e subiscono umiliazioni sistematiche (ILGA World, State-Sponsored Homophobia).
In questo contesto, fuggire dal Paese diventa per molte persone LGBT+ una questione di sopravvivenza. Le loro storie parlano di paura quotidiana, violenza istituzionale e di una vera e propria via crucis, per loro è semplicemente impossibile vivere in Turkmenistan, senza essere criminalizzati per ciò che sono.

