In Genesi con Agar e Sara: una storia di esclusione e di resistenza
Abstract del testo di Elaine James* su Sarah, Hagar, and Their Interpreters, tratto dal Women’s Bible Commentary. Revised and Updated, a cura di Carol A. Newsom, Sharon H. Ringe e Jacqueline E. Lapsley, pubblicato da Westminster John Knox Press (Stati Uniti), nel 2012. Liberamente tradotto e adattato dai volontari del Progetto Gionata.
Letta da una prospettiva femminile, la storia biblica di Agar, la schiava, è il racconto concreto di una donna schiava, straniera e madre sola, che viene messa ai margini eppure vista da Dio (Genesi 16; 21). Il Women’s Bible Commentary ci invita a spostare lo sguardo: non a scegliere tra Sara, la padrona, e Agar, la schiava, ma ad ascoltare il dolore irrisolto che attraversa le loro vite (Genesi 16,1–6; 21,9–11). Agar diventa così una figura potente per le persone LGBT+, che conoscono come lei l’esilio, il rifiuto e la lotta per essere riconosciute (Genesi 21,14–16). Eppure è lei che incontra Dio nel deserto, proprio quando viene scacciata (Genesi 16,7–13; 21,17–19): perché Dio che non giustifica mai l’oppressione, ma ascolta il grido di chi è escluso (Genesi 16,13; 21,17).
Nella bibbia le storie di Sara e della sua schiava egiziana Agar (Genesi 16; 21) sono profondamente intrecciate e attraversate da un conflitto doloroso e mai risolto. Agar entra nella Bibbia come una schiava egiziana, ma la sua storia è tutt’altro che marginale.
Nei racconti di Genesi 16 e 21, la sua vita si intreccia in modo doloroso con quella di Sara, la moglie sterile di Abramo. Per dare un figlio al marito, Sara offre la schiava Agar come grembo “sostitutivo”. È una scelta che nasce dalla disperazione e dalla logica patriarcale del tempo, ma che mette subito in moto una catena di conflitti che segneranno per sempre la vita di Agar (Genesi 16; 21).
Quando la schiava Agar rimane incinta di Ismaele, qualcosa cambia. Non è più solo una schiava senza voce: il suo corpo fertile la rende improvvisamente potente agli occhi di Sara, e questo genera in lei tensione, risentimento, umiliazione.
Il testo biblico racconta che Agar fugge nel deserto, probabilmente per sottrarsi a un trattamento duro e violento. È lì, nel luogo dell’abbandono, che Dio la incontra. Un angelo le parla, la chiama per nome, le promette una discendenza numerosa.
Agar è la prima donna nella Bibbia a ricevere un annuncio divino diretto e a dare un nome a Dio: «Tu sei il Dio che mi vede» (Genesi 16,13). Non è un dettaglio da poco (Genesi 16,7–13). Eppure, la sua salvezza è solo temporanea. Agar torna da Sara e Abramo, partorisce Ismaele, ma anni dopo, quando Sara mette finalmente al mondo Isacco, la situazione precipita di nuovo.
Sara pretende che Agar e suo figlio vengano scacciati. Abramo acconsente, e Agar viene mandata nel deserto con pochissime risorse. È una scena durissima: una madre che vede morire di sete il proprio figlio e non riesce nemmeno a guardarlo (Genesi 21,14–16). Ancora una volta, però, Dio ascolta il pianto di Agar e di Ismaele, interviene, apre una fonte d’acqua e rinnova la promessa di un futuro (Genesi 21,17–19).
Nonostante questo, la storia non si chiude con una riconciliazione. Il conflitto tra Sara e Agar resta aperto, irrisolto, e le ultime parole di Sara su Agar sono piene di durezza: «Scaccia questa schiava e suo figlio» (Genesi 21,10). Questa ferita narrativa ha segnato profondamente anche la storia delle interpretazioni.
Per secoli, infatti, la schiava Agar è stata più usata che ascoltata. Molti interpreti non hanno letto la sua storia come la vicenda concreta di una donna schiava, straniera e madre, ma l’hanno trasformata in un simbolo. Già Filone di Alessandria affermava che «non sono donne quelle di cui qui si parla» (De congressu, 180), riducendo Agar a un’idea astratta.
Paolo, nella Lettera ai Galati, la presenta come figura dell’alleanza “secondo la carne”, contrapposta a Sara e alla promessa “secondo lo Spirito” (Galati 4,22–31). Questa lettura ha avuto conseguenze enormi, arrivando a giustificare, nel tempo, la superiorità dei cristiani su ebrei e musulmani, come mostra l’uso polemico del comando «Scaccia la schiava e suo figlio» nella storia delle crociate (Galati 4,30; Concilio di Clermont, 1095).
Anche molti Padri della Chiesa hanno continuato su questa linea, mettendo in ombra la sofferenza reale di Agar. In Agostino, per esempio, Agar rappresenta la “città terrena”, mentre Sara incarna la grazia (Agostino, De civitate Dei, 15.2). In queste letture, Agar serve soprattutto a far risaltare la virtù altrui.
Eppure non mancano voci più empatiche. Giovanni Crisostomo vede in Agar il segno della compassione di Dio per chi è in basso, per chi non conta (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Genesi, 38.5–7).
Ilario di Poitiers arriva a paragonare la sua esperienza di Dio a quella di Abramo, riconoscendo che anche una schiava può essere destinataria di una vera teofania (Ilario di Poitiers, De Trinitate, 4.23–27).
Nella tradizione rabbinica, alcuni arrivano ad accusare apertamente Sara e Abramo di aver peccato nel modo in cui trattarono Agar (Nachmanide, commento a Genesi 16). È però nella tradizione musulmana che Agar trova forse il riconoscimento più forte. Qui è ricordata come madre di Ismaele e antenata del popolo arabo.
La sua corsa disperata nel deserto alla ricerca d’acqua diventa gesto fondativo di fede, ricordato ancora oggi nel pellegrinaggio alla Mecca e nella celebrazione dell’‘Eid al-Adha (Hadith, al-Anbiya’, 15:9). Agar non è solo una vittima: è una donna che attraversa l’esilio per Dio, una credente che resiste.
Rileggere Agar oggi significa smettere di usarla come simbolo contro qualcun altro e tornare ad ascoltare la sua voce. È la storia di una donna schiava, straniera, madre sola, che conosce l’umiliazione e l’abbandono, ma anche l’incontro diretto con un Dio che vede, ascolta e salva.
Ed è proprio questa voce, a lungo messa ai margini, che continua a interrogarci
* Elaine James è una biblista statunitense, specializzata nell’Antico Testamento e nelle letture femministe dei testi biblici. Ha svolto la sua formazione dottorale (Ph.D. Candidate) presso il Princeton Theological Seminary e si è occupata in particolare dei libri storici e delle figure femminili della Bibbia, mettendo in luce dinamiche di potere ed esclusione
Testo originale: Sarah, Hagar, and Their Interpreters

